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La nostra non guerra in Afghanistan

settembre 19, 2009

Ringraziamo i Talebani almeno per una cosa: ci stanno mettendo davanti al fallimento della politica estera e di difesa italiana degli ultimi dieci anni toccando implacabilmente i nervi scoperti di una nazione oramai refrattaria alla guerra e assuefatta alla retorica degli italiani, brava gente.

Cosa dovremmo fare a Kabul ed Herat?

Tecnicamente, la guerra. In teoria,  dovremmo combattere una guerra contro un nemico invisibile e che prende gli ordini non tanto da Bin Laden, quanto da, udite udite, da Dio in persona che ha dettato a Maometto il Corano. Questo significa che dovremmo combattere contro truppe molto motivate e disposte a tutto per servire la Causa fregandocene di amenità come la costruzione della democrazia. Questo è il vero problema che devono affrontare i comandanti sul campo. Le tecniche antiguerriglia sono, oramai,  abbastanza sofisticate. Come entrare nella testa dei Talebani, è un problema che impiegherà sociologi, psicologi e quadri militari per molti anni prima di essere risolto.

Cosa facciamo davvero?

Niente, visto che i nostri soldati operano sotto il Codice Penale Militare di Pace e hanno regole d’ingaggio molto restrittive che dovrebbero servire a rendere costituzionalmente accettabile la missione. In realtà la Costituzione non c’entra dato che quella in Afghanistan è una guerra difensiva. Il vero punto è che le munizioni costano e non possiamo permettercele e che l’ultima guerra che abbiamo combattuto, la Seconda Guerra Mondiale, è un ricordo talmente triste che è difficilissmo, per un politico, sostenere che non siamo operatori di pace, ma parte di una forza d’invasione che è lì a causa di un paio di grattacieli di New York abbattuti da due aerei un 11 Settembre di qualche anno fa. Il che significa che i politici italiani devono giocare due partite a scacchi su due tevoli separati: dimostrare alle cancellerie di mezzo mondo che siamo dei partner militari affidabili, mentre si tenta di tenere buona l’opinione pubblica  prendendola sostanzialmente in giro sulla natura della missione.

Allora?

Il problema autentico è: perchè continuiamo a contribuire alle missioni all’estero? Questo è uno tra i più grandi misteri della storia d’Italia. Una tra le possibili risposte è ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU, il Club delle cinque potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e, secondo il Trattato di Non Proliferazione, uniche potenze nuclari legittime. Da ricordare che del Club fanno parte 4 Paesi del G8, mentre il quinto, la Cina, si sta trasformando nella superpotenza del XXI Secolo. Questa, non è una risposta peregrina visto che la nostra missione UNIFIL, in Libano (2006) era nata sotto quest’auspicio. Un’altra possibile risposta è trovare il compiacimento dei nostri alleati della NATO. Compiacimento che si traduce nelle inutili note di cordoglio che da Bruxelles arrivano ogni volta che muore un nostro soldato.

Problemi connessi

Lo sforzo fatto per trovare queste risposte è stato immane. Ma esiste un problema nel rapporto con la guerra e con la NATO che è difficile da districare e ha a che fare con le nostre linee guida in termini di politica estera che sono un pastrocchio scritto sotto dettatura da Washington e il quartier generale della Gazprom. Questo andamento contraddittorio provoca una grande schizofrenia nelle nostre relazioni internazionali tali che è difficile capire che linea abbiamo sui grandi temi e come intendiamo attuarle. Di sicuro, mandare a morire i nostri soldati senza un perchè.

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