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La guerra e la politica

febbraio 28, 2008

Ho frequentato un corso di Stuti Strategici. Meglio, lo sto frequentando: Clausevitz, Jomini, Liddle Hart, Vob Bulow, Paret, Aronne, Duhet, Machiavelli. Parlando di queste persone, si scoprono tante cose interessanti. Una delle più interessanti è che lo stato viene formato dalla guerra. E’ con la guerra che si formano gli stati ed è dalla guerra che i popoli distinguono le loro sfortune dalle loro sfortune. Sembra quasi che la violenza organizzata sia come un conto da pagare. Un conto da pagare a chi e perchè? Il conto viene pagato alla politica perchè che ha perso non è stato in grado di piegare la volontà dell’avversario essendo questo lo scopo della guerra. La guerra, abbiamo detto, è uno scontro di volontà. Riflettendo a pieno su questa affermazione emergono cose molto interessanti: se la guerra è uno scontro di volontà, allora assomiglia molto da vicino ad un linguaggio la cui grammatica è il sangue e la violenza. La violenza e il sangue sono due elementi della natura umana così come le primitive forme di linguaggio il quale permette di chiarificare eventuali equivoci derivanti da attitudini linguistiche non molto ben sviluppate risolvento piccoli conflitti che, altrimenti, porterebbero ad una serie di azioni sconsiderate aventi come obiettivo la distruzione fisica di un eventuale interlocutore B che abbia a che fare con un interlocutore A. La politica, di conseguenza, deve essere considerata come il linguaggio con cui normalmente si esprimono i partecipanti ad un processo politico. Quando il processo politico raggiunge un punto in cui le rivendicazioni di uno dei soggetti diventano inaccettabili, ecco che le note diplomatiche si appesantiscono cambiando il loro materiale dalla carta delle note diplomatiche al piombo dei proiettili di artiglieria. Il fatto che questa continuazione del processo politico costi vite umante è solo una disquisizione per raffinati. Questo sistema, questo modo di fare la guerra, è alla base dei rapporti tra stati. Se la Serbia non muoverà guerra contro il Kosovo, di fatto, ne riconoscerà l’induipendenza. Questo esempio, apparentemente scollegato dal resto del discorso, ci fa apprezzare quanto una guerra sia una forma molto raffinata di linguaggio. Il processo politico in quell’area dei Balcani si è sviluppato per più fasi: Slobodan Milosevich compie una serie di azioni che i kosovari considerano pulizia etnica, gli Stati Uniti si fanno carico della questione coinvolgendo la Nato. Nasce una trattativa diplomatica inconcludente, iniziano le operazioni militari, la Serbia perde la guerra, l’Alleanza Atlantica assume il controllo del Kosovo e, pochi giorni fa, il Prlamento di Pristina ha proclamato la propria indipendenza. Il fatto che i cannoni di Belgrado tacciano fa molto rumore perchè significa che la Repubblica del Serbia e Montenegro non può nulla per impedire il formarsi di un nuovo stato. Evidentemente, una tale umiliazione non è sufficiente a mobilitare la piccola repubblica ex-jugoslava. Su questi problemi si potrebero scrivere libri interi, solo che mi piaceva condividere questi piccoli pensieri in un momento storico nel quale gli eventi bellici e le loro conseguenze non sono chiari ai più.

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