Cosa rimane del 2008?
Il mondo non se la passa molto bene: la fine della tregua a Gaza, la crisi economica che ci fa tutti sentire come sulle montagne russe quando il trenino arriva in cima e viene lasciato andare, crisi che cambierà sicuramente il modo in cui noi guardiamo il mondo e noi stessi, non contando il nostro modo di vita che deve, per forza, cambiare. L’american way of life è finto. L’era del consumo generalizzato è morta, forse e, mentre ci si chiede come riportare fiducia nei mercati e, soprattutto, nei cuori delle persone, molte di queste tentano, come sempre di andare avanti conducendo una vita il più decoroso possibile alla fine della quale c’è l’inevitabile.
Quest’anno, mi è capitato per la prima volta di vedere morire una persona, mia nonna. Il decesso è avvenuto in una mattina di novembre all’alba nella solitudine di una casa di riposo retta da un personale fatto di gente fuori dal comune. Non ho assistito alla sua dipartita dal vivo, ma l’ho vista soffrire e ho visto il suo cadavere nelle ore successive. Credo che vedere una persona morta sia una tra le esperienze più istruttive che si possano fare. Cos’è la nostra vita in confronto alla morte? Siamo come impiccati ad un patibolo in attesa che qualcuno tagli la corda, una volta finito il supplizio, oppure i nostri limiti possono essere uno stimolo per contribuire, seppur in minima parte allo sviluppo del mondo?
Io credo alla seconda opzione in quanto in un momento di crisi economica (e non solo) dobbiamo avere il coraggio di credere in qualcosa. Investire la propria fiducia in qualcosa non è semplice in quanto il fallimento è dietro l’angolo. Tuttavia, se uno tra i più grandi geni del nostro tempo, Steve Jobs, nel suo discorso per la laurea honoris causa ha affermato la necessità dell’uomo di credere in qualcosa. Non si tratta qui solo del rapporto dell’uomo con il trascendente, si tratta di tentare di dare un senso alle nostre vite.
Sono rimasto commosso dalle prime parole del discorso di Obama appena eletto nel quale affermava che in America tutto è possibile. Il mio sogno è che tutto diventi possibile anche da questa parte dell’Oceano, in particolare nel nostro Paese e per farlo dobbiamo avere il coraggio di credere in noi stessi e mettere in discussione un sistema vecchio dove non si fa altro che proporre vecchie soluzioni per nuovi problemi. Questo, il nostro più grande problema che non è solo proprio della classe dirigente, ma anche della società civile. Basta guardare come si è sviluppanto il dibbattito pubblico sulla sorte di Eluana, i risultati delle ultime elezioni e la trattativa sul piano europeo per le energie rinnovabile che poteva essere l’incentivo definitivo per far entrare il nostro Paese nell’Economia della Conoscenza e, invece si è trasformato in un valido compromesso che manca della principale benzina che deve avere ogni rivoluzione politica, l’ambizione, la voglia di puntare in alto.
Questo è anche un problema di noi giovani. Quanto sono alte le aspettative che nutriamo nei nostri confronti? Dalle mie litigate su fadders con qualche simpaticone (leitmotif dell’anno) sembra nessuna. Parlando con i miei colleghi faccia a faccia, la realtà si fa più sfaccettata. Abbiamo una gran paura di vedere cosa c’è dopo la laurea. Dopo questa piccola grande morte non sappiamo cosa ci sia e questo è causa di grande stress. Tuttavia, questo non ci impedisce di sognare e di tentare di gettarci in una mischia che ogni giorno sembra più caotica resa tale anche da interventi sull’Università fatti con la perspicacia di un bradipo e la rudezza di un taglialegna che hanno disorientato ancora di più noi giovani.
Nonostante tutto, sono convinto che andrà tutto per il meglio. Non tanto perchè sono giovane e, quindi, ottimista per necessità di ruolo, quanto perchè i momenti di passaggio sono quelli che permettono di capire cosa va da cosa no, cosa portarci dietro del presente e cosa buttare via. Di sicuro, il vecchio in momenti come questo, deve essere spazzato via e si deve lasciare spazio ad altre persone, giovani, preparate e che hanno fame di realizzarsi e questo qui fa paura.
Tanto muoriamo, comunque, ma questo non deve fermarci perchè, d’accordo muoriamo e tutto davanti alla morte sembra perdere di signficato, ma uno dei tratti genetici della nostra civiltà, dai greci ad oggi, ci obbliga a fare qualcosa per lasciare, comunque, una piccola traccia del nostro passaggio qui sulla Terra e non vedo perchè dobbiamo smettere proprio ora.
Felice anno nuovo, a tutti.
