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Antigone

agosto 16, 2006
 
Tebe festeggiava. Polinice era morto con Eteocle. Creonte regnava sovrano. Sulle sette porte di Tebe stava scritto: “Gloria ad Eteocle, disonore a Polinice”. Polinice giaceva nella sabbia. Aveva ancora la lancia piantata nel petto. Il suo scudo era nero, come la pece, come il suo cuore: aveva tradito la città. Le cenere di Eteocle erano state già poste sotto il vaso e riposavano in pace. Sul vaso, figure nere raffiguravano la sua morte. Ismene e Antigone erano nella necropoli. Il cielo si era annerito. Pioveva. Il cielo piangeva: Creonte aveva ordinato che Polinice non fosse sepolto e rimanesse a marcire vicino alle mura della città. Gli Dei erano adirati. Pioveva su tutta la tebaide tranne il corpo di Polinice, illuminato da un raggio di sole. Tutto quello che accadeva fuori accadeva dentro il cuore di Antigone. Solo una cosa si doveva fare per rasserenare il cielo e il suo cuore: seppellire Polinice. “Sei pazza”disse Ismene ”non puoi contraddire Creonte. Lui è il capo della città. Noi siamo donne, deboli, indifese. Ci spazzerà via: basterà che dica una parola e noi saremo morte. Non capisci? Perché rischiare: l’Ade non è tanto un bel posto. Forse sta meglio là dove è. E, anche se ci provassi, il cadavere sarà presidiato dagli scagnozzi di Creonte e non ce la potrai mai fare.”.
“Non ti obbligo a seguirmi” Antigone stava in piedi, bellissima. Come Atena, appoggiava la testa ad un bastone, mentre la bianca veste le arrivava fino ai piedi e si divideva in tante pieghe uguali e verticali da assomigliare più a una colonna che a una donna. Grave infatti era il peso che doveva sopportare: disobbedire alla legge di Creonte. Quasi un dio. Costui, intanto, si beava della sua legge e la ripeteva a gran voce:”Io Creonte, cognato dell’incestuoso Edipo, per questo di sangue non solo nobile, ma anche puro, proclamo solennemente che chiunque si azzardi a cospargere del minimo strato di polvere il corpo del fu Polinice, verrà ucciso nella maniera che Creonte stesso deciderà, nel nome del bene della città.” Un cartiglio con scritta questa legge era stato scolpito sotto il bassorilievo che raffigurava la sconfitta della Sfinge da parte di Edipo. La città mormorava.Scese la notte. Creonte banchettava con i Polemarchi. Presente era anche Tiresia: ”Il lògos parla, Creonte. La tua legge è malvagia. Non ascoltare me, ma ascolta il lògos che ti impone di distruggere questa legge. Se non lo farai, nulla potrà o vorrà evitare la tua fine, nemmeno gli Dei immortali che pure sottostanno al lògos e ne eseguono gli ordini, non come te, Creonte, che svilisci i suoi insegnamenti e la sua dottrina.”. Udito ciò, Creonte ordinò all’aedo di recitare un’elegia. La notte procedeva. Creonte dormiva: non temeva Tiresia. In verità non lo aveva ascoltato. facile ascoltare i profeti di vittoria, difficile quelli di sconfitta. Anche Ismene dormiva. Per lei Polinice quasi non era mai esistito. Antigone era sveglia. Nella destra, teneva un sacchetto pieno di terra. Partì. Il corpo di Polinice era già stato sfregiato da bestie di ogni genere. Le guardie si erano allontanate per il puzzo: ad Antigone non bastava vincere le leggi di Creonte, doveva lottare anche contro il fetore che esse provocavano. Prese il sacchetto e lo svuotò sopra il fratello. Giustizia era fatta. Fu scoperta e, mentre tentava di tornare a casa, fu arrestata e accompagnata in prigione: meglio non svegliare Creonte, la sua ira avrebbe potuto essere superiore a quella di Zeus, dicevano le guardie. Antigone non oppose resistenza. Si stese sul pavimento. Dormì serena.
E il gallo cantò . Le guardie svegliarono Antigone e la accompagnarono davanti a Creonte. Lo scriba la annunciò cantilenando: “Ecco Antigone, accusata di aver trasgredito alle sacre leggi del divino Creonte avendo sepolto l’infausto traditore, il fu Polinice colta in flagranza di reato. A te, o buon Creonte, la scelta della sua morte." Presente all’udienza era anche il popolo di Tebe e, tra essi, Tiresia che disse: “Creonte, non ucciderla: la tua legge è sbagliata e tu sei uno stolto. Il lògos è l’unica legge che devi rispettare e, sulla base di questo, devi scrivere leggi pie, non empie come la tua ultima.”
