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Articoli taggati ‘Italia’

La nostra non guerra in Afghanistan

Ringraziamo i Talebani almeno per una cosa: ci stanno mettendo davanti al fallimento della politica estera e di difesa italiana degli ultimi dieci anni toccando implacabilmente i nervi scoperti di una nazione oramai refrattaria alla guerra e assuefatta alla retorica degli italiani, brava gente.

Cosa dovremmo fare a Kabul ed Herat?

Tecnicamente, la guerra. In teoria,  dovremmo combattere una guerra contro un nemico invisibile e che prende gli ordini non tanto da Bin Laden, quanto da, udite udite, da Dio in persona che ha dettato a Maometto il Corano. Questo significa che dovremmo combattere contro truppe molto motivate e disposte a tutto per servire la Causa fregandocene di amenità come la costruzione della democrazia. Questo è il vero problema che devono affrontare i comandanti sul campo. Le tecniche antiguerriglia sono, oramai,  abbastanza sofisticate. Come entrare nella testa dei Talebani, è un problema che impiegherà sociologi, psicologi e quadri militari per molti anni prima di essere risolto.

Cosa facciamo davvero?

Niente, visto che i nostri soldati operano sotto il Codice Penale Militare di Pace e hanno regole d’ingaggio molto restrittive che dovrebbero servire a rendere costituzionalmente accettabile la missione. In realtà la Costituzione non c’entra dato che quella in Afghanistan è una guerra difensiva. Il vero punto è che le munizioni costano e non possiamo permettercele e che l’ultima guerra che abbiamo combattuto, la Seconda Guerra Mondiale, è un ricordo talmente triste che è difficilissmo, per un politico, sostenere che non siamo operatori di pace, ma parte di una forza d’invasione che è lì a causa di un paio di grattacieli di New York abbattuti da due aerei un 11 Settembre di qualche anno fa. Il che significa che i politici italiani devono giocare due partite a scacchi su due tevoli separati: dimostrare alle cancellerie di mezzo mondo che siamo dei partner militari affidabili, mentre si tenta di tenere buona l’opinione pubblica  prendendola sostanzialmente in giro sulla natura della missione.

Allora?

Il problema autentico è: perchè continuiamo a contribuire alle missioni all’estero? Questo è uno tra i più grandi misteri della storia d’Italia. Una tra le possibili risposte è ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU, il Club delle cinque potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e, secondo il Trattato di Non Proliferazione, uniche potenze nuclari legittime. Da ricordare che del Club fanno parte 4 Paesi del G8, mentre il quinto, la Cina, si sta trasformando nella superpotenza del XXI Secolo. Questa, non è una risposta peregrina visto che la nostra missione UNIFIL, in Libano (2006) era nata sotto quest’auspicio. Un’altra possibile risposta è trovare il compiacimento dei nostri alleati della NATO. Compiacimento che si traduce nelle inutili note di cordoglio che da Bruxelles arrivano ogni volta che muore un nostro soldato.

Problemi connessi

Lo sforzo fatto per trovare queste risposte è stato immane. Ma esiste un problema nel rapporto con la guerra e con la NATO che è difficile da districare e ha a che fare con le nostre linee guida in termini di politica estera che sono un pastrocchio scritto sotto dettatura da Washington e il quartier generale della Gazprom. Questo andamento contraddittorio provoca una grande schizofrenia nelle nostre relazioni internazionali tali che è difficile capire che linea abbiamo sui grandi temi e come intendiamo attuarle. Di sicuro, mandare a morire i nostri soldati senza un perchè.

Se viene la deflazione?

Guardando la Bloomberg nei titoli del notiziario mi è preso un colpo vedendo scritto deflazione per la prima volta dall’inizio della crisi. Si avvererà davvero il mostro? Quello che i governi e gli economisti di mezzo mondo sperano è che non ciò non avvenga. Ieri, Obama si è esposto dicendo che il peggio è passato. IMF e soci parlano di ripresa molto vulnerabile. l’Italia è ad inflazione zero dopo più di cinquant’anni. Che succede se da +0 si passerà a -0.1?Per noi che ci affacceremo al mondo del lavoro tra due-tre anni potrebbe essere la prma vera buona notizia dopo parecchio tempo. Può significare affitti meno cari, mense meno care, libri meno cari e, perchè no, master meno cari. Il problema sarà, casomai, trovare un lavoro decente (e qui è triste constatare che non c’è niente di nuovo sotto il sole) oppure i nostri genitori potrebbero perderlo (anche questa, se ci pensiamo non è una grossa novità). Ma quello che veramente fa venire i brividi sono gli effetti che, a lungo periodo, la deflazione rischia di comportare.

Taglio dei costi

Questo è lo spettro che si porta con sè la deflazione. Prendiamo un costruttore di automobili come la Fiat che si vede costretto a dover dare un dividendo ai propri azionisti e convncere persone che non vorrebbero a comprarsi un’auto nuova. Questo causa l’abbassamento dei prezzi. Per abbassare i prezzi, devo ridurre i costi. Ridurre costi significa ridurre personale e lasciare un sacco di persone per strada tagliandole fuori dal bengodi dei prezzi bassi. Prezzi che verranno ribassati ulteriormente fino a produrre sotto-costo. Solo che a questo punto l’obiettivo non sarà produrre utili da dividere tra gli azionisti, quanto sopravvivere sperando che il vento cambi, mentre la mannaia delle ristrutturazioni si abbatterà su tutto quello che troverà, ivi compresa, ad esempio, la sicurezza dei produtti.

Come uscirne?

Gli entusiasti sperano che il New Deal verde che coinvolge sud-est asiatico, USA ed Europa (Italia a parte) risolva il problema. I saggi stanno in silenzio, i codardi affermano che la realtà è complessa, gli stupidi scappano strappandosi le vesti e maledicendo più o meno tutti. Il vero dramma è che  la tentazione di rifugiarsi dietro la complessità è molto comodo, ma questo non ci dice un granchè: lo sappiamo che la realtà è complessa. Il New Deal verde è una cosa meravigliosa, ma, in virtù della complessità della nostra socetà, non è possibile che sia l’unica risposta. Mettere in galera Mudoff non ridarà lavoro alle milioni di disoccupati che la crisi ha generato e, se la deflazione esplode, genererà. La spesa pubblica non sembra essere una soluzione anche se, con le mani in mano, non si può stare. Per questo, credo sia meglio chiudersi in un pensatoio per qualche settimana e trovare una soluzione davvero. Terra chiama politici, imprenditori etc. Rispondete, passo.

Se il bullett non è per nulla magic: Beppe Grillo

Gennaio 11, 2009 Francesco Piccinelli 1 commento

Qualcuno considerava i media come una specie di cannone che, magicamente, colpiva gli ignari spettatori, trasformandoli in automi ipnotizzati che seguivano in maniera acritica quanto detto dalle istituzioni mediali. Questa teoria è stata di moda per tutta la prima metà del XX Secolo e ha inspirato molta arte del Secolo scorso. Ad esempio, in una certa misura, la Metropolis di Fritz Lang è questo, così come lo è, per certi aspetti, 1984. Il trucco, per chi stava dall’altra parte della TV, era quello di puntare le armi dove si doveva, sul punto debole dell’utente e lì colpire senza pietà. Questo ha permesso di spiegare, almeno in superficie, il successo di dittature come il Nazismo che, del controllo dei media aveva uno tra i suoi punti di forza.

Col progresso delle scienze sociali, si è comunciato a mettere in dubbio che le cose funzionassero proprio così. Uno tra i primi a rendersene conto, ad esempio, è Habermass che collega lo sviluppo della stampa alla presa di consapevolezza della borghesia del proprio ruolo e lì si ferma perchè Habermass ce l’ha a morte con la TV in quanto strumento di massa simile più ad pezzo di artiglieria che strumento di cultura. Siamo ancora nel settore magic bullett ma cominciamo a vedere le cose più chiaramente. Arriva McLuhan che, secondo Meyrowitz, assomiglia più ad un profeta che ad un sociologo e, poi, Meyrowitz stesso che comincia a mettere in evidenza una cosa fondamentale: i media permettono di mettere in comunicazione compartimenti stagni incomunicabili tra di loro e permettono di fare esperienze al di fuori del luogo spaziale dove queste avvengono realmente. Siamo nel 1983.

Nel 1995 arriva Thompson che ci dice che non solo i media ci fanno viaggiare nello spazio, ma anche nel tempo: se guardiamo su youtube un cartone animato amerciano degli anni ‘60 non solo non siamo più in Italia, ma siamo anche negli anni ‘60. Inoltre, Thompson mette in evidenza come differenti background culturali implichino differenti interpretazioni di quello che viene passato in TV: è diverso guardare il Dottor House se sono uno studente italiano di 21 anni, piuttosto che un Rabbino sefardita ultraottantenne, piuttosto che un sacerdote Cristiano Ortodosso bulgaro tra i 30 e i 40. L’interpretazione che ne do differisce radicalmente a seconda di chi sono. E, a seconda di chi sono, posso essere più o meno coinvolto da quello che passa in TV. In sostanza Thompson ci dice: occhio, quando guardiamo la TV a seconda del nostro ancoramento alla vita reale, possiamo rimanere più o meno ipnotizzati davanti alla televisione che non è un’arma, ma può essere una grande amica in grado di aiutarci nella nostra vita quotidiana.

Mi è capitato di discutere sulla Travaglio&Co. con un mio vecchio amico entusiasta di questa ditta. Ad un certo punto della discussione è venuto fuori che gli italiani sono ottenebrati da un sistema mediatico asservito al potere. Io, questa asserzione le leggo come un revival della teoria della Pallottola Magica: gli italiani sono delle tabulae rasae sulle quali bisogna scrivere un nuovo verbo contro il tiranno Berlusconi che possiede tutte le armi e che i cittadini non si rendono conto di quello che succede. La gente così viene vista come una specie di fantoccio che non si rende conto, ad esempio, di essere in difficoltà alla terza settimana. La gente se ne rende conto benissimo, tanto è vero che, alle ultime elezioni, ha premiato Berlusconi dopo un anno e mezzo di (ahimè) mediocre governo Prodi. Questa realtà sfugge alla Beppe Grillo Inc. che, scimmiottando un po’ Moore e un po’ i nerd come il tizio della fumetteria della Springfield dei Simpson cavalca l’onda dell’indignazione.

La campagna di Grillo è esplosa quando è partito il suo Blog dando un impulso decisivo all’Internet partecipativo in Italia. Questo Blog è diventato uno tra i più influenti del mondo, è stato per tanti mesi su Wikio il primo Blog in Italia. Tuttavia, manifesta uno tra i problemi che tutti noi blogger nel nostro Paese abbiamo: siamo ancora non molto capaci di ragionare in maniera cross-mediale. Il gruppo di Marco Travaglio è nato solo ora, esiste un fan-club di Beppe Grillo su facebook, ma sostenere un blog senza altro non è possibile e continuare a gestire una posizione di preminenza è impossibile soprattutto riproponendo le stesse cose e gli stessi contenuti. L’idea è che, comunque, basti scrivere quotidianamente e la gente, in qualche modo, seguirà. Così non ha funzionato, in quanto Grillo ha creato una nicchia sì solida, ma incapace di espandersi per tutta una serie di ragioni, ad esempio che le persone hanno molto da fare.

Beppe Grillo non se ne rende conto, ma ha messo in moto un meccanismo diverso rispetto a quello che voleva attivare: l’adesione nei confronti delle idee dell’ex comico segue più i meccanismo del fandom, piuttosto che quello della politica classica. E attivare meccanismi del genere in un contesto non spettacolare come la politica significa cercare sempre qualcosa contro cui sparare addosso come se la politica fosse un telefilm che i cittadini guardano in maniera passiva e acritica. Per questo, Beppe Grillo, che cercava di colpire la massa dove credeva la massa più debole, ha ingabbiato un gruppo di fan che, tra l’altro, sono disposti a consumare prodotti che vengono messi in circolo dall’oggetto di culto garantendo reddito: ecco chi finanzia Beppe Grillo.

Ci sarebbe molto da dire, ma pensare, alla luce di quello che abbiamo scritto fin qui che Grillo è il nuvo e che bisogna seguirlo, credo faccia bene a vedere, ad esempio, la promozioni di heros e, in generale, le modalità di partecipazione che, oltreoceano, stanno accompagnando i telefilm di più moderna concezione. Guardare quello e vedere le finalità con cui vengono portate avanti, confrontate con la sidebar di Beppegrillo.it ci fanno molto pensare sui reali obiettivi dell’ex comico genovese.

Cosa rimane del 2008?

Dicembre 29, 2008 Francesco Piccinelli 2 commenti

Il mondo non se la passa molto bene: la fine della tregua a Gaza, la crisi economica che ci fa tutti sentire come sulle montagne russe quando il trenino arriva in cima e viene lasciato andare, crisi che cambierà sicuramente il modo in cui noi guardiamo il mondo e noi stessi,  non contando il nostro modo di vita che deve, per forza, cambiare. L’american way of life è finto. L’era del consumo generalizzato è morta, forse e, mentre ci si chiede come riportare fiducia nei mercati e, soprattutto, nei cuori delle persone, molte di queste tentano, come sempre di andare avanti conducendo una vita il più decoroso possibile alla fine della quale c’è l’inevitabile.

Quest’anno, mi è capitato per la prima volta di vedere morire una persona, mia nonna. Il decesso è avvenuto in una mattina di novembre all’alba nella solitudine di una casa di riposo retta da un personale fatto di gente fuori dal comune. Non ho assistito alla sua dipartita dal vivo, ma l’ho vista  soffrire e ho visto il suo cadavere nelle ore successive. Credo che vedere una persona morta sia una tra le esperienze più istruttive che si possano fare. Cos’è la nostra vita in confronto alla morte? Siamo come impiccati ad un patibolo in attesa che qualcuno tagli la corda, una volta finito il supplizio, oppure i nostri limiti possono essere uno stimolo per contribuire, seppur in minima parte allo sviluppo del mondo?

Io credo alla seconda opzione in quanto in un momento di crisi economica (e non solo) dobbiamo avere il coraggio di credere in qualcosa. Investire la propria fiducia in qualcosa non è semplice in quanto il fallimento è dietro l’angolo. Tuttavia, se uno tra i più grandi geni del nostro tempo, Steve Jobs, nel suo discorso per la laurea honoris causa ha affermato la necessità dell’uomo di credere in qualcosa. Non si tratta qui solo del rapporto dell’uomo con il trascendente, si tratta di tentare di dare un senso alle nostre vite.

Sono rimasto commosso dalle prime parole del discorso di Obama appena eletto nel quale affermava che in America tutto è possibile. Il mio sogno è che tutto diventi possibile anche da questa parte dell’Oceano, in particolare nel nostro Paese e per farlo dobbiamo avere il coraggio di credere in noi stessi e mettere in discussione un sistema vecchio dove non si fa altro che proporre vecchie soluzioni per nuovi problemi. Questo, il nostro più grande problema che non è solo proprio della classe dirigente, ma anche della società civile. Basta guardare come si è sviluppanto il dibbattito pubblico sulla sorte di Eluana, i risultati delle ultime elezioni e la trattativa sul piano europeo per le energie rinnovabile che poteva essere l’incentivo definitivo per far entrare il nostro Paese nell’Economia della Conoscenza e, invece si è trasformato in un valido compromesso che manca della principale benzina che deve avere ogni rivoluzione politica, l’ambizione, la voglia di puntare in alto.

Questo è anche un problema di noi giovani. Quanto sono alte le aspettative che nutriamo nei nostri confronti? Dalle mie litigate su fadders con qualche simpaticone (leitmotif dell’anno) sembra nessuna. Parlando con i miei colleghi faccia a faccia, la realtà si fa più sfaccettata. Abbiamo una gran paura di vedere cosa c’è dopo la laurea. Dopo questa piccola grande morte non sappiamo cosa ci sia e questo è causa di grande stress. Tuttavia, questo non ci impedisce di sognare e di tentare di gettarci in una mischia che ogni giorno sembra più caotica resa tale anche da interventi sull’Università fatti con la perspicacia di un bradipo e la rudezza di un taglialegna che hanno disorientato ancora di più noi giovani.

Nonostante tutto, sono convinto che andrà tutto per il meglio. Non tanto perchè sono giovane e, quindi, ottimista per necessità di ruolo, quanto perchè i momenti di passaggio sono quelli che permettono di capire cosa va da cosa no, cosa portarci dietro del presente e cosa buttare via. Di sicuro, il vecchio in momenti come questo, deve essere spazzato via e si deve lasciare spazio ad altre persone, giovani, preparate e che hanno fame di realizzarsi e questo qui fa paura.

Tanto muoriamo, comunque, ma questo non deve fermarci perchè, d’accordo muoriamo e tutto davanti alla morte sembra perdere di signficato, ma uno dei tratti genetici della nostra civiltà, dai greci ad oggi, ci obbliga a fare qualcosa per lasciare, comunque, una piccola traccia del nostro passaggio qui sulla Terra e non vedo perchè dobbiamo smettere proprio ora.

