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Archive for Settembre 2009

Se questo è il Pd

Il Pd è il mio partito.  Alle elezioni del mio circolo ho fatto la mia scelta e la farò anche alle primarie. Ma, quello che voglio sapere, è perchè contiuniamo a farci del male così??

Ricapitolando

Stamattina controllavo la mia posta elettronica sul mio pc aziendale nella redazione dove sono stagista (quella del TGT). Ho aperto la finestra e ho trovato questa lettere firmata da Dario Franceschini:

Cari Pierluigi e Ignazio,

Da diversi giorni mi arrivano messaggi da iscritti ed elettori di tutte le regioni italiane che lamentano l’affissione di manifesti in spazi a pagamento a sostegno della candidatura di Pierluigi.
Sono lamentele a mio avviso giustificate.
I partiti provinciali e i Circoli vivono , come sapete, tra mille difficoltà finanziarie e capiscono a fatica perché vengono impiegate risorse e costosissimi spazi pubblicitari per la competizione tra noi, anziché essere utilizzati per il partito o per contrastare le scelte del governo. Anche per questo la Commissione congressuale ha previsto un tetto di spesa per i candidati.
Per altro penso che gli iscritti e gli elettori siano in grado di fare le loro libere scelte ascoltandoci nei dibattiti o nelle presentazioni delle diverse mozioni nei Circoli, senza bisogno di vedere le nostre facce, che conoscono bene,  sui muri o alle fermate degli autobus…
Ancora molti giorni ci separano dalle primarie. Per questo vi propongo una “autoregolamentazione” tra noi candidati che preveda di bloccare tutte le forme di pubblicità personale a pagamento in spazi pubblicitari sui muri, nelle tv  e sui giornali.
In un momento di crisi del paese, con famiglie e lavoratori in difficoltà e con i Circoli del Pd che vorrebbero risorse per le loro sedi e le loro attività, è meglio una competizione tra di noi basata sulla qualità delle proposte politiche piuttosto che su costosissime campagne personali a pagamento.
Sarebbe importante, credo, se facessimo tutti insieme la scelta che vi propongo con questa lettera

Dario

Sono saltato un’altra volta sulla seggiola e ho quasi rischiato di svenire chiedendomi: “Dario, perchè l’hai fatto?” Questo è un problema mica da ridere visto che questa è una delle lettere più inutili e disgustosamente demagogiche che abbia mai avuto il coraggio di leggere. Non fate i manifesti perchè costano troppo. Dario, con i rimborsi elettorali che ha il partito, hai il problema di non mancare di rispetto alle famiglie italiane?

Categories: Politica&Altro

La necessità di comunicare

Pubblico l’introduzione alla mio articolo apparso sull’ultimo numero de “Il Malaspada” disponibile a partire dalla prossima settimana ai banchetti allestiti a Novoli presso il Polo delle Scienze Sociali, oppure da chiedere a me in person ;)