“Povero pazzo” sussurrò Creonte agli anziani. Cominciò a rivolgersi ad Antigone: “Cara nipotina. Che piacere vederti. Come stai? Così non solo Tiresia è pazzo in questa città, ma anche Antigone che, come Eteocle e Polinice, è frutto di incesto. Non è così? Forse è proprio per questo che sia tu che Polinice siete così pazzi e irrequieti e mi viene da pensare che non siate tutti e due figli di mio cognato. Ops…eravate, visto che il tuo caro fratellino Polinice è morto ed empiamente sepolto. Cosa vuoi dire in tua difesa?”
“Creonte, zio diletto, tutti noi sbagliamo. Anche tu in questa occasione hai sbagliato poiché hai violato le leggi non scritte che sono più importanti delle tue e di quelle di qualsiasi uomo, chiunque le scriva. Si chiamino massime, lògos, comandamenti esse vengono se non dagli Dei, quantomeno da un Dio che le ha scritte in nome della lealtà e della fratellanza. Polinice ha sbagliato, movendo guerra contro di noi ed Eteocle ha sbagliato ad ucciderlo. Ma questo non è importante. Io ho riparato agli errori dell’ uno e dell’altro, permettendogli l’accesso al luogo dove le colpe degli uomini non contano, dove non si è giudicati. Probabilmente non sarà un bel posto, ma sarò fiera di andarci avendo compiuto il mio dovere verso gli uomini, gli Dei e il Cosmo perché questo ho fatto, mentre tu, zio, ti sollazzavi tra canti, balli e vino i quali a nulla servono se non a pacificare i sensi per poi renderli ancora più bisognosi di tali diletti. Per la tua superbia, Creonte, hai forzato l’ordine cosmico e verrai punito. Ho udito quanto qui ha prima detto Tiresia e so ciò che ha detto durante il banchetto. Sarà bene per te ascoltarlo e fare quello che dice. Di me, fai ciò che vuoi.”
“Tutto qui?”disse Creonte”Visto che ti piacciono tanto le sepolture, allora, credo che ti rinchiuderò in una delle grotte che stanno sotto Tebe. Nella più profonda, cosicché tu capisca in quale caverna si è chiuso il tuo raziocinio. Morte a te e alla stirpe di Edipo!”
Andò a banchetto. Era il mezzogiorno. Tiresia era presente – come, del resto rifiutare a pranzo l’indovino della città? – e disse: ”Ravvediti, Creonte. La morte e lo scandalo stanno per tornare a Tebe. Lo dice il lògos e tu devi ubbidire. Non puoi mancare di rispetto a ciò che regge il mondo, soverchiandolo con le tue regole. Vuoi sapere quello che succederà da qui a poco tempo? Morirà Antigone, morirà tuo figlio, poi tua moglie e, infine morirai tu e per tua stessa mano: ti ucciderai e sprofonderai nelle tenebre che tu stesso hai creato. Non vedrò la luce che voi comuni mortali tanto ammirate e, ne sono sicuro, Antigone non la rimpiangerà, ma vedo quella del lògos e, grazie a quella, vivo meglio di te e tutti i gli uomini messi insieme. Atena mi fece un grande dono: mi dette la sapienza, come a chiunque abbia il coraggio di vederla svestita. Il suo corpo è il lògos e, una volta visto , non si può  non continuare a vederlo. Creonte, tu sei un cieco che ha bisogno di una guida: quando rifiuti il sostegno e l’aiuto di chi vede per te, cadi e non puoi rialzarti. Come ti ho detto, se continuerai su questa strada, così sarà.  Addio.”
Creonte continuò a ingozzarsi.  
Antigone venne portata via. Ismene le abbracciò ginocchia implorandola di portarla con se. Antigone non la degnò di uno sguardo e partì. Le fu offerto da mangiare: l’ultima cena. A palazzo, casa sua. Ricchissima.“Bella sarà per me la morte: mentre voi morirete seguendo questo o quello, questa o quest’ altra cosa, cercando di ingozzarvi come capponi. Io invece sarò felice di morire appartenendo a me stessa” Così disse. Fu portata in una stanza. Il letto era d’oro e tutte le pareti decorate con bianche sculture.”Bella sarà per me la morte. Voi morirete schiacciati da tutto questo oro e da tutte queste statue. Io, invece, morirò sotto il peso di nulla. Anzi, la vita che mi aspetta è di sicuro migliore di questa.” Passarono tre ore. Antigone le passò dormendo sul letto. Fu svegliata da un’ancella e accompagnata via. I polsi non le furono legati. La veste era sempre candida. Fu chiusa dentro la caverna indicata da Creonte. La città piangeva. Ecco il tramonto. Creonte rideva. Antigone era al buio, sola. Disse:“È buio qui e fa freddo. Perché, Creonte, mi hai chiusa qui. Che leggi ho trasgredito? In cosa ti mancai di rispetto? Ho solo fatto ciò che dovevo: dare pace a mio fratello. Polinice, adesso riposerai in pace e presto ci rivedremo. Saremo ancora io, te ed Eteocle. Come un tempo, quando eravamo bambini e, solo per noi, risplenderà la luce nell’Ade poiché noi saremo di nuovo insieme: né argivi né tebani o qualsiasi altra cosa. Solo fratelli e sorella. Creonte mi ha già seppellita. Tra poco ci riuniremo, basterà che mi getti nell’abisso e sarò di nuovo con voi. Né Creonte , né gli Dei potranno impedire la nostra felicità, anche laggiù dove chi visse bene è alla pari di chi visse male. Ma non importa. Sono sull’orlo del precipizio. Addio Emone, addio Tebe. Addio mondo. Che ne sarà di te? Quante ingiustizie dovrai sopportare senza che nessuno provi a difenderti? Innumerevoli ti aspettano e non mancherai di chiederti il perché. Ho provato a difenderti, ma ho perso. No, invece: ho vinto, poiché vivere sotto Creonte e le sue empie leggi è peggio della morte” Si buttò nel baratro. Morì. Era notte. Emone era a palazzo: “Dov’è Antigone?”
