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Cosa non va nella politica maremmana

marzo 27, 2010

Non so se esista un lato divertente nel dibattito che, tanto per cambiare mi vede discutere. Però, esiste un lato tragico e che risiede nella scarsa cultura politica e nella scarsa preparazione che permea la discussione pubblica sui grandi temi della nostra Provincia.

Partiamo dalla cosa che mi sembra più eidente, il lessico. Nel post precedente, perlavo di lobby. Qualcuno, mi ha anche sfanculato per questo. Pazienza, cose che capitano. La cosa che mi ha stupito è la mancata consapevolezza di essere lobby da parte soprattutto del Comitato del No. Donatella Della Porta, quasi dieci anni fa, definiva le lobby così:

Un gruppo di interesse può essere dunque definito come un gruppo formalmente organizzato e volontario che mobilita risorse per influenzare le politiche pubbliche. (Introduzione alla scienza politica, Il Mulino, Bologna, 2002, pgg. 99-100)

Analizziamo il Comitato del No. E’ un gruppo che ha tentato di influenzare le politiche pubbliche, è formalmente organizzato ed è volontario. Parlo di Mafia?  No, ma sembra che dire di appartenere ad una lobby, in Italia, sia tanto difficile quanto confessare di essere gay. Non c’è niente di male in nessuno dei due casi, ma la fatica sembra la stessa. Perchè? Ignoranza provincialismo, mettiamola com ci pare.

Mi stupisce, soprattutto, come persone che, perlomeno per curriculum, dovrebbero essere più familiari di me con le cose d’oltreoceano, caschino dalle nuvole e non ammettano che il ruolo delle lobby, constituency o, comunque, le vogliamo definire, sia importante o fondamentale. Perchè dovrebbe esserlo? Perchè obbligano la classe politica ad essere responsabile nei confronti del proprio elettorato. John kennedy scriveva in un suo libro a proposito di questo:

Quando quell’ordine del giorno viene chiamato, lui [il senatore] non può nascondersi, non può cascare dalle nuvole, non può ritardare il voto – ed ha la sensazione che la sua costituency sia lì sul suo banco, come nella poesia Il corvo di Allan Poe, gracchiando mai più, mentre esprime quel voto che segnerà la sua futura vita poltica. (in B. Obama The Audacity of Hope, traduzione mia)

L’importanza dell’elettorato e delle sue componenti deve essere sempre presente nella mente del politico che deve sapere che ci sarà sempre qualcuno con il fucile (ovviamente metaforico) puntato su di lui e disposto a premere il grilletto ad ogni minimo tentennamento e ad ogni minimo errore. Si chiama accountability, significa chiedere conto al politico delle proprie azioni. Ho usato l’inglese perchè, in italiano, questo termine non esiste. Sarà un caso?

Perchè manca la cultura del controllo. La classe politica maremmana crede di essere al di sopra di ogni possibile sistema di check and balance. Non è abituata ad essere ispezionata in dettaglio: la stampa locale, il cui personale, per lo più, non ha un solido background professionale,  non sa cosa significhi interrogarsi sul comportamento delle istituzioni e, soprattutto, delle persone che coprono cariche istituzionali. Perchè se, secondo me, il Presidente della Provincia ha speso male i soldi pubblici non posso invoncarne le dimissioni? Non è berlusconiano. Semmai è grillino e, qui, arriviamo al vero nocciolo del problema.

In un incontro della durata di una quarantina di minuti, uno tra i più grandi esperti di relazioni internazionali del nostra Paese, Luciano Bozzo, parlando della politica italiana, mi disse

Beppe Grillo non è la soluzione al problema. E’ parte del problema.

Quello che sta facendo il comico genovese è fondere il peggio della sinistra italiana con il qualunquismo più becero. Il Partito dell’Uomo Qualunque era stato sconfitto dopo la Costituente, ora ce lo ritroviamo qui, insieme ad una visione del mondo dove la critica deve provenire da una parte sola, deve avere solo certi contenuti. Tutto il resto è merda perchè il movimento 5 Stelle è al di sopra di tutto, conosce tutto meglio degli altri, è il più pulito etc. etc. . Manca un dettaglio: il pluralismo.

Se il controllo non è incrociato, se c’è solo un grillo parlante, non siamo in democrazia. Siamo da un’altra parte, in un mondo dove esiste un partito unico al quale bisogna tesserarsi per avere lavoro, per andare a scuola etc. etc.  E’ questo quello che vogliamo? Ma se non esiste la cultura politica del confronto e della democrazia come luogo di mediazione degli interessi, non si costruisce niente che abbia la vaga forma di un futuro.

Il dibattito che si è sviluppato in questi giorni non ha nulla di pluralistico, visto che, secondo qualcuno, non dovrei neanche scrivere, non ha niente che assomigli alla possibilità che i nostri politici siano chiamati a rispondere dei loro misfatti, visto che non solo non ho sentito di un mea culpa, ma non ho neanche sentito di imminenti dimissioni, non è culturalmente accettabile in quanto quando, al di là del lessico, manca la cultura del confronto pubblico.

Ora, Baronti mi chiede di pubblicare la nostra conversazione su Facebook e stia tranquillo che sto cercando il modo più appropriato di metterlo su queste pagine (sono un sacco di messaggi e mi dispiaceva confinarli in un post solo). Ma non è il solo ad aver preferito i messaggi di Facebook ad uno scontro trasparente. Qualche giorno prima, un mio amico esponente di lista civica risponde, in privato ad un messaggio nel quale mi chiedevo. Com’è possibile che la tua lista civica si esprima dal sito di cui sei committente responsabile in un modo simile al Comitato del No e tu faccia parte del gruppo a favore dell’impianto?

E’ vero che la domanda era poco circostanziata, ma chi volevo rispondesse ha risposto. Ma in privato. Insisto molto su questo punto perchè è molto più facile esprimersi privatamente perchè non si può essere chiamati a rispondere ed è comodo perchè permette di non uscire dal coro, impedendo lo sviluppo di un certo pluralismo, e impedisce che nasca una cultura del confronto trasparente e franco. