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Articoli taggati ‘politica’

Senza Rete

Novembre 5, 2009 Francesco Piccinelli 4 commenti

“Forse, quando sarà finita la crisi (se e solo se sarà finita), spenderemo i soldi in cazzate coma la banda larga”. Questo, un po’ parafrasato, il senso della scelta di Letta nell’abbandono della Banda Larga e del Piano Romani (800 milioni di investimenti) per costruire un’infrastruttura informatica quantomeno decente.

L’Internet inutilizzabile

Giolli, di Piovono Rane fa un paio di citazioni su resistenze nel governo. Io mi limito a chiedermi quanti punti di Pil ci costerà questa scelta e quanto futuro abbia il nostro Paese se non si deciderà ad usare Internet in maniera decente. Tanto per fare un esempio, sto scrivendo da un PC universitario che non può utilizzare Facebook, mentre il mio vicino di PC può giocare ad hattrick, una specie di Fantacalcio On-line. In pratica, gli studenti dell’Unviersità di Firenze (e delle università che aderiscono al Garr sono) è tagliata fuori da un mondo che ha quasi mezzo miliardo di abitanti in quanto Facebook non è considerato sito di ricerca mentre harrrick.org a quanto pare lo è.

Eppur si muove?

Il grosso guaio, quello che sta a monte è che nel nostro Paese esistono due orientamenti dominanti nei confronti di Internet: il primo è quello dei tecnici (meglio noti come smanettoni) che credono che Internet sia il loro regno e chiunque non segua i loro dettami è un folle. Il secondo è quello degli over 50, guardacaso la generazione di Letta, convinti che Internet sia il regno di adolescenti disadattati con tendenze anarcoidi da reprimere in maniera repida. Il dramma è che questa idea è presente anche tra noi giovani.  Poco o nulla, ad esempio, sappiamo della blogosfera e al di là di facebook, spesso non vediamo. Il problema è: se non siamo noi giovani a volere un Paese che abbia una Rete che funziona bene e che possa darci in futuro, chi dovrebbe volerlo?

E se fosse malafede?

Io non mi fido di nessuno e da figlio di democristiani sono convinto che a pensar male ci si indovini sempre. Partiamo da un dato di fatto: sulla rete passano miliardi di informazioni sotto forma di ipertesti, filmati, libri, pubblicazioni scientifiche. Tutto questo teoricamente infinito corpus è in crescita e ha bisogno di infrastrutture migliori per funzionare. E’ un agglomerato di informazioni facilmente accessibili e potenzialmente aperto a tutti. Molta più gente può apprendere cose delle quali non aveva sentito parlare neanche a scuola. Dopo la presa di coscienza che abbiamo una classe dirigente (purtroppa anche da quella parte politica in cui mi ostino a credere) e una società culturalmente mediocre, ogni forma di sapere non tradizionale o non conforme è un danno all’ordine costituito. Il sapere fa paura e, per questo, va limitato per esempio, riducendo la quantità di informazioni (comunque alta, ma presto insufficiente) che può passare attraverso i nostri PC.

Nicholas Negroponte Presidente del Consiglio

Mentre noi tagliamo i fondi ad Internet, Negroponte tenta di tagliare il digital-divide nel Terzo Mondo utilizzando il suo mini-pc da 100$. Noi, siamo al palo mentre in Africa, Thailandia e altri paesi piccoli PC dotati di software non proprietari stanno aprendo le porte del mondo a milioni di bambini che, utilizzando questi strumenti, impareranno a leggere, scrivere e fare di conto. Noi, rimarremo al palo. In attesa che Living Digital diventi un best-seller anche da noi.

Scuola di vita per fenomeni da baraccone dotati di croce celtica

Questo simpatico blog è finito sulle pagine di una thread italiana di sturmfront.org, sito americano che sostiene l’orgoglio bianco. Si tratta di un sito nazistoide che solo perchè non è su server italiani non può essere chiuso per istigazione al razzismo o, comunque, a delinquere. Però esiste. Quindi, oltre a sperare che qualche hacker si inventi il modo di oscurare il sito per un po’, vorrei dire una cosa a questi senzapalle (se le aveste, le palle, vi firmereste come faccio io) che amano riempirsi la bocca di parole molto più grandi dei loro cervelli:

TROMBATE DI PIU’ E MEGLIO.

La vostra qualità della vita potrebbe risentirne in positivo.

Saluti, FP

 

Cronache marziane, Teheran AD 2009

Se fossi Ahmadinejad, chiuderei immediatamente la scuola italiana di Teheran, porta di uscita di molti giovani iraniani che, poi, vengono a frequentare le nostre università forti di una maturità scientifica italiana e di una lingua ben conosciuta. Attraverso questa porta della conoscenza sono passate anche Mernaz e Sanaz, due studentesse iraniane a Firenze tappa di un percorso che le ha portate in un venerdì di ottobre a parlare con un umile blogger ubriacato da 22 anni di vita democratica. Il racconto che fanno è a tratti incredibile per chi è abituato a vestirsi come vuole, ad ascoltare la musica che vuole e a fare come vuole.

Come vanno le cose laggiù?

Le cose vanno male. L’economia va male, colpa delle sanzioni economiche. L’inflazione è altissima e la tensione aumenta. C’è anche la paura che ci controllino e che se la rifacciano sulla nostra famiglia. Però è anche vero che non possono controllare tutto.

Avete amici che hanno partecipato alle manifestazioni?

Sì, abbiamo alcuni amici che hanno partecipato alle manifestazioni. Uno è stato picchiato per strada ma la gente lo ha salvato. Un altro è finito in carcere e non ha voluto raccontare nulla di quello che è successo. Nessuna parola, non vuole parlarne. Tra ‘altro alcuni picchiatori appartengono ai Bassij, gruppi volontari che si sono formati tra le classi povere e che, ora, hanno acquisito un grande potere. Sono entrati ovunque e, a loro, interessano solo i soldi tanto è vero che, quando ti arrestano, ti chiedono una mazzetta per liberarti. Ahmadinejad è uno di loro com’è stato anche un Pasdaran, un membro della milizia religiosa. Tra l’altro, oltra ai Bassij si dice che nelle piazze ci siano stati anche dei picchiatori stranieri che parlavano arabo. Si dice siano di Hetzobollah, libanesi pagati e a cui è stato fatto il lavaggio del cervello. Cosa importa a loro di picchiare un iraniano?

Da quello che mi dite, sembra che la società iraniana sia molto più avanzata della politica che la rappresenza…

Sì, è vero. Le donne non sono mai state sottomesse in Iran, nella cultura persiana. Solo quando sono arrivati gli arabi le cose hanno cominciato a non andare bene. Pensa che certi colori sono stati vietati, che è vietato uscire da sole con il proprio ragazzo e andare in macchina con un uomo che non sia tuo padre o un tuo parente. Si può essere arrestati anche se un poliziotto considera un vestito troppo provocante…

Però, adesso, siete in Italia. Esiste un’associazione degli studenti iraniani a Firenze?

Sì, esiste l’Asif, l’Associazione degli Studenti Iraniani a Firenze. Ci stiamo organizzando come punto di riferimento per gli studenti iraniani che vengono qua. E’ un’organizzazione che nasce dal basso e aiuta i ragazzi che vengono qui. Abbiamo convenzioni con negozi, bar etc. Non è un’organizzazione politica, ma la situazione è tale che di politica bisogna parlare…

La trasparenza che Massa Comune non vuole

Se facessimo vedere in streaming la seduta del consiglio comunale in nome della trasparenza, allora dovremmo seguire Lidia Bai. il nostro sindaco, ovunque installando webcam nel suo ufficio in Comune, nella Sala della Giunta  seguendola, nel frattempo, con un PC dotato di web-cam e perennemente connesso ad internet quasi ovunque. Se vogliamo la trasparenza. Se vogliamo un gingillo in più, allora, possiamo installare le web-cam in Via Norma Parenti, ma non otterremo altro che portare su internet un deficit di trasparenza che è nella natura della democrazia rappresentativa.

La scatola nera

Nelle democrazie le decisioni vengono prese nella scatola nera, un luogo mistico dove le grandi questioni trovano risposta. Una specie di slot machine che funziona sulla base di domande che vengono accuratamente selezionate e trattate sulla base di una griglia indefinibile di fattori. Lì dentro, non può metterci il naso nessuno perchè è un luogo figurato e, se volessimo trovare la sua collocazione fisica, impazziremmo perchè nella scatola nera confluiscono tante di quelle cose che o sono nella testa dei decision makers (mettici lì una web-cam) oppure in luoghi informali come i bar, le piazze, le feste, le chiese, le logge massoniche etc. dove la gente si incontra e prende davvero certe decisioni. Ficcare il naso lì non è il compito della politica.

Allora, la trasparenza?

Trasformare la scatola nera in una scatola di vetro è impossibile. Ma cominciare a ficcarci il naso e capire che aria tira là dentro è possibile. Basta capire a chi tocca. L’unico vero soggetto che si interessa a guardare cosa succede nella scatola magica del potere dovrebbe essere la stampa libera che, dal momento che non è istituzionalizzata ed ha una funzione legittimante in teoria molto forte, dovrebbe essere là dove le decisioni vengono prese e dove si intrecciano gli interessi anche (e soprattutto) fuori dalle istituzioni. Se la stampa non fa il suo mestiere, non lo deve fare la politica e, meno che mai, le istituzioni stesse.

Allora, che cosa vuole Massa Comune?

L’idea che mi sono fatto della politica massetana da cinque mesi a questa parte è che Massa Comune abbia esaurito il suo ciclo e tenti di spostare l’attenzione su temi di scarso appeal. Tra parentesi, con una popolazione che invecchia rapidamente e, presumibilemnte, scarsa alfabetizzazione informatica, con zone del comune dove non arriva la banda larga, vale davvero la pena spendere soldi pubblici così?

La nostra non guerra in Afghanistan

Ringraziamo i Talebani almeno per una cosa: ci stanno mettendo davanti al fallimento della politica estera e di difesa italiana degli ultimi dieci anni toccando implacabilmente i nervi scoperti di una nazione oramai refrattaria alla guerra e assuefatta alla retorica degli italiani, brava gente.

Cosa dovremmo fare a Kabul ed Herat?

Tecnicamente, la guerra. In teoria,  dovremmo combattere una guerra contro un nemico invisibile e che prende gli ordini non tanto da Bin Laden, quanto da, udite udite, da Dio in persona che ha dettato a Maometto il Corano. Questo significa che dovremmo combattere contro truppe molto motivate e disposte a tutto per servire la Causa fregandocene di amenità come la costruzione della democrazia. Questo è il vero problema che devono affrontare i comandanti sul campo. Le tecniche antiguerriglia sono, oramai,  abbastanza sofisticate. Come entrare nella testa dei Talebani, è un problema che impiegherà sociologi, psicologi e quadri militari per molti anni prima di essere risolto.

Cosa facciamo davvero?

Niente, visto che i nostri soldati operano sotto il Codice Penale Militare di Pace e hanno regole d’ingaggio molto restrittive che dovrebbero servire a rendere costituzionalmente accettabile la missione. In realtà la Costituzione non c’entra dato che quella in Afghanistan è una guerra difensiva. Il vero punto è che le munizioni costano e non possiamo permettercele e che l’ultima guerra che abbiamo combattuto, la Seconda Guerra Mondiale, è un ricordo talmente triste che è difficilissmo, per un politico, sostenere che non siamo operatori di pace, ma parte di una forza d’invasione che è lì a causa di un paio di grattacieli di New York abbattuti da due aerei un 11 Settembre di qualche anno fa. Il che significa che i politici italiani devono giocare due partite a scacchi su due tevoli separati: dimostrare alle cancellerie di mezzo mondo che siamo dei partner militari affidabili, mentre si tenta di tenere buona l’opinione pubblica  prendendola sostanzialmente in giro sulla natura della missione.

Allora?

Il problema autentico è: perchè continuiamo a contribuire alle missioni all’estero? Questo è uno tra i più grandi misteri della storia d’Italia. Una tra le possibili risposte è ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU, il Club delle cinque potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e, secondo il Trattato di Non Proliferazione, uniche potenze nuclari legittime. Da ricordare che del Club fanno parte 4 Paesi del G8, mentre il quinto, la Cina, si sta trasformando nella superpotenza del XXI Secolo. Questa, non è una risposta peregrina visto che la nostra missione UNIFIL, in Libano (2006) era nata sotto quest’auspicio. Un’altra possibile risposta è trovare il compiacimento dei nostri alleati della NATO. Compiacimento che si traduce nelle inutili note di cordoglio che da Bruxelles arrivano ogni volta che muore un nostro soldato.

Problemi connessi

Lo sforzo fatto per trovare queste risposte è stato immane. Ma esiste un problema nel rapporto con la guerra e con la NATO che è difficile da districare e ha a che fare con le nostre linee guida in termini di politica estera che sono un pastrocchio scritto sotto dettatura da Washington e il quartier generale della Gazprom. Questo andamento contraddittorio provoca una grande schizofrenia nelle nostre relazioni internazionali tali che è difficile capire che linea abbiamo sui grandi temi e come intendiamo attuarle. Di sicuro, mandare a morire i nostri soldati senza un perchè.