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Articoli taggati ‘società’

Il Gp di oggi è uno scherzo

Non riesco a capacitarmi di come due lattine di Red-Bull abbiano fatto ingoiare tanta acqua ai signori di Ferrar, McLaren e soci. Questo, credo, derivi dal fatto che nei serbatoi della scuderi austriaca (che, poi, ha la licenza inglese e la fabbrica in Gran Bretagna) siano state messe copiose dosi di energy drink al posto della benzina. Grazie a questo, si spega lexploit di stamattina. Curioso che, nonostante la perdita di ali causata dal nuovo regolamento, la Red Bull sembra mantenere intatte le proprie proprietà alari. Quasi quasi, provo a metterla nella mia Matiz. Solo così, credo, possa diventare all’altezza della A3 del mio vicino di casa.

La Chiesa che vorrei

Febbraio 15, 2009 Francesco Piccinelli 2 commenti

Tornando dalla Messa di stamani, mi sono venute in mente due o tre cose che, da cattolico, mi convincono fino ad un certo punto.

NB, non parlo di teologia, ma di semplice amministrazione e atteggiamento della Chiesa nei confronti del mondo.

Punto 1:

sono rimasto shoccato dall’appello del sacerdote ad iscrivere i propri figli all’ora di religione nelle scuole pubbliche. A parte il fatto che non capisco fino in fondo la ratio dei Patti Lateranensi, unica fonte di diritto pattizia prevista nel nostro ordinamento. In particolare, non capisco perchè la Diocesi debba stabilire chi sia degno o meno di insegnare Religione nelle scuole pretendendo che l’insegnante venga pagato dai contribuenti. Non è questa una grave limitazione della sovranità italiana sul nostro territorio? Direi di sì. E poi, visto che a tanti cattolici, in primis il new comer Magdi Allam, sta tanto a cuore il tema dell’invasione musulmana nel  nostro territorio, non sarebbe forse più produttivo insegnare storia delle religioni a 360 gradi?

Punto 2

Quando la smetteremo noi cattolici di essere i censori dell’umanità? Non è una questione da poco. Da credente, sono stanco che i miei Vescovi spendano soldi (e tempo) a pontificare, lasciando, però, in una profonda solitudine molte delle persone che avrebbero bisogno di aiuto, di assistenza e, in generale, di conforto. Per la serie, a pontificare siamo capaci tutti, ma stare nella società, ascoltarla e capire come intervenire non si scopre stando nella Curia o nelle canoniche. Il modo in cui la Chiesa italiana si è comportata negli ultimi anni, dalla discussione sui Pacs a quella sul Testamento Biologico, non è stato un esempio di apertura e di comprensione di quello che accade nella società che vive e tenta di dare un ordine ad una vita che, col progresso della tecnica e dei mezzi di comunicazione, diventa sempre più complessa e difficile da gestire a un punto tale che anche il momento della morte è problematico da individuare. I casi di Welby e di Eluana sono esemplari.

Allora?

Allora, una soluzione ai problemi della Chiesa potrebbe essere un’apertura al laicato. I laici cattolici, quelli che non indossano il talare, sono coloro i quali forniscono la maggior parte delle risorse economiche mentre la nostra possibilità di intervenire nelle decisioni che contano è pari a zero. Non sono sicuro che sia così giusto dal momento che il laicato cattolico è composto da persone colte, da teologi e da individui dotati di individualità forti e di pensieri autonomi che, alle gerarchie, non sono sicuro piacciano.

Se il bullett non è per nulla magic: Beppe Grillo

Gennaio 11, 2009 Francesco Piccinelli 1 commento

Qualcuno considerava i media come una specie di cannone che, magicamente, colpiva gli ignari spettatori, trasformandoli in automi ipnotizzati che seguivano in maniera acritica quanto detto dalle istituzioni mediali. Questa teoria è stata di moda per tutta la prima metà del XX Secolo e ha inspirato molta arte del Secolo scorso. Ad esempio, in una certa misura, la Metropolis di Fritz Lang è questo, così come lo è, per certi aspetti, 1984. Il trucco, per chi stava dall’altra parte della TV, era quello di puntare le armi dove si doveva, sul punto debole dell’utente e lì colpire senza pietà. Questo ha permesso di spiegare, almeno in superficie, il successo di dittature come il Nazismo che, del controllo dei media aveva uno tra i suoi punti di forza.

Col progresso delle scienze sociali, si è comunciato a mettere in dubbio che le cose funzionassero proprio così. Uno tra i primi a rendersene conto, ad esempio, è Habermass che collega lo sviluppo della stampa alla presa di consapevolezza della borghesia del proprio ruolo e lì si ferma perchè Habermass ce l’ha a morte con la TV in quanto strumento di massa simile più ad pezzo di artiglieria che strumento di cultura. Siamo ancora nel settore magic bullett ma cominciamo a vedere le cose più chiaramente. Arriva McLuhan che, secondo Meyrowitz, assomiglia più ad un profeta che ad un sociologo e, poi, Meyrowitz stesso che comincia a mettere in evidenza una cosa fondamentale: i media permettono di mettere in comunicazione compartimenti stagni incomunicabili tra di loro e permettono di fare esperienze al di fuori del luogo spaziale dove queste avvengono realmente. Siamo nel 1983.

