Skip to content

Ha senso???

maggio 21, 2008

Massa Marittima è un ridente borgo medievale. La sua storia medievale è simile a quella di tante città italiane intorno al XIII-XIV Secolo: prima, la dominazione feudale, poi, la fondazione del Libero Comune. Come in molte città comunali, l’esercito veniva scelto tra la cittadinanza: a disposizione del Podestà, erano circa 200 uomini, forniti dalle 15 società che venivano individuate all’interno dei terzieri, le suddivisioni territoriali della città. Le truppe, formate dai cittadini, erano costituite parte da balestrieri o arcieri a cavallo, balestrieri o arcieri a piedi e vari altri tipi di fanteria come pavesari e guastatori. Le truppe più interessanti sono quelle armate con la balestra. Tali armi, probabilmente importate da Pisa, venivano custodite dal Magister Balistrarum il quale le assegnava, tramite due funzionari scelti, agli uomini disponibili in caso di guerra o, comunque, di necessità. Una di queste necessità era, ad esempio, l’addestramento: quella che viene definita come balestra italiana da posta è un’arma molto potente e complessa che va saputa usare. Tuttavia, l’addestramento militare si è, progressivamente, trasformato in un gioco, in un’attività, si legge in un documento della metà del XV secolo, che sia […]qualche esercizio lodevole[…]

