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agosto 8, 2006
MOTOCICLISMO
                                                                      
 
 
 
Un cavallo. È fermo nel suo box. Attende. Lo stalliere sta per svegliarlo. Il suo cavaliere è poco più lontano. Anche lui. Aspetta. Abbassa la visiera del suo elmo. Non più di acciaio. Catene di polimeri. Lo stalliere arriva. Nutre il cavallo aprendo una fessura. Basta far girare la ruota posteriore. Il cuore si accende. Altri cavalli. Novemila caroselli al minuto. Tra le carene. Cavalli d’acciaio.  Bollente. Pronti a galoppare sull’asfalto. Nero. Il cavaliere si aggiusta l’armatura. Non è ferro. Solo pelle di canguro. Seconda pelle. Abbraccia il suo mezzo. E vi si stende. È amore. La carriera sta per cominciare. Basta ruotare il polso. Escono dai box. Un giro. E sono di nuovo tra i canapi. Il mossiere accende il semaforo. Venti moto. Tra un minuto passeranno su quel rettilineo. Velocissime. Più  del pensiero del loro pilota. La mossa è valida. Il nitrito dei cavalli è terrificante. Il gran ballo ricomincia. È una danza irripetibile. Esaltante. Poi, la curva. E ci si incolonna. Fino alla prossima staccata. È così. Per quaranta minuti. Di vite appese ai freni. E ai manubri. Emozione. Uomini e il loro mezzo. La tecnologia non basta. Sempre più veloci. Qualcuno cade. Giace nella sabbia. Domenica prossima si correrà ancora. Senza di lui. 
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