Nel 1995 arriva Thompson che ci dice che non solo i media ci fanno viaggiare nello spazio, ma anche nel tempo: se guardiamo su youtube un cartone animato amerciano degli anni ‘60 non solo non siamo più in Italia, ma siamo anche negli anni ‘60. Inoltre, Thompson mette in evidenza come differenti background culturali implichino differenti interpretazioni di quello che viene passato in TV: è diverso guardare il Dottor House se sono uno studente italiano di 21 anni, piuttosto che un Rabbino sefardita ultraottantenne, piuttosto che un sacerdote Cristiano Ortodosso bulgaro tra i 30 e i 40. L’interpretazione che ne do differisce radicalmente a seconda di chi sono. E, a seconda di chi sono, posso essere più o meno coinvolto da quello che passa in TV. In sostanza Thompson ci dice: occhio, quando guardiamo la TV a seconda del nostro ancoramento alla vita reale, possiamo rimanere più o meno ipnotizzati davanti alla televisione che non è un’arma, ma può essere una grande amica in grado di aiutarci nella nostra vita quotidiana.

Mi è capitato di discutere sulla Travaglio&Co. con un mio vecchio amico entusiasta di questa ditta. Ad un certo punto della discussione è venuto fuori che gli italiani sono ottenebrati da un sistema mediatico asservito al potere. Io, questa asserzione le leggo come un revival della teoria della Pallottola Magica: gli italiani sono delle tabulae rasae sulle quali bisogna scrivere un nuovo verbo contro il tiranno Berlusconi che possiede tutte le armi e che i cittadini non si rendono conto di quello che succede. La gente così viene vista come una specie di fantoccio che non si rende conto, ad esempio, di essere in difficoltà alla terza settimana. La gente se ne rende conto benissimo, tanto è vero che, alle ultime elezioni, ha premiato Berlusconi dopo un anno e mezzo di (ahimè) mediocre governo Prodi. Questa realtà sfugge alla Beppe Grillo Inc. che, scimmiottando un po’ Moore e un po’ i nerd come il tizio della fumetteria della Springfield dei Simpson cavalca l’onda dell’indignazione.

La campagna di Grillo è esplosa quando è partito il suo Blog dando un impulso decisivo all’Internet partecipativo in Italia. Questo Blog è diventato uno tra i più influenti del mondo, è stato per tanti mesi su Wikio il primo Blog in Italia. Tuttavia, manifesta uno tra i problemi che tutti noi blogger nel nostro Paese abbiamo: siamo ancora non molto capaci di ragionare in maniera cross-mediale. Il gruppo di Marco Travaglio è nato solo ora, esiste un fan-club di Beppe Grillo su facebook, ma sostenere un blog senza altro non è possibile e continuare a gestire una posizione di preminenza è impossibile soprattutto riproponendo le stesse cose e gli stessi contenuti. L’idea è che, comunque, basti scrivere quotidianamente e la gente, in qualche modo, seguirà. Così non ha funzionato, in quanto Grillo ha creato una nicchia sì solida, ma incapace di espandersi per tutta una serie di ragioni, ad esempio che le persone hanno molto da fare.

Beppe Grillo non se ne rende conto, ma ha messo in moto un meccanismo diverso rispetto a quello che voleva attivare: l’adesione nei confronti delle idee dell’ex comico segue più i meccanismo del fandom, piuttosto che quello della politica classica. E attivare meccanismi del genere in un contesto non spettacolare come la politica significa cercare sempre qualcosa contro cui sparare addosso come se la politica fosse un telefilm che i cittadini guardano in maniera passiva e acritica. Per questo, Beppe Grillo, che cercava di colpire la massa dove credeva la massa più debole, ha ingabbiato un gruppo di fan che, tra l’altro, sono disposti a consumare prodotti che vengono messi in circolo dall’oggetto di culto garantendo reddito: ecco chi finanzia Beppe Grillo.

Ci sarebbe molto da dire, ma pensare, alla luce di quello che abbiamo scritto fin qui che Grillo è il nuvo e che bisogna seguirlo, credo faccia bene a vedere, ad esempio, la promozioni di heros e, in generale, le modalità di partecipazione che, oltreoceano, stanno accompagnando i telefilm di più moderna concezione. Guardare quello e vedere le finalità con cui vengono portate avanti, confrontate con la sidebar di Beppegrillo.it ci fanno molto pensare sui reali obiettivi dell’ex comico genovese.

Il call center olandese

Ricorderò per sempre quella volta in cui telefonai al 187 in quanto il mio router si era bruciato e, una volta messo in contatto con un tecnico e spiegati i miei problemi, questo maledetto tecnico mi riattaccò in faccia.

Oggi, ho telfonato in Olanda per cambiare i riferimenti della mia carta di credito e pagare il mio abbonamento al Time. A parte qualche problemino con Skype, mi ha risposto una gentilissima  e simpaticissima (forse anche biondissima) ragazza con un inglese da fare invidia che mi ha risposto e mi ha pure RINGRAZIATO.