Un tempo, l’addestramento militare veniva visto come un momento di aggregazione sociale della comunità. Prepararsi alla guerra, significava prepararsi a difendere la libertà della Civitas identificata da alcuni simboli, come potevano essere la torre dell’orologio, il palazzo del Comune etc. La comunità cittadina si identificava in qualcosa che aveva delle connotazioni tali da rendere sopportabile qualsiasi sacrificio per essere difeso. Oggi, a Massa Marittima, si continua a celebrare il Balestro del Girifalco, rievocazione storica della manifestazione riferita dalla sopraccitata delibera e, anche oggi, è un momento molto importante di aggregazione della comunità. Tutto questo evidenzia come, nella nostra tradizione nazionale, la società civile, la società della civitas, sia stata molto vicina alla componente militare dello stato. Anzi, tutto ciò dimostra come i termini cittadino e soldato potessero essere, in una certa misura, intercambiabili: si era cittadini in quanto in grado di difendere la città. In una società che si sia dotata di istituzioni democratiche il dovere di difendere la nazione da parte di ogni cittadino diventa sempre più stringente tanto da essere citato in numerose costituzioni, inclusa quella Italiana[1]e molta della nostra storia e della nostra mitologia nazionale è stata sviluppata a partire dalle gesta di milizie irregolari come le Camicie Rosse garibaldine o come le brigate partigiane che hanno operato a nord di Roma tra l’Otto Settembre e il Venticinque Aprile. Si tratta in entrambi i casi di volontari che sposano la causa della Nazione mettendo a rischio anche la propria vita. Tuttavia, queste sono milizie irregolari, non inquadrabili all’interno di un contesto come quello delle canoniche Forze Armate vere, autentiche e uniche custodi dell’integrità della nazione.  Tuttavia, la capacità dello strumento bellico di garantire l’integrità della nazione sono state, spesso, di dubbio valore. Un avvenimento tragico come l’Otto Settembre non è semplicemente concepibile in altre tradizioni: il Giappone, già sconfitto, è stato bombardato con due ordigni atomici per essere costretto alla resa. Un evento del genere è stato possibile non solo per una mancanza di professionalità dei militari, ma anche perché la politica si è completamente disinteressata delle sorti del Paese. Spostare la Corte sabauda e il governo da Roma a Brindisi non è stato un segno di attenzione nei confronti delle sorti del Paese. A oltre sessanta anni dai tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale, le nostre Forze Armate sono scomparse dalla vita pubblica del Paese, probabilmente per la paura di essere schiacciati da un passato ingombrante fatto di una politica estera aggressiva, caratteristica di tutto il Ventennio fascista. Come ha evidenziato Giovanni Bechelloni, sulla scorta di Esward Shils[2], si è confuso per molto tempo il concetto di nazione con quello di nazionalismo. Questo ha portato a fare sì che anche temi di primaria importanza, come le modalità attraverso le quali garantire la sicurezza nazionale scomparissero dal dibattito pubblico. Questo processo è verificabile. Tuttavia è semplicemente intollerabile, oltre che inconcepibile, che un evento come l’Otto Settembre si sia verificato: migliaia di soldati hanno abbandonato le armi o si sono arresi senza sparare un colpo, al di là del fatto che il governo fosse impopolare o si fosse comportato in maniera indegna abbandonando Roma. Evidentemente, ci deve essere un bug nel nostro Paese. Una incapacità da parte dei singoli di identificarsi nella Nazione italiana e nell’incapacità di capire quale responsabilità questa abbia nel mondo. Non si tratta di inventare nuovi nazionalismi, si tratta di prendere atto che l’Italia viene da tremila anni di storia. Quello italiano è uno tra i popoli più antichi del mondo. L’Italia la patria del diritto e di molte altre cose che, tuttora, ci circondano e caratterizzano il periodo storico in cui viviamo. Tuttavia, è stato come se Paese e classe dirigente non si siano mai capiti tra loro. Perché devo morire per uno Stato che non mi appartiene, al quale non appartengo? Probabilmente è quello che hanno pensato molti soldati italiani quando, in quel tragico Settembre 1943 hanno fatto la scelta di arrendersi o disertare e questo deriva dal fatto che molti italiani, anche oggi, considerano l’essere italiani una mera casualità storica. L’aver fatto riferimento a miti tutto sommato elitari come il Risorgimento[3] oppure che hanno riguardato solo determinate parti d’Italia, come la Resistenza significa aver perso quasi totalmente di vista quello che l’Italia rappresenta nei confronti di sé stessa e nei confronti del Mondo e che è immediatamente percepibile visitando il più piccolo dei paesini che caratterizzano dalle Alpi alla Sicilia il nostro Paese. La consapevolezza di noi stessi e della nostra storia significa mettere in circolo una serie di energie nuove, un senso di appartenenza utile per tutti, soprattutto per chi, in prima persona, deve difendere il nostro Paese. Un esercito senza una società civile che lo sostiene è come una squadra di calcio senza tifosi. Non ha motivazioni e non riesce, sostanzialmente, a capire perché deve uccidere altri esseri umani mettendo la propria vita a rischio. Tutto questo genera frustrazione e disaffezione alla causa comune. Risolvere il problema dell’Italia con il proprio patrimonio culturale sarà la principale sfida del nostro paese in un periodo caratterizzato dalla globalizzazione e partire dalle scuole, insegnando la Costituzione, l’inno nazionale, ma anche la storia dell’Italia non come italietta, ma come una storia portatrice di innovazioni e motrice di buona parte della cosiddetta civiltà occidentale può essere un contributo in questo senso. Solo così, si potrà cominciare a dibattere del nostro destino sotto una nuova luce e parlare in maniera seria e non ideologizzata anche delle nostre Forze Armate.   



[1] Art. 52 Costituzione Italiana;

[2] G. Bechelloni, Diventare Italiani,  Ipermedium Libri, Napoli 2003, Cap. Biennio Fatale, par. Il processo di nazionalizzazione degli italiani

[3] Bechelloni, Op. Cit. Cap. Italiani paragrafi: Pensare l’Italia e gli italiani

Annunci
One Comment
  1. maggio 21, 2008 3:52 pm

    Ciao. Che ne dici di riportare anche qui l’iniziativa dell’urban blog di Palermo, con la quale si vuole commemorare il sacrificio di Giovanni Falcone, esortando i commentatori a raccontare dov’erano il 23 maggio 1992, alle 17:58?

    Ecco il link di riferimento:
    http://palermo.blogolandia.it/2008/05/21/23-maggio-1992-ore-1758-tu-doveri/

    Grazie in anticipo ed attendo lì anche la tua testimonianza.

    Walter Giannò

I commenti sono chiusi.