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Il Kossovo e le frontiere calde

dicembre 1, 2007

Il Kosovo. Ci è costato un sacco di soldi liberarlo, abbiamo ucciso, alla zittina, Milosevic ed ecco il risultato di tante premure: onesti padri di famiglia serbi ed albanesi stanno ripulendo il kalasnikov con relativa baionetta tenuto nascosto in giardino per quasi dieci anni per sparare al vicino di casa che o prega guardando alla Mecca o si reca al monastero ortodosso. Tutto come sempre, da quando nel Kossovo i serbi persero contro i turchi, trasformando una sconfitta campale in una battaglia del Piave. Sono passati quasi seicentootto anni dalla battaglia di Kosovo-polie e siamo ancora lì a  tentare di dare una stabilità ad un’area che della stabilità se ne frega. Se ne frega anche perchè le varie fazioni sono sempre state sponsorizzate da questa o quella potenza straniera. Era così anche novant’anni fa, quando da Sarajevo partiva il primo conflitto modiale, è così ora quando per la Serbia si sta spendendo la Russia, mentre per gli oppressi di turno noi occidentali. Ma il Kosovo è solo una parte di un ordine mondiale che deve risolvere tanti nodi, dal centroasia al medioriente. Le cortine di ferro, antinomia della globalizzazione, esistono. Gli attori sono sempre gli stessi: USA e Russia con quest’ultima che si trova accerchiata e non perde occasione di fare la voce grossa autorizzata da risorse energetiche che ci fanno comodo. Le premesse per una frittata mondiale ci sono. Speriamo in bene.

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