Va bene che l’universo dei call-center in Italia assomiglia più ad un girone dantesco che ad un ambiente di lavoro, ma sarebbe bello che, nonostante la bassa paga, i colleghi italici della olandese di cui sopra si comportassero un po’ più professionalmente.

Cosa rimane del 2008?

Dicembre 29, 2008 Francesco Piccinelli 2 commenti

Il mondo non se la passa molto bene: la fine della tregua a Gaza, la crisi economica che ci fa tutti sentire come sulle montagne russe quando il trenino arriva in cima e viene lasciato andare, crisi che cambierà sicuramente il modo in cui noi guardiamo il mondo e noi stessi,  non contando il nostro modo di vita che deve, per forza, cambiare. L’american way of life è finto. L’era del consumo generalizzato è morta, forse e, mentre ci si chiede come riportare fiducia nei mercati e, soprattutto, nei cuori delle persone, molte di queste tentano, come sempre di andare avanti conducendo una vita il più decoroso possibile alla fine della quale c’è l’inevitabile.

Quest’anno, mi è capitato per la prima volta di vedere morire una persona, mia nonna. Il decesso è avvenuto in una mattina di novembre all’alba nella solitudine di una casa di riposo retta da un personale fatto di gente fuori dal comune. Non ho assistito alla sua dipartita dal vivo, ma l’ho vista  soffrire e ho visto il suo cadavere nelle ore successive. Credo che vedere una persona morta sia una tra le esperienze più istruttive che si possano fare. Cos’è la nostra vita in confronto alla morte? Siamo come impiccati ad un patibolo in attesa che qualcuno tagli la corda, una volta finito il supplizio, oppure i nostri limiti possono essere uno stimolo per contribuire, seppur in minima parte allo sviluppo del mondo?

Io credo alla seconda opzione in quanto in un momento di crisi economica (e non solo) dobbiamo avere il coraggio di credere in qualcosa. Investire la propria fiducia in qualcosa non è semplice in quanto il fallimento è dietro l’angolo. Tuttavia, se uno tra i più grandi geni del nostro tempo, Steve Jobs, nel suo discorso per la laurea honoris causa ha affermato la necessità dell’uomo di credere in qualcosa. Non si tratta qui solo del rapporto dell’uomo con il trascendente, si tratta di tentare di dare un senso alle nostre vite.

Sono rimasto commosso dalle prime parole del discorso di Obama appena eletto nel quale affermava che in America tutto è possibile. Il mio sogno è che tutto diventi possibile anche da questa parte dell’Oceano, in particolare nel nostro Paese e per farlo dobbiamo avere il coraggio di credere in noi stessi e mettere in discussione un sistema vecchio dove non si fa altro che proporre vecchie soluzioni per nuovi problemi. Questo, il nostro più grande problema che non è solo proprio della classe dirigente, ma anche della società civile. Basta guardare come si è sviluppanto il dibbattito pubblico sulla sorte di Eluana, i risultati delle ultime elezioni e la trattativa sul piano europeo per le energie rinnovabile che poteva essere l’incentivo definitivo per far entrare il nostro Paese nell’Economia della Conoscenza e, invece si è trasformato in un valido compromesso che manca della principale benzina che deve avere ogni rivoluzione politica, l’ambizione, la voglia di puntare in alto.

Questo è anche un problema di noi giovani. Quanto sono alte le aspettative che nutriamo nei nostri confronti? Dalle mie litigate su fadders con qualche simpaticone (leitmotif dell’anno) sembra nessuna. Parlando con i miei colleghi faccia a faccia, la realtà si fa più sfaccettata. Abbiamo una gran paura di vedere cosa c’è dopo la laurea. Dopo questa piccola grande morte non sappiamo cosa ci sia e questo è causa di grande stress. Tuttavia, questo non ci impedisce di sognare e di tentare di gettarci in una mischia che ogni giorno sembra più caotica resa tale anche da interventi sull’Università fatti con la perspicacia di un bradipo e la rudezza di un taglialegna che hanno disorientato ancora di più noi giovani.

Nonostante tutto, sono convinto che andrà tutto per il meglio. Non tanto perchè sono giovane e, quindi, ottimista per necessità di ruolo, quanto perchè i momenti di passaggio sono quelli che permettono di capire cosa va da cosa no, cosa portarci dietro del presente e cosa buttare via. Di sicuro, il vecchio in momenti come questo, deve essere spazzato via e si deve lasciare spazio ad altre persone, giovani, preparate e che hanno fame di realizzarsi e questo qui fa paura.

Tanto muoriamo, comunque, ma questo non deve fermarci perchè, d’accordo muoriamo e tutto davanti alla morte sembra perdere di signficato, ma uno dei tratti genetici della nostra civiltà, dai greci ad oggi, ci obbliga a fare qualcosa per lasciare, comunque, una piccola traccia del nostro passaggio qui sulla Terra e non vedo perchè dobbiamo smettere proprio ora.

Felice anno nuovo, a tutti.