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E chi se ne sbatte delle reazioni

ottobre 18, 2008

Sto guardando Scalo76 dove ho assistito ad un monumentale Oliviero Toscani che ha mandato al diavolo uno studio infignato per la sua foto in cui ritrae nuda una ragazza anoressica. Premesso che la cultura occidentale è permeata di rapprentazioni macabre, dalle Danze Macabre rinvenute su alcune stoviglie di Pompei al ciclo di affreschi attribuiti al Maestro della Morte del Cimitero monumentale di Pisa passando per i filmati dei Lager nazisti, le fotografie di Robert Capa senza dimenticare Pier Paolo Pasolini in Salò e i sette giorni di Sodoma e mai smettendo di inqueitarsi per Cannibal Holocaust. Cosa c’entrano la coprofagia con la morte e e il caninibalismo e la morte con l’anoressia? Poco, se guardiamo le cose da un punto di vista superficiale, molto se riflettiamo guardando come queste rappresentazioni vengono smerciate nella nostra società, una società che delega la riflessione su fenomeni come la morte, malattie della psiche umana e altre cose a sistemi esperti come possono essere la Chiesa o le associazioni di volontariato. Superare questo muro e tornare a vedere tutti i fenomeni dell’essere umano senza pudore (ipocrisia) alcuno può permettere di rifletteredi più sulle manifestazioni della sua natura. Delegando la riflessione a sistemi esperti noi tendiamo a prendere per buono quello che questi sistemi partoriscono senza criticare. La riflessione generalizzata imposta da una campagna come quella di Toscani obbliga tutti a prendere atto di quello che l’anoressia insime alla bulimia è in concreto, servendosi di un esempio tangibile. Di quanto sia difficile parlare serenamente di questi temi, basta farsi un giro su internet dove molte ragazze con disturbi alimentari interagiscono creano reti nelle quali è difficilissimo penetrare e che servono ad eludere le terapie a cui sono sottoposte. Chi frequenta la blogosgera un poco sa di cosa sto parlando. E, a parte l’indifferenza di chi gestisce le piattaforme, la cosa non sembra essere vista come un problema. Ora, con l’opera poco politically correct di Toscani possiamo avere una idea molto più definita degli incubi che sono i disturbi alimentari. Pazienza se ci disturbano: la realtà non è scomoda e non possiamo ritagliarcene una su misura e se l’arte serve a qualcosa ha proprio lo scopo di darci una visione diversa del mondo permettendoci il lusso di provere senimenti e di indagare nel nostro irrazionale in modo da migliorarci. E chi se ne frega se quello che vediamo non è esattamente bello.

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2 commenti
  1. S@ra permalink
    ottobre 20, 2008 9:28 pm

    Ma il punto è….se quella foto non può aiutare le persone malate a guarire, se non può aiutarle a vincere una sfida con un nemico che uccide (ecco cosa centra l’anoressia con la morte)…perchè non possiamo fare tutti un passo indietro? Perchè non possiamo rinunciare almeno una volta alla nostra voglia di “voierismo”?
    Ha ragione chi dice che la sofferenza non va nascosta. Ma forse usiamo la foto di un malato terminale di cancro ai polmoni per indurre le persone ha smettere di fumare? Per combattere la bulimia usiamo le foto di una ragazza che dopo aver mangiato compulsivamente corre a vomitare?Aiutiamo i ragazzi a guidare con prudenza mostrando la foto di un uomo in coma, magari devastato da un incidente in autostrada?Entriamo con le telecamere negli ospedali?NO…e tutte queste cose non le facciamo per pudore e rispetto della sofferenza…
    Ricordiamocene anche osservando quella foto.
    Sara

  2. ottobre 21, 2008 9:27 am

    A parte che utilizzano foto di malati terminali di cancro con tanto di foto che riprendono polmoni per convincere le persone a smettere di fumare, il punto non è solo aiutare le persone a guarire, ma creare una dinamica di comprensione, non solo di spiegazione del fenomeno. I filosofi che studiano l’ermeneutica ci dicono che quando guardiamo qualcosa non dobbiamo fermarci alla sua spiegazione logica (come mai una ragazza è anoressica) ma cercare di capire cosa il fenomeno in questione suggerisce alla nostra parte non razionale (es. quali emozioni ci provoca). La comunicazione sociale non si occupa di curare le persone. Si occupa di creare un contesto dove si prende coscienza (anche in maniera brutale) della malattia e, in questo senso, la foto di Toscani mi sembra un esempio da manuale.

I commenti sono chiusi.