“Nella caverna”
“Tirala fuori”
“Ho deciso”
“Hai sbagliato”
“Io non sbaglio mai”
“Solo il lògos non sbaglia, padre.”
“il lògos sono io, Emone. Io sono il re sovrano di tutto ciò che vive e muore a Tebe e nessuno può contraddirmi a meno che non voglia morire.”
“Sei disposto ad uccidere tuo figlio in nome di una bestemmia?”
“Non è una bestemmia. Cosa credi, che lasciare un uomo insepolto, in balia degli animali e dei vermi sia bello o chiudere Antigone là dove è mi risulti divertente? O, in altre parole, credi che sia divertente fare il bene di una città assediata? No. Non lo è e, anche se qualche volta violo quello che voi chiamate lògos, che problema c’è? Dove è che si ode questo lògos? nei templi, in teatro, sotto l’effetto del vino? Il lògos non esiste, Emone e te ne renderai conto quando starà a te salire sul trono di Tebe anche senza quella stupida di Antigone.”
“Non accadrà mai senza di lei. Cosa ha fatto di male? Ha solo rispettato quella legge immortale che ha affrancato l’uomo dalla bestialità. Bestia, infatti, è chi si rifiuta di dare pace ad un uomo o una donna che ha servito la città. Magari costui o costei la hanno servita dalla parte sbagliata, ma la morte cancella tutte le colpe e non ha senso punire i vinti anche quando questi non sono più vivi.” Emone andò da Antigone. Era un guerriero forte e valoroso: non ebbe problemi a scavare la terra che chiudeva la caverna. Entrò. La caverna all’inizio si inoltrava ortogonalmente rispetto l’altezza della montagna e, dopo qualche cubito, sprofondava in maniera verticale nell’intimo della terra. Emone capì che lì era andata Antigone. Tornò. Si fece tagliare le vene con piccolissime incisioni. Ebbe il tempo di andare da Creonte e, tra le molte cose sagge, disse :”Non sono io che muoio, ma tu ad uccidermi”. La moglie di Creonte scese dalle sue stanze e vide Emone morente. Piangendo, vi tornò per non scenderne più. Creonte era solo. L’unica candela che illuminava la stanza era quasi finita, mentre le sue mani si tingevano di rosso. Arrivò un messaggero. Cantilenando disse: “O magnanimo Creonte, gli anziani di Tebe hanno nominato Tiresia Legislatore e ti hanno deposto. Entro una settimana devi lasciare la reggia” il messaggero se ne andò. La notte stava per finire. La fiamma candela stava per dare gli ultimi sussulti. Creonte aveva le mani sporche di sangue e urlava “Povero me. Emone, Euridice, Tebe dove siete?” mentre vagava nella reggia. Tutta la città sentiva le sue grida.”Le mie mani!. insanguinate. Che idiota sono stato. Tiresia, come posso recuperare quello che ho perso. Amici tebani, perdonatemi per la pena che vi ho provocato. Tiresia avevi ragione” Tiresia aveva ragione. La lancia di Eteocle faceva bella mostra di sé nell’atrio: “Questa lancia ha difeso già una volta Tebe e lo farà ancora” La prese e se la infilò nell’addome sazio di vino e banchetti. La candela era finita. La notte pure. I raggi del sole avevano spazzato via le molteplici stelle per ricondurle all’unico principio come Tebe che, ricongiungendosi con il lògos, era rinata. Era in festa. Sulle sette porte stava scritto: “mai il lògos sia violato.” Creonte fu sepolto con la sua famiglia, tranne Emone: le sue ceneri, come quelle di Polinice furono gettate nel baratro. Tutto era compiuto. Il sole da Tebe non se ne sarebbe mai più andato. Il lògos neppure.                  
 
 
 
                    
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