Una fra le cose più commoventi che abbia mai letto è il passo del libro Teorie della Comunicazione di Massa che ci rende conto di come, agli inizi del XX Secolo, esseri umani si mettessero alla ricerca di altri esseri umani attraverso strumenti rudimentali di ricezione radio. Mentre scrivo, sono due giorni che è stato lanciato il satellite Keplero, incaricato di cercare pianeti simili alla Terra in altre galassie, ultimo anello di una serie di esplorazioni che hanno cercato e tuttora cercano esseri simili a noi con i quali valga la pena tentare di comunicare come se la comunicazione non fosse tanto un modo per scambiare semplicemente informazioni ma, soprattutto, una via per guardarsi allo specchio e identificarsi l’un l’altro. Sapere che c’è un vascello in avaria a poche miglia dalla nostra costa e che, forse, sta affondando con il suo equipaggio ci indica che qualcun altro c’è o, quantomeno, c’è stato. Tutto questo non deve farci dimenticare come le comunicazioni di massa abbiano avuto un decisivo impulso dall’economia e dalla politica: se l’Impero Britannico non avesse avuto quell’estensione territoriale, forse, l’esigenza di un telegrafo senza fili sarebbe venuta meno. A proposito di comunicazione a cavallo tra XIX e XX Secolo, è opportuno mettere in evidenza una cosa: le prove empiriche che dovrebbero dimostrare le tesi storiografiche di Tolstoj in Guerra e Pace, (scritto nella seconda metà dell’800) all’occhio moderno possono risultare non valide in quanto sono figlie di problematiche legate alla mancanza di comunicazione. Ad esempio, nella descrizione della Battaglia di Borodino, al di là della discussione sull’esito della battaglia stessa, impressionante è la mancanza di comunicazione che c’era tra chi era sul campo di battaglia e chi era al comando dalla parte dei francesi: chi dirigeva le truppe veniva da Napoleone a chiedere ordini che non potevano essere eseguiti in quanto i dati in possesso di chi tornava dal campo erano poco aggiornate. Sarebbe bastata una radio e il coordinamento in battaglia sarebbe stato migliore e più efficace. L’esistenza di un sistema di comunicazione in grado di dare un quadro completo a chi stava al posto di comando avrebbe, probabilmente, cambiato la storia. Tuttavia, non era quello il tempo per sviluppare una serie di sistemi di comunicazione elettronica in grado di abbracciare un gran numero di persone e una vasta estensione spaziale. Come risulterà chiaro, l’impostazione di questo paragrafo introduttivo tenta di mettere in evidenza come la comunicazione abbia avuto da sempre due funzioni: una strumentale, una esistenziale. La prima è quella per cui i media elettronici, in primis il telegrafo senza fili, erano stati pensati, cioè, in quanto strumenti per la distribuzione di informazioni utili. La seconda, invece, è quella di produrre meccanismi di senso tra le persone. Queste due funzioni sono quelle che, in fondo, possono essere schematizzate ulteriormente attraverso uno schema teorico medium oriented piuttosto che user oriented a seconda che ci occupiamo della funzione in senso stretto del mezzo o di cosa le persone fanno con lo stesso. Con un esempio, se ci occupassimo di frullatori, utilizzando un’impostazione del primo tipo ci dovremmo occupare esclusivamente di cosa ci possiamo mettere nel frullatore, mentre ragionando in termini di utenza, ci dovremmo chiedere, ad esempio, se questo frullatore può essere usato, da chi lo ha comprato, come soprammobile per la camera da letto e perché il suo acquirente lo usa come soprammobile per la camera da letto. Premesso che non ho la minima idea di quello che possa passare per la testa di qualcuno che si mette un frullatore sul comodino, la stessa cosa accade con i mass media: un canale sportivo può mandare in onda una partita di Volley femminile in quanto quella è la finale del Torneo Olimpico (questo è lo scopo del mezzo) mentre qualche signore un po’ in là con gli anni vuole vedere soltanto delle belle ragazze, magari attirato dal fatto che la finale olimpica si gioca tra Brasile e Cuba . Spesso le persone si servono dei media in maniera diversa da quella che i media erano stati pensati dovessero assolvere. Questo deriva dall’incontrollabilità che hanno i produttori sull’uso dei propri contenuti. Quando questo articolo verrà pubblicato, il mio lettore potrà servirsene nei modi che ritiene più opportuni senza che io possa obbligarlo a trasformare il mio testo nella sua lettura preferita. Questo ragionamento ci porta a fare un ulteriore passo avanti mettendoci di fronte all’idea che alcuni contenuti mediali particolarmente sofisticati ci mettono in condizione di sfidare le nostre capacità e svilupparne delle altre. I quiz televisivi, in fondo, sono questo: ci sono persone comuni che testano le proprie conoscenze in termini di cultura generale. La nostra sfida è vedere quanto quelle persone siano preparate e raffrontare le loro capacità con le nostre misurando, magari, la nostra capacità di formulare una breve frase, fare la spesa piuttosto che il nostro bagaglio di nozioni. È anche per questo che lo sviluppo dei reality è stato così repentino e intenso: permettono di vedere come persone comuni interagiscano in situazioni-limite. Guardando questi spettacoli noi possiamo chiederci come avremmo reagito e cosa avremmo fatto al posto dei protagonisti. Il passaggio tra identificazione e socializzazione è molto breve. Socializziamo anche con i personaggi della TV. Ma socializziamo anche con gli ambienti sociali che, da una parte, i media sono e, dall’altra,gli stessi rappresentano. Ad esempio, guardando un canale all news, socializziamo tanto con gli anchorman che si alternano durante la giornata quanto con le storie che questi raccontano dando vita ad interazioni sempre più complesse che hanno a che fare con le capacità degli individui di orientarsi in quella specie di universo parallelo che i media costruiscono per raccontarci cosa accade nel mondo reale e all’interno dei suoi sottosistemi sociali . Il sottosistema sociale che intendo affrontare è quello della Borsa, tentando di capire a cosa servano tutta una serie di media che, oggi come oggi, sembrano obsoleti, ma si mantengono più o meno saldamente nella loro posizione.

