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Il difficile rapporto tra italiani e Forze Armate .

ottobre 28, 2008

Finalmente in rete, il mio articolo sulla rivista Il nuovo Malalspada

Un po’ di chiarezza nei rapporti tra Guerra e Politica: perché le Forze Armate sono importanti.

Sir. Basil Liddell Hart scriveva, alla metà degli anni venti nel suo Paris or the Future of War[1] che “[…]la loro[degli anglosassoni]mancanza di interesse per le questioni militari comporta la rinuncia ad esercitare qualsiasi forma di controllo su una forma di politica che incide ancora più pesantemente sulla sicurezza della loro vita e sopravvivenza.”[2] Successivamente, il teorico inglese afferma: “Se si chiedesse ai cittadini di uno stato democratico quale sia l’obiettivo generale di una politica nazionale, il senso, se non le parole esatte della loro risposta, sarebbe: garantire un’esistenza dignitosa prospera e sicura[3]. Al di là del fatto che Paride o il futuro della guerra sia stato scritto all’indomani della Prima Guerra Mondiale e subito prima della Seconda, il fatto saliente delle due citazioni prese dal secondo capitolo del detto trattato è che mettono in evidenza quanto sia stretto il rapporto tra questioni militari e politica, nel senso più lato del termine: la cosa non è, poi, così ovvia, altrimenti, alcune delle migliori menti dell’Umanità, da Machiavelli ad Aron non si sarebbero scomodate a pensare come e perché gli esseri umani si uccidano in massa tra di loro si dalla loro dalla loro comparsa sulla Terra. Su questo intimo rapporto, Clausevitz scrive, nel Libro Ottavo, Cap. VI del Vom Kriege[4] che la guerra “[…]non è che una parte del lavoro politico e non una cosa a sé stante”. Da questa dichiarazione, riportata in corsivo anche nell’edizione italiana del Vom Kriege, si mette in evidenza la correlazione tra politica e guerra. Probabilmente, Clausevitz considera come politica la politica estera. Tuttavia, considerando per esteso il significato del sostantivo politica ci rendiamo conto di come ogni scelta riguardo questioni belliche abbia un preciso significato politico. Nel saggio, scritto a quattro mani da Brian Bond e Martin Alexander, Liddell Hart e De Gaulle, la dottrina della responsabilità limitata e della difesa mobile[5] si dà conto di come le scelte di politica di difesa, di come uno stato allestisce le proprie Forze Armate siano state oggetto di un dibatto molto aspro, nella Francia del primo dopoguerra. Viene, infatti, messo in evidenza come, negli anni ’20 del XX Secolo, fosse difficile per la Francia superare l’idea di un esercito basato sulla leva di massa a favore di uno professionalizzato a causa della introduzione di nuovi mezzi, il carro armato, ad esempio, la cui complessità esige che chi vi opera sia addestrato e permanentemente disponibile. Questa questione, all’apparenza di poco conto è fondamentale in quanto una milizia scelta tra la popolazione di uno Stato nazionale tra la gente comune è sicuramente un’arma molto potente, in quanto un esercito nazionale non combatte per mestiere, ma perché, a casa, ci sono moglie e figli che, in caso di sconfitta rischiano di morire. Tuttavia, un esercito nazionale, in uno Stato democratico, ha soprattutto uno scopo politico: la polis che si autogoverna, dove tutti sono uguali e liberi, va difesa da tutti coloro che nella polis vivono e godono della libertà dell’uguaglianza garantite dalla polis stessa. La Costituzione Italiana dedica un articolo a questo principio, precisamente l’Art. 52, non a caso inserito nel Titolo IV, dedicato ai Rapporti Politici, della Parte Prima, dove sono disciplinati i Diritti e i Doveri del Cittadino. Detto articolo recita: “La difesa è sacro dovere del cittadino./Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e dei modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici./L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.” Ancora una volta, si evince quanto sia stretto il rapporto “guerra-politica”, grazie alla collocazione dell’articolo, e, di conseguenza, la portata politica di un esercito professionale o basato sulla leva di massa. Non c’è alcun dubbio che la difesa a cui si riferisce il citato Art. 52 è la difesa attraverso violenza organizzata, ipotesi suffragata dai commi in cui è diviso che si esprimono in termini di servizio militare e organizzazione della forze armate. Da questo, l’importanza, da un punto di vista di politica interna, delle questioni di politica di difesa. Tuttavia le Forze armate, non servono solo a difendere l’integrità dello