Skip to content

Nixon e Obama, i campioni del cambiamento

agosto 31, 2008

Questa mattina ho guardato il canale Tv della Voice of America mentre veniva mandato in diretta dal 1968 il discorso con cui il signor Richard Nixon accettò la nomination per la candidatura alle elezioni presidenziali di quell’anno. La prima cosa che mi ha colpito è la struttura del podio drammaticamente simile al banco dal quale i presidenti si rivolgono al Congresso. La seconda, un passaggio chiave del discorso nel quale Nixon metteva in evidenza come, alla fine degli Anni ’60, si dovesse restituire dignità all’America corrotta, senza moralità e fosse necessario ripristinare l’esempio dell’america nel mondo e dare nuovo vigore al sogno americano. Quaranta anni dopo, come stanno le cose? Oggi c’è un candidato nero che, da uno stadio con una scenografia a metà tra il Lincoln Memorial e la Casa Bianca, parla di un sogno americano sgonfiato e da rinvigorire, di un’America che deve diventare un esempio nel mondo etc. Guradando la VoA, stamani, mi sono venute in mente per un attimo le parole di un potenziale finanziatore di Obama il quale affermò al Time che Barak non gli aveva fatto una grande impressione che, per lui, non era semplicemente un altro politico. Per questo, aveva dirottato i suoi dollari verso la Clinton e, sinceramente, faccio fatica a dargli torto. Dire che la politica è sempre uguale a se stessa mi sembra una scorciatoia poco interessante. La cosa più intelligente che mi viene da dire in proposito è che forse, quaranta anni fa, le cose erano abbastanza simili ad oggi, per quanto riguarda gli Stati Uniti: erano impantanati in Vietnam, stavano cominciando a risolvere i problemi dell’integrazione raziale, gli anni ’60 e la loro energia stavano scemando. Oggi, la situazione è simile in quanto laggiù tanta gente rischia di vedersi pignorare la casa, la più micidiale macchina bellica della Storia non capisce come vincere una guerra in Iraq e una in Afghanistan e, in generale, quasi chiuso il primo decennio del III Millennio, il XXI secolo non sta mantenendo tutte le sue promesse. Un cambiamento è necessario oggi come allora. Gli Usa sono in difficoltà, hanno da risolvere immensi problemi politici come la loro collocazione nel Mondo, molto incerta sotto l’amministrazione Bush ed economici come il collasso del mercato creditizio non prevista e non prevenuta dall’attuale inquilino della Casa Bianca. A parte che non conosco le questioni economiche dell’America degli anni ’60, è evidente, comunque, che un salto in avanti della politica americana è necessario oggi come allora un salto in avanti come non se ne vedono da un po’. Il che in cosa si concretizzava allora e in cosa si concretizza oggi? Guardando l’aspetto che ci riguarda più da vicino, cioè, la politica estera degli Stati Uiniti, nel 1968 si trattava di riallacciare i nodi del dialogo con la Cina, leader dei Paesi non Allineati, e di firmare un cessate il Fuoco con il Nord Vietnam. Oggi, in uno scenario profondamente diverso, si tratta di gestire in un modo diverso il riposizionamento strategico degli Usa nel mondo tenendo d’occhio, in particolare, il centro asia dove i nuovi concorrenti degli Stati Uniti, Federazione Russa,Cina e India, si stanno organizzando in una maniera non molto favorevole a noi. La sfida non è semplice e servono alleati al di qua dell’Atlantico, al là del Pacifico e in Asia Centrale. Questo lavoro è stato abbozzato, in qualche modo, nel secondo Mandato Bush che, con Condoleeza Rice – una fra le persone più competenti al mondo nella sua materia, presente nella Seconda edizione del leggendario Makers of Modern Strategy – ha tentato di mitigare l’unilateralismo e, in qualche modo, l’isolazionismo che avevano contraddistinto il primo mandato Repubblicano dopo l’era-Clinton. Tuttavia, i guai in Iraq e i danni fatti un po’ ovunque hanno messo in discussione la affidabilità degli Stati Uniti. Ora che il mondo sta cambiando ancora, all’America e al Mondo servono leader in grado di confrontarsi, ad esempio, con la questione del surriscaldamento globale, con il problema della fame nel mondo e, in particolare, con la fame in casa propria. Esprimersi in questi termini quaranta anni fa sarebbe stato folle, controproducente. Lo stesso, solo otto anni fa, quando Gore perse la presidenza anche perchè i temi ambientali non erano appetitosi per l’americano medio come, in parte, lo sono oggi. In altre parole, al di là di superficiale analogie con le elezioni del 1968, oggi gli Stati Uniti hanno davvero bisogno di tornare a credere in qualcosa, in un cambiamento che possa far tornare a respirare a Washington un po’ di spirito dei primi anni dopo la rivoluzione. Cosa che era molto cara anche a Nixon, nel 1968. Tuttavia, il coinvolgimento dei giovani e dei nuovi mezzi di comunicazione, così indigesto a McCain, sta marcando in maniera inequivocabile la distanza tra uno spirito conservatore come, in fondo, era quello di Nixon e uno progressista cone quello di Obama e, al di là di riflessioni sociologiche e di altra natura, dobbiamo ammettere pensare di tornare da destra allo spirito dei Padri Fondatori sia molto diverso da un medesimo intendimento proveniente da sinistra. L’importante, comunque, è che Barak non metta microspie nella sede del GoP.

Annunci

I commenti sono chiusi.