Se i Giovani Democratici toscani diventano una corrente bersaniana

Settembre 22, 2009 Francesco Piccinelli 11 commenti

Un messaggio in codice…

Mentre mi preparavo a scrivere un altro post, mi sono ritrovato, nella mia casella facebook, questo documento mantatomi dalla mia amica Romina Zago:

Come Giovani Democratici Toscani stiamo preparando un appello a sostegno della candidatura di Bersani e Manciulli rispettivamente alla segreteria nazionale e regionale. Invito tutti coloro che vogliono aderire a prendere contatto con me, tramite fb oppure inviandomi una mail con NOME, COGNOME, COMUNE, ETA’ e RUOLO POLITICO E/O AMMINISTRATIVO (ovviamente se ricoperto) all’indirizzo rominazago@live.it entro domani.
Scrivendomi potrò mandarvi l’appello!
Estendete l’invito a quanti più! ;)

Grazie a tutti!
R.

Una volta letto, sono saltato sulla sedia chiedendomi cosa significasse questo piccolo messaggio. Ho riflettuto e ho capito che si tratta di un vero e proprio intervento  a gamba tesa sul dibattito che si sta sviluppando anche tra noi giovani del partito. I giovani della Toscana non stanno in blocco con Bersani e, se anche fosse, le mozioni stanno venendo votate ora e uscirsene con un appello in questo momento significa azzerare il dibattito interno e contribuire a trasformare il congresso, piuttosto che in una discussione politica, in un conteggio statistico per determinare il peso delle correnti. Questo è normale nei congressi, ma che un organismo che, poi, dovrà parlare anche per quelli che hanno votato le mozioni Franceschini e Marino perda la sua equidistanza e si comporti in maniera così goffamente centralista democratica dà un po’ fastidio.

Ma, nei partiti, funziona così

Un corno. Funzionava così nel PCI, nella DC o nella SPD. Non in un partito dove ci sono le primarie, intese come un momento in cui la società parla e il partito sta un passo indietro. Quello che non abbiamo capito di questo strumento è che non possiamo più permetterci di comportarci come se le primarie non esistano o non siano una parte di quella che diventerà la nostra cultura politica. Per ora non sappiamo come utilizzarle, ma sabotarle tentando di dettare la linea agli iscritti (e non solo) è da stupidi oltre che figlio di una mentalità contorta degna di delegati al Comintern o dei delegati dei congressi pluricorrentizi della DC degli anni ‘70. Sinceramente, speravo che saremmo andati un po’ più in là di così.

Sì, ma la cultura politica italiana è fatta così

E’ vero. Però non va più bene in un Paese dove quasi tutti hanno un titolo di istruzione superiore, i laureati sono in aumento e dove la politica non ha fatto molto per legittimarsi da venti anni a questa parte. Da Tangentopoli, allo scandalo Tarantini, non è, poi, così strano che gli alti livelli di partecipazione elettorale scendano consultazione dopo consultazione. E’ inutile guardare all’individualismo (quale?) presente nella società e scordarci che se le persone si chiudono in loro stesse, forse, è un problema di chi le ha prese in giro facendo finta di ascoltarle. E’, in fondo, in questa parte di società che fenomeni da baraccone come Beppe Grillo hanno trovato il loro humus. Ora la politica si lamenta di un cancro che ha alimentato lei stessa dando risposte vecchie a problemi nuovi. Come si organizza un partito? Siamo sicuri che il modello SPD sia ancora il più valido?

Perchè, se sei così polemico non hai ancora riconsegnato la tessera?

Perchè credo in questo progetto, credo nella sua idea di partito che si occupa dei più deboli dando loro non solo voce, ma, soprattutto, soluzioni che si ispirino ad una visione di società dove tutti devono avere la possibilità di realizzarsi e dove ognuno deve avere la certezza che non sarà mai lasciato solo. Questa idea, in fondo molto semplice, ha bisogno di essere tradotta in partito in un momento storico dove la forma-partito in quanto tale a causa di molti fattori (ivi compresa la mediatizzazione della sfera pubblica) è messa a dura prova. Per questo, le forme di centralismo democratico proposte dalla mia amica Romina Zago devono essere combattute ed emarginate dal partito. Soprattutto se vengono dalla classe dirigente di domani. Un domani che, purtroppo, sembra non arrivare mai.