stato: servono a difendere gli interessi dello Stato al di fuori del territorio di quest’ultimo. Per questo, gli eserciti, la loro organizzazione, è stata anche un problema di politica estera. Dipende dalla percezione che ha il Paese di sé e quello che lo Stato in questione vuole difendere movendo esso stesso guerra contro un altro stato. Se la Repubblica di San Marino[6] avesse degli interessi politici sufficientemente forti da attaccare la Toscana, se in Toscana ci fosse una base di terroristi sponsorizzati dall’Italia per mettere a repentaglio la sopravvivenza della Repubblica del Monte Titano, ecco che il piccolo Stato Romagnolo comincerebbe a dotarsi di armamenti sufficienti da distruggere la base di terroristi in Toscana. Probabilmente non se ne servirà, ma il fatto stesso che San Marino minacci di limitare la sovranità italiana sulla Toscana diventa un problema di politica estera che è fatta, sì, di note diplomatiche che, ad un certo punto, lasceranno il posto alle bombe e ai proiettili, secondo il modello clausevitziano e, tendenzialmente, accettato. Quale sarebbe la percezione che San Marino avrebbe di sé se decidesse di attaccare l’Italia nella maniera descritta?  Quella di uno Stato in pericolo, circondato da un nemico potente che deve difendere un suo interesse primario, cioè l’incolumità dei suoi cittadini e l’integrità statuale. Tutto questo non basterebbe, perché la classe dirigente dell’antica Repubblica dovrebbe convincere la propria opinione pubblica della particolare mission che San Marino ha nel mondo in quanto è uno tra i primi posti dove le libertà e i Diritti dell’Uomo sono stati riconosciuti e che la scomparsa di questo piccolo Stato significherebbe che, al mondo, non c’è posto per gli ideali liberali e democratici che stanno alla base della Repubblica e che questa ha insegnato, in qualche modo, al mondo. Ogni guerra è mossa da un interesse politico, da un quid che deve essere affermato come prioritario. Si tratti dell’onore, di un ideale politico, di un ideale religioso o di vil denaro, c’è qualcosa che spinge gli Stati a dichiarare guerra ad altri Stati. Ovviamente, l’interesse viene stabilito dalla classe dirigente del Paese in questione che, in caso di stati democratici, è espressione della società civile che elegge i propri rappresentanti e il proprio governo i quali devono indicare al paese che devono guidare cosa fare in termini di politica estera e di difesa. Scrive Liddell Hart a conclusione del Capitolo II del Paride o il futuro della guerra: “In una democrazia, un cittadino normale non metterebbe deliberatamente a repentaglio tutto ciò [un’esistenza dignitosa, prospera e sicura] ricorrendo alla guerra. Solo se crede o viene convinto che il suo onore, il suo benessere e la sua sicurezza sono in pericolo a causa della politica di un altro paese, accetterà di compiere il grave passo del ricorso alla guerra”. Il problema è proprio questo, nel nostro Paese nella definizione sia della politica estera che di difesa. Dal 1989 ad oggi è scomparso il nemico più evidente contro cui organizzare le nostre Forze armate. Tuttavia, è evidente che Esercito, Marina e Aereonautica debbano esistere se non altro perché gli Stati moderni sono nati come macchine da guerra: l’Italia ha combattuto Tre Guerre d’Indipendenza e una Mondiale, ad esempio, per non parlare degli Stati Uniti la cui Rivoluzione può essere inserita nell’insieme dei conflitti violenti definiti come guerra. Quindi, negare la presenza delle Forza armate significa negare l’essenza dello Stato stesso. Tuttavia, qualcosa sembra essersi rotto nel nostro Paese. Le folle che seguono gli air show dell’aereonautica e accompagnano la parata del Due giugno non sembrano interrogarsi sull’utilizzo delle Forze armate.  Così sembra non fare la politica che, in quanto grammatica della Guerra, scrive Clausevitz, dovrebbe essere in grado di spiegare i programmi in questo settore. Nella speranza di essere smentiti, questo articolo tenterà di studiare cosa è andato storto in Italia nel rapporto tra Società civile e Forze armate, tentando di studiare l’immaginario bellico degli italiani, le immagini che si sono fatti i nostri connazionali nel corso del XX secolo, il modus operandi della classe politica italiana tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 tentando di formulare ipotesi sul ruolo dell’Italia tentando di riflettere anche sul significato culturale che la guerra ha avuto dal medioevo a oggi.

Dal Discorso di Quarto alle Sturmtruppen,[7]l’immaginario della guerra in Italia .