Felice anno nuovo, a tutti.

Così sì che si fa politica!

Alitalia:

Cosa sta succedendo? Cacciata Air France non doveva apparire una cordata magica di imprenditori italiani che avrebbe salvato la COmpagnia di Bandiera? Beh, gli imprenditori c’hanno provato. Tuttavia, credo sia bello tentare di ricostruire la faccenda. A dicembre 2007 Prodi&Co. decidono che Alitalia va venduta. Si presentano in cinque, rimangono Air One e Air France. Padoa Schioppa sceglie i francesi, i sindacati borbottano mentre Berlusconi, fornendo, così, un’insperata sponda ai sindacati, comincia a cavalcare l’italianità della Compagnia di Bandiera, convince l’uscente Governo Prodi a erogare il prestito-ponte, vincere le elezioni e riesumare la cordata con Air One e Banca Intesa ed eccoci alla situazione di oggi. Al momento di scrivere, la trattativa CAI-sindacati è ad uno stallo. Ora, non so di chi sia la responsabilità di tutto questo, però, sono chiare un paio cose:

  1. Il modello neocorporativo italiano è da ricostruire: la confindustria e i sindacati contano troppo, bisogna cercare un primato della politica
  2. Primato che si ottiene attraverso la credibilità, non attraverso buonuscite dorate nei confronti di topmanager fallimentari e proclami elettorali fatti o conto-terzi o non conoscendo le cose come stiano davvero

Questo paio di cose significano che le metodologie di risoluzione delle crisi industriali italiane vanno cambiate in maniera radicale non tanto nelle relazioni tra gli attori in campo quanto nell’approccio. L’idea che mi sono fatto della crisi di Alitalia è l’italianità della Compagnia fosse un modo, da parte dei sindacati, per salvare posti di lavoro, per il centrodestra, un gagliardetto da esibire nei confronti di Prodi. Entrambe queste visioni hanno portato al disastro di oggi. In più, la smania di tentare di dimostrare la propria capacità di governo si ritorcerà contro il governo stesso, cosa alla quale stiamo assistendo oggi con l’affair-Alitalia. Tra 50anni scopriremo cosa è successo davvero in questi nove mesi di agonia in Alitalia.

Puttane

Ragioniamo sul DDL della Carfagna contro le prostitute da strada. Per questo, mi sono fatto un giretto sul web e, facendo un giretto sul web, ho scoperto tante cose interessanti. Esistono due circuiti di annunci, kijiji e bakeca, che ospitano quotidaniamente annunci di prostitute. Spesso, dietro questi annunci, si celano storie di sfruttamento che, ogni tanto, vengono allo scoperto. Prostituirsi in casa non è reato, però esistono reati che puniscono chi sfrutta direttamente o indirettamente il fenomeno, è vero. Tuttaviam con un provvedimento del genere ci diciamo “Ok, chi se ne sbatte dello sfruttamento, a noi interessa il decoro urbano”. In sostanza, si tratta di una ipocrisia. Se questo deve essere lo stile di governo di Berlusconi e Soci, possiamo stare tranquilli. L’idea è: facciamo un provvedimento eclatante e, quindi, facciamo finta di governare. Così facendo, però, si vanno a colpire gli anelli deboli della catena, cioè, ad esempio, i minori costretti alla prostituzione che saranno rimpatriati (deportati) così, senza prevedere programmi di recupero e di assistenza. Non sto dicendo che combatere la prostituzione sia sbagliato. Il buon senso dice che, accanto alla repressione, ci debba essere un sistema che porti i più deboli ad inserirsi nella società sulla base del principio che in democrazia ci si aiuta l’un l’altro. Se passeranno queste leggi, verrà meno il principio che in uno stato di Diritto, i diritti dei più deboli sono quelli tutelati in maniera maggiore. Evidentemente il 60% degli italiani non la pensa così

E allora?

Allora, beh, se il nostro governo vuole continuare a governare così, bene, continui pure, ma si ricordi che in Italia ci sono persone che non arrivano a fine mese, una generazione non ha idea del proprio futuro neanche nel breve periodo. Che continui pure a fare finta, prima o poi arriveranno alla prova dei fatti. E, infatti…