La nostra non guerra in Afghanistan

Ringraziamo i Talebani almeno per una cosa: ci stanno mettendo davanti al fallimento della politica estera e di difesa italiana degli ultimi dieci anni toccando implacabilmente i nervi scoperti di una nazione oramai refrattaria alla guerra e assuefatta alla retorica degli italiani, brava gente.

Cosa dovremmo fare a Kabul ed Herat?

Tecnicamente, la guerra. In teoria,  dovremmo combattere una guerra contro un nemico invisibile e che prende gli ordini non tanto da Bin Laden, quanto da, udite udite, da Dio in persona che ha dettato a Maometto il Corano. Questo significa che dovremmo combattere contro truppe molto motivate e disposte a tutto per servire la Causa fregandocene di amenità come la costruzione della democrazia. Questo è il vero problema che devono affrontare i comandanti sul campo. Le tecniche antiguerriglia sono, oramai,  abbastanza sofisticate. Come entrare nella testa dei Talebani, è un problema che impiegherà sociologi, psicologi e quadri militari per molti anni prima di essere risolto.

Cosa facciamo davvero?

Niente, visto che i nostri soldati operano sotto il Codice Penale Militare di Pace e hanno regole d’ingaggio molto restrittive che dovrebbero servire a rendere costituzionalmente accettabile la missione. In realtà la Costituzione non c’entra dato che quella in Afghanistan è una guerra difensiva. Il vero punto è che le munizioni costano e non possiamo permettercele e che l’ultima guerra che abbiamo combattuto, la Seconda Guerra Mondiale, è un ricordo talmente triste che è difficilissmo, per un politico, sostenere che non siamo operatori di pace, ma parte di una forza d’invasione che è lì a causa di un paio di grattacieli di New York abbattuti da due aerei un 11 Settembre di qualche anno fa. Il che significa che i politici italiani devono giocare due partite a scacchi su due tevoli separati: dimostrare alle cancellerie di mezzo mondo che siamo dei partner militari affidabili, mentre si tenta di tenere buona l’opinione pubblica  prendendola sostanzialmente in giro sulla natura della missione.

Allora?

Il problema autentico è: perchè continuiamo a contribuire alle missioni all’estero? Questo è uno tra i più grandi misteri della storia d’Italia. Una tra le possibili risposte è ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU, il Club delle cinque potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e, secondo il Trattato di Non Proliferazione, uniche potenze nuclari legittime. Da ricordare che del Club fanno parte 4 Paesi del G8, mentre il quinto, la Cina, si sta trasformando nella superpotenza del XXI Secolo. Questa, non è una risposta peregrina visto che la nostra missione UNIFIL, in Libano (2006) era nata sotto quest’auspicio. Un’altra possibile risposta è trovare il compiacimento dei nostri alleati della NATO. Compiacimento che si traduce nelle inutili note di cordoglio che da Bruxelles arrivano ogni volta che muore un nostro soldato.

Problemi connessi

Lo sforzo fatto per trovare queste risposte è stato immane. Ma esiste un problema nel rapporto con la guerra e con la NATO che è difficile da districare e ha a che fare con le nostre linee guida in termini di politica estera che sono un pastrocchio scritto sotto dettatura da Washington e il quartier generale della Gazprom. Questo andamento contraddittorio provoca una grande schizofrenia nelle nostre relazioni internazionali tali che è difficile capire che linea abbiamo sui grandi temi e come intendiamo attuarle. Di sicuro, mandare a morire i nostri soldati senza un perchè.

Io blogger nel media main-stream

Ebbene sì,  ho venduto l’anima al diavolo. Ieri, primo settembre 2009, è iniziato il mio stage presso la redazione del TGT. Il lavoro non manca. Le scadenze sono serrate, ma il mio animo blogger ritiene quasi troppo tranquilla la vita televisiva. Ah, quanto era bello quando eravamo solo tu e io, mio caro blog. Non che ora sia brutto, ma il mio essere anarco-blogger ogni tanto esce fuori.

Sono tre settimane che non scrivo. Le ultime tre settimane di vacanza dove ho avuto molta poca voglia di scrivere. Ora, questa deve tornare. Altrimenti, è un casino. Comunque, viva il blog. Ora et semper.