Il discorso introduttivo mette in evidenza lo stretto rapporto che dovrebbe intercorrere tre Forze armate e società civile. Tuttavia, nell’Italia contemporanea sembra essersi rotto qualcosa e questo è evidente se andiamo a vedere due fenomeni di massa come il D’Annunzio che a Quarto inneggiava alla guerra e le esilaranti strisce di Bonvi che alla guerra non inneggiano affatto. La questione è ancora più evidente se confrontiamo le date: D’Annunzio parla a Quarto il 5 maggio 1915 mentre Bonvi disegna le Sturmtruppen a partire dal 1968. Indagare le differenze tra queste due attitudini è fondamentale per comprendere appieno il passaggio d’epoca intervenuto attraverso le due Guerre mondiali. Si tratta di allargare ulteriormente l’orizzonte rispetto all’analisi del cosiddetto Biennio Fatale descritto da Bechelloni in Diventare Italiani, tentando di comprendere cosa sia successo nello spazio di cinquant’anni (1915-1968). I cambiamenti sono evidenti anche senza andare a studiare il Discorso di Quarto e le Sturmtruppen: l’Italia è passata attraverso Caporetto, Vittorio veneto, l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale, l’Armistizio, gli eccidi nazifascisti e questo ha naturalmente complicato il rapporto tra il nostro Paese e la nostra visione della guerra come fenomeno umano e, quindi, sociale. Non è, infatti, un caso che le Sturmtruppen di Bonvi siano ispirate alle unità dalla Wermacht nella Seconda guerra Mondiale. Questo primo segno ci dà un’idea dell’immaginario italiano della guerra: combattere è un affare tedesco, per gente che ha la nomea di essere organizzata, spesso, in maniera cervellotica, dove la burocrazia è l’unica grammatica possibile e dove il nemico non si sa chi sia.  E’ fin troppo evidente che l’immaginario delle Sturmtruppen sia legato al passaggio delle truppe tedesche in Italia, tanto più se consideriamo che Bonvi è emiliano. Proviene, quindi, da una terra che, insieme alla Toscana e, in generale, all’Italia compresa tra Roma e la Linea Gotica ha subito ritorsioni sui civili da parte dei Tedeschi[8] condotte in una maniera follemente bene organizzata. Il nemico, in Bonvi, non viene mai raffigurato. Chi è il nemico delle Sturmtruppen? Partigiani? Alleati? Non è dato saperlo. Si sa, solo che si combatte tentando di resistere al vero nemico che sembra essere la guerra stessa vista come un tritacarne privo di senso. Comincia a perdersi, nell’immaginario italiano, l’idea che la guerra sia regolata dalla grammatica della politica. La guerra, invece, diventa una questione privata tra condottieri di dubbio valore e acume tattico. Associare l’immaginario di Bonvi alla Seconda guerra Mondiale significa, di riflesso, associarlo anche all’Otto settembre, momento in cui si sono verificati molti dei passaggi che hanno portato verso la Repubblica: l’abbandono dei Savoia di Roma, il governo di Badoglio, il CLN etc. Tutto questo ha portato ad una spirale di violenza senza precedenti nel nostro Paese la quale ha portato a scrivere nella Costituzione che “L’Italia ripudia la Guerra”. Tutto questo è accaduto molto prima che l’Italia si evolvesse nel senso di una società dei consumi, situazione nella quale scriverà Bonvi, all’indomani di un conflitto impensabile fino a quarant’anni prima quando, cioè, D’Annunzio scriveva il Discorso di Quarto per commemorare il cinquantacinquesimo anniversario della Spedizione dei Mille. D’Annunzio è stato il Vate, il poeta ufficiale, d’Italia. Valoroso combattente attraverso i vari strumenti che l’industria dei primi anni del novecento metteva a disposizione, aerei o motosiluranti che fossero. Responsabile primo dell’ondata interventista che pervase il Paese dal 5 Maggio 1915 al 24 dello stesso mese, giorno in cui fu dichiarata guerra all’Austria. Al di là di questioni politiche di valore più o meno modesto, molto dell’ardore nazionalistico (o patriottico?) che pervase l’Italia era sicuramente genuino. Basta leggere la cronaca che Ugo Ojetti, direttore del Corriere dalla cacciata di Albertini nel 1925, nel 1915 inviato speciale di Via Solferino, fa del Discorso sull’edizione del Corsera del 6 maggio 1915. Il grande cronista dell’età dell’oro del quotidiano milanese descrive cinque chilometri di corteo alla cui testa il Vate, accompagnato dal sindaco di Genova e dai figli di Garibaldi, reduci dalla spedizione nelle Argonne, in Francia. La coreografia che appariva ai presenti doveva essere del tutto paragonabile a quella animata dall’eccitazione collettiva che alimentava le adunate oceaniche del Fascismo. Non è un caso che la retorica dell’esteta pescarese sia servita da modello per quella di Mussolini e della propaganda fascista. La cosa che colpisce non è tanto l’inno alla guerra che il Discorso, pubblicato integralmente nella seconda pagina del Corriere del 5 Maggio 1915 e diviso in 7 paragrafi, ma le ultime tre benedizioni che lancia, dallo Scoglio di Quarto, a coloro che combatteranno da lì a pochi giorni. Dice il Vate:

“Beati quello che, avendo ieri gridato contro l’evento [la guerra]accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi tra i primi. Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria perché saranno saziati. Beati i misericordiosi perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. Beati i puri di cuore perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte incoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia.”

Questa che, a molti, me compreso, sembra una bestemmia, è un modo per esaltare il popolo, la gente comune e creare quello spirito che serve per convincere un paese a entrare in guerra. La formula scelta è la stessa che viene usata da Cristo nel Discorso della Montagna. Si supera l’etica cattolica che, avrebbe dovuto permeare la gente comune e si mette in evidenza come combattere sia un atto di generosità nei confronti di un Paese con migliaia di anni di Storia passata. Premesso che l’onore dell’Italia non era mai stato preso così a cuore come nel Maggio 1915 dalla classe dirigente italiana e, in particolare, dal governo Salandra che spese quasi un anno a stabilire da che parte entrare in guerra[9], la genuinità del sentimento patriottico della società civile è sicuramente indiscutibile. I neutralisti, dal Discorso di Quarto in poi, Giolitti in primis, vengono accusati di essere nemici dell’Italia, di non aver a cuore i supremi interessi nazionali e questo non avveniva esclusivamente attraverso le colonne del Correre della Sera piuttosto che del Giornale d’Italia. Si sprecano le cronache di manifestazioni interventiste e antigiolittiane. Evidentemente, il Corriere di Albertini era contro Giolitti. Tuttavia non è il Corriere che ha creato l’immaginario bellico italiano. Tale immaginario era vivo nell’italiano medio attraverso il racconto delle imprese garibaldine: non è un caso che D’Annunzio abbia parlato da Quarto e la legittimazione data dagli ultimi due figli di Garibaldi all’evento attraverso la loro presenza, bastava per mobilitare le masse per premere nei confronti della guerra. Questo atteggiamento è in bilico tra nazionalismo e patriottismo. Tuttavia, mette in evidenza come la gente comune fosse interessata alle sorti della patria. Sul perché sia cambiato in maniera così radicale il comune sentire di una nazione intera, abbiamo avanzato qualche ipotesi secondo cui la causa del cambiamento dell’immaginario collettivo italiano nei confronti della guerra è dovuto al passaggio del fronte. E’ vero, ma dobbiamo tenere presente anche altre cose. In primo luogo, ci sono cause ideologiche: finito il fascismo, l’egemonia culturale italiana è divenuta appannaggio del marxismo. Molti intellettuali italiani di questa parte politica hanno avuto un ruolo attivo o discutibile nel passaggio dal Fascismo alla Repubblica e, sicuramente, essendo il marxismo una teoria internazionalista, è impossibile trovare un seguace dell’ideologia comunista sostenitore di una guerra tra Stati, essendo la guerra uno strumento della borghesia per tenere in schiavitù la classe operaia. In fondo, Bonvi ci dice questo. In sostanza, un certo tipo di atteggiamento ispirato dall’egemonia marxista negli ambienti intellettuali d’avanguardia subito dopo la Seconda guerra Mondiale[10] unito alla nascita e allo sviluppo della società dei consumi e al Passaggio del Fronte tra il ’43 e il ’45 ha formato un’etica tutta italiana che ha portato ad un disinteresse per questioni militari e ad una serie di contraddizione delle quali paghiamo le conseguenze ancora oggi.

La politica di difesa italiana cercando un interesse nazionale.

La Finanziaria 2008 che verrà approvata senza intoppi entro la pausa estiva del Parlamento è un esempio molto valido delle contraddizioni che animano la politica estera e di difesa italiana. A fronte di un impegno molto duro all’estero, il governo Berlusconi IV si appresta a tagliare nei prossimi anni cifre molto consistenti sul budget della Difesa. Stante che la situazione delle finanze dello Stato non è sicuramente semplice da gestire, questa finanziaria si appresta a tagliare fondi importanti a tutti i settori, dall’Istruzione all’Università, dalla Difesa all’Ordine Pubblico passando per i Beni Culturali. In più, l’attuazione del Nuovo Modello di Difesa, basato su un esercito professionale e, tutto sommato ridotto – del quale non si è discusso quasi per nulla – unito alla moltitudine di programmi di adeguamento tecnologico che le tre Forze armate stanno intraprendendo[11] ha un costo che dovrà essere affrontato. Tuttavia, il Corriere Economia del 7 luglio 2008 riporta come i tagli per quanto riguarda il dicastero retto da Ignazio La Russa ammontano ad un totale di €481 milioni divisi in -€251 milioni per la Difesa e sicurezza del territorio e -€230 milioni tra i fondi da ripartire[12]. La contraddizione sta nel fatto che se, da una parte, il ministro la Russa e il ministro Frattini hanno dichiarato la disponibilità italiana a impegnarsi in maniera più sostanziale in Afghanistan spostando le nostre truppe nel sud del Paese unito[13] ad un impegno maggiore dell’Aereonautica[14] dall’altra mancano i soldi per mantenere le promesse fatte ai nostri alleati. Il che significa che il nostro Paese non ha i mezzi per sostenere i propri piani strategici e che basti la nostra presenza in un teatro bellico a garantirci rispetto e prestigio nel mondo.  Purtroppo non è così, altrimenti, dato il nostro grande impegno nei cinque continenti, dovremmo già essere stati ammessi come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e ai negoziati ristretti riguardo la questione nucleare in Iran[15]. Nella classifica mondiale dei primi dieci paesi che investono in Forze armate non ci siamo[16] nonostante manteniamo un grande impegno all’estero, molto stressante per le nostre truppe e molto oneroso dal punto di vista finanziario. Nel 1999, Massimo d’Alema, allora Presidente del consiglio, sosteneva che, oltre al Kosovo l’Italia non sarebbe stata più in grado di sostenere altre missioni all’estero[17]. Tuttavia, dopo l’11 Settembre il nostro Paese si è trovato a partecipare a molte missioni molto difficili e dispendiose come ISAF, Enduring Freedom per non parlare dell’occupazione di Nassirya, in Iraq. Queste missioni sono state contestuali a tagli di bilancio che hanno reso obiettivamente difficile mantenere forze operative sia all’estero che in Italia, tanto è vero che, secondo molti, l’adozione Nuovo Modello di Difesa si tradurrà in una consistente riduzione degli organici cosa che, se da una parte potrà portare ad una maggiore efficienza, dall’altra obbligherà  ad una razionalizzazione della partecipazione italiana alle missioni all’estero necessaria se vogliamo mantenere ancora un minimo di credibilità nei confronti dei nostri partners. Evidentemente, è un cane che si morde la coda e la politica estera italiana sembra non tenerne conto. Sul perché la nostra politica viva questa situazione si possono avanzare varie ipotesi politiche e non. Mi limito a sottolineare che se qualcosa si è rotto nella società civile riguardo questioni belliche, è naturale che qualcosa si sia rotto anche nella classe politica. Le generalizzazioni sono sempre antipatiche e difficili da sostenere. Tuttavia, non possiamo non tenere in considerazione il fatto che su questioni di politica estera, sulla collocazione dell’Italia nel mondo e nel Mediterraneo non si discuta e non si sia discusso neanche in campagna elettorale. In fondo, qualcosa comincia a muoversi in questo senso: nelle ultime due campagne elettorali un poco si è discusso di Iraq e Afghanistan. Tuttavia, il dibattito, che si è sviluppato in maniera superficiale e insufficiente, ci porta a mettere in luce come l’italiano medio si interessi poco di queste questioni e come, di conseguenza, la classe politica, espressione della società civile, non abbia una propria agenda da suggerire al Paese. Nel libro di Massimo D’Alema, Kosovo[18], c’è un capitolo che parla della lezione che l’Unione Europea dovrebbe trarre dall’ultimo conflitto nei Balcani. Si parla, in effetti, in tutto il volume, molto poco di Italia e di quello che dovrebbe essere il suo ruolo nell’Unione e fuori. Ogni guerra che o missione all’estero che intraprendiamo deve essere agganciata ai nostri partner. Da soli sembriamo incapaci di muoverci. Sembra quasi che non esista una chiara percezione dell’Italia e del suo ruolo nel mondo se non nel quadro di una legittimazione internazionale che deve esistere, ma che non deve essere l’unica legge che governa la nostra azione. Quali siano gli interessi nazionali in politica estera deve essere definito dalla classe dirigente unica responsabile dell’indirizzo del Paese, tuttavia questioni di primaria importanza come il contrasto all’immigrazione clandestina, gli approvvigionamenti energetici, vengono affrontate in maniera superficiale considerando tali problemi non inseribili in un quadro complesso in grado di trascendere le tematiche dell’ideologia e della politica interna cosa che, in effetti, sono. Lo stesso CIA The World Facbook[19] considera l’immigrazione clandestina come principale disputa internazionale del nostro paese per il cui contrasto servono un’azione diplomatica energica la cui credibilità deve essere sostenuta dalle forze armate le quali sono le prime responsabili, insieme alle forze di Polizia della sicurezza del territorio. I tagli alla difesa previsti per il prossimo anno sono drammatici anche da questo punto di vista: avendo noi una linea di costa lunghissima siamo in qualche modo costretti a difenderla. Il problema marittimo più grave che abbiamo è l’immigrazione clandestina proveniente dal sud del Mediterraneo che va contrastata con mezzi che, ovviamente, non violino la dignità e i diritti umani. Ma essendo qualche paese a sud dell’Italia una tappa delle correnti migratorie che hanno come direzione il nostro Paese, una politica mediterranea e una politica di difesa atta allo scopo dovrebbero essere il primo punto dell’agenda della Farnesina e, di conseguenza, dell’allestimento delle Forze armate e dell’impiego delle stesse.

Il significato della guerra nella cultura italiana e le responsabilità del nostro Paese

Massa Marittimaè un ridente borgo medievale. La sua storia medievale è simile a quella di tante città italiane intorno al XIII-XIV Secolo: prima, la dominazione feudale, poi, la fondazione del Libero Comune. Come in molte città comunali, l’esercito veniva scelto tra la cittadinanza: a disposizione del Podestà, erano circa 200 uomini, forniti dalle 15 società che venivano individuate all’interno dei terzieri[20], le suddivisioni territoriali della città. Le truppe, formate dai cittadini, erano costituite parte da balestrieri o arcieri a cavallo, balestrieri o arcieri a piedi e vari altri tipi di fanteria come pavesari e guastatori. Le truppe più interessanti sono quelle armate con la balestra. Tali armi, probabilmente importate da Pisa, venivano custodite dal Magister Balistrarum il quale le assegnava, tramite due funzionari scelti, agli uomini disponibili in caso di guerra o, comunque, di necessità. Una di queste necessità era, ad esempio, l’addestramento: quella che viene definita come balestra italiana da posta è un’arma molto potente e complessa che va saputa usare. Tuttavia, l’addestramento militare si è, progressivamente, trasformato in un gioco, in un’attività, si legge in un documento della metà del XV secolo, che sia […]qualche esercizio lodevole[…][21]

Un tempo, l’addestramento militare veniva visto come un momento di aggregazione sociale della comunità. Prepararsi alla guerra, significava prepararsi a difendere la libertà della Civitas identificata da alcuni simboli, come potevano essere la torre dell’orologio, il palazzo del Comune etc. La comunità cittadina si identificava in qualcosa che aveva delle connotazioni tali da rendere sopportabile qualsiasi sacrificio per essere difeso. Oggi, a Massa Marittima, si continua a celebrare il Balestro del Girifalco, rievocazione storica della manifestazione riferita dalla sopraccitata delibera e, anche oggi, è un momento molto importante di aggregazione della comunità. Tutto questo evidenzia come, nella nostra tradizione nazionale, la società civile, la società della civitas, sia stata molto vicina alla componente militare dello stato. Anzi, tutto ciò dimostra come i termini cittadino e soldato potessero essere, in una certa misura, intercambiabili: si era cittadini in quanto in grado di difendere la città. In una società che si sia dotata di istituzioni democratiche il dovere di difendere la nazione da parte di ogni cittadino diventa sempre più stringente tanto da essere citato in numerose costituzioni, inclusa quella Italiana e molta della nostra storia e della nostra mitologia nazionale è stata sviluppata a partire dalle gesta di milizie irregolari come le Camicie Rosse garibaldine o come le brigate partigiane che hanno operato a nord di Roma tra l’Otto Settembre e il Venticinque Aprile. Si tratta in entrambi i casi di volontari che sposano la causa della Nazione mettendo a rischio anche la propria vita. Tuttavia, queste sono milizie irregolari, non inquadrabili all’interno di un contesto come quello delle canoniche Forze Armate vere, autentiche e uniche custodi dell’integrità della nazione.  Tuttavia, queste sono state spesso abbandonate al loro destino. Questo è successo l’Otto settembre. Spostare la Corte sabauda e il governo da Roma a Brindisi, lasciando senza ordini centinaia di migliaia di uomini non è stato un segno di attenzione nei confronti delle sorti del Paese. A oltre sessanta anni dai tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale, le nostre Forze Armate sono scomparse dalla vita pubblica del Paese e ci si è dimenticati in maniera pressoché totale degli atti di resistenza dei quali i nostri soldati sono stati protagonisti[22]. La scomparsa delle forze armate dal dibattito pubblico è avvenuta anche, probabilmente, per la paura di essere schiacciati da un passato ingombrante fatto di una politica estera aggressiva, in linea con quella che era l’etica fascista . Come ha evidenziato Giovanni Bechelloni[23], sulla scorta di Esward Shils, si è confuso per molto tempo il concetto di nazione con quello di nazionalismo. Questo ha portato a fare sì che anche temi di primaria importanza, come le modalità attraverso le quali garantire la sicurezza nazionale scomparissero dal dibattito pubblico.  Il meccanismo che si è rotto a cui abbiamo fatto riferimento in tutto l’articolo è proprio questo: nel nostro paese sembra esistere una incapacità, da parte dei singoli, di identificarsi nella Nazione italiana e una incapacità di fondo nel capire quale responsabilità l’Italia abbia. Non si tratta di inventare nuovi nazionalismi, si tratta di prendere atto che l’Italia viene da tremila anni di storia. Quello italiano è uno tra i popoli più antichi del mondo. L’Italia la patria del diritto e di molte altre cose che, tuttora, ci circondano e caratterizzano il periodo storico in cui viviamo. Tuttavia, è stato come se Paese e classe dirigente non si siano mai capiti tra loro. Perché devo morire per uno Stato che non mi appartiene, al quale non appartengo? Probabilmente è quello che penserebbero molti italiani se domani il nostro paese venisse coinvolto in un conflitto di dimensioni tali da coinvolgere la maggior parte dei cittadini. L’aver fatto riferimento a miti tutto sommato elitari come il Risorgimento[24] oppure che hanno riguardato solo determinate parti d’Italia, come la Resistenza partigiana significa aver perso quasi totalmente di vista quello che l’Italia rappresenta nei confronti di sé stessa e nei confronti del Mondo e che è immediatamente percepibile visitando il più piccolo dei paesini che caratterizzano dalle Alpi alla Sicilia il nostro Paese. La consapevolezza di noi stessi e della nostra storia significa mettere in circolo una serie di energie nuove, un senso di appartenenza utile per tutti, soprattutto per chi, in prima persona, deve difendere il nostro Paese. Un esercito senza una società civile che lo sostenga è come una squadra di calcio senza tifosi. Non ha motivazioni e non riesce, sostanzialmente, a capire perché deve uccidere altri esseri umani mettendo la propria vita a rischio. Tutto questo genera frustrazione e disaffezione alla causa comune. Risolvere il problema dell’Italia con il proprio patrimonio culturale sarà la principale sfida dell’Italia in un periodo caratterizzato dalla globalizzazione e partire dalle scuole, insegnando la Costituzione, l’inno nazionale, ma anche la storia dell’Italia non come italietta, ma come una storia portatrice di innovazioni e motrice di buona parte della cosiddetta civiltà occidentale può essere un contributo in questo senso. Solo così, si potrà cominciare a dibattere del nostro destino sotto una nuova luce e parlare in maniera seria e non ideologizzata anche delle nostre Forze Armate.


[1] Liddell Hart Paris or The Future of War, 1925, Kegan Paul, Trench, Trubner & Co, New York.  Ed. Italiana: Paride o il Futuro della Guerra, 2007, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia

[2] Capitolo II, Pag. 90

[3] Ibidem

[4] Clausevitz Della Guerra 1970 Arnoldo Mondadori Editore, Milano

[5] Paret: Makers of Modern Strategy, 1986, Princeton University Press. Ed. italiana Guerra e Strategia nell’Età Contemporanea,1992, Marietti 1820, Genova – Milano

[6] Si tratta di un esempio di scuola. Siamo evidentemente consci della irrealizzabilità di un caso del genere scelto anche per evitare polemiche di natura politica.

[7] L’analisi che forniamo in questo paragrafo è più di carattere semiologico che empirico, peculiarità dovuta al fatto che il nostro proposito è quello di studiare le forme più evidenti della rappresentazione della Guerra. Sarebbe stato molto facile occuparsi di cinematografia analizzando film come Tutti a Casa, La Grande Guerra, oppure Mediterraneo. Tuttavia, ragioni di affinità tra la parola scritta su un giornale e un fumetto come Sturmtruppen – originariamente pubblicato Paese Sera – ci hanno spinti ad occuparci di questo tipo di rappresentazione.

[8] Da Sant’Anna di Stazema (MS) a Marzabotto (BO) passando per molte altre località meno note che è, in primo luogo, doloroso ricordare e, in secondo, impossibile in quanto qualsiasi carta tematica al riguardo ricostruisce li centro Italia attraversato dal Fronte come un immenso cimitero.

[9] L’Italia era legata del 1882 alla Triplice Alleanza con Germania e Austria. Alleanza bagnata dal Sangue di Oberdan, irredentista triestino impiccato dagli austriaci il giorno della firma del trattato. Tuttavia, detta alleanza non fu dichiarata nulla fino al Maggio 1915 a causa dell’articolo che prevedeva la natura difensiva della Triplice. Nel periodo intercorso tra lo scoppio della Guerra e l’entrata dell’Italia la nostra diplomazia sondò le proposte delle varie potenze europee e, una volta appurato che il nostro Paese avrebbe potuto raggiungere la propria integrità territoriale solo combattendo a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia, si decise di combattere contro l’Austria firmando il Patto di Londra, sottoscritto in segreto da Sonnino e Salandra, reso noto solo il 20 Maggio 1915 quando il governo riferì alla Camera.

[10] Basti pensare alla fede dichiaratamente comunista espressa e professata da Guttuso e alle avanguardie teatrali italiane dell’immediato dopoguerra guidate da Steheler, non considerando altre manifestazioni culturali di altra natura. NB: Non stiamo discutendo il valore delle avanguardie culturali italiane, né ci sogneremmo di farlo. Stiamo solo mettendo in evidenza che una egemonia culturale di un certo tipo, dovuta alla necessità di un distacco profondo dal Fascismo e dalla sua etica aggressiva, abbia portato a mettere da parte le questioni militari considerate di destra per definizione. Non si vuole mettere in ombra né l’importanza della sinistra nella formazione della Repubblica, né, tantomeno, nascondere i meriti della DC nei confronti del Paese.

[11] Dalle fregate Fremm al programma F-35 passando per i sommergibili classe Todi, il progetto Futuro Soldato e il progetto Neuron, si tratta di programmi molto interessanti in quanto, in primo luogo, riguardano partnership internazionali e, in secondo, sono qualificanti per l’industria italiana in quanto quelli elencati sono progetti molto avanzati da un punto di vista tecnologico. L’unico loro difetto è che costano e che i progetti intrapresi sono parecchi.

[12] Corriere della Sera Economia del 7 luglio ’08, pag. 8

[14] Corriere della Sera 19/6/2008 Pag. 15

[15] Al gruppo dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU si è aggiunta la Germania nei negoziati sul nucleare in Iran.

[16] The Times, 18/7/2008 Pag. 10. Interessante notare come il Giappone che, costituzionalmente non dovrebbe avere neanche un esercito, ma a cui è permesso avere una Forza di Autodifesa, spenda per la difesa il 4% del Pil, mentre il nostro budget per la difesa dovrebbe assestarsi, per il 2009, allo 0.9% del Pil.

[17] D’Alema, Kosovo,gli italiani e la guerra 1999, Arnoldo Mondadori Editore, Milano Pag. 91.

[18] Op. Cit., Cap. L’Europa imparerà la lezione?

[20] Lombardi Massa Marittima e il Suo Territorio nella Storia e nell’Arte, 1985, Ed. Cantagalli, Siena.

[21] Op. Cit. Pag. 42

[22] Cefalonia e gli IMI, ad esempio

[23] G. Bechelloni, Diventare Italiani,  2003, Ipermedium Libri, Napoli, Cap. Biennio Fatale, par. Il processo di nazionalizzazione degli italiani

[24] Bechelloni, Op. Cit. Cap. Italiani paragrafi: Pensare l’Italia e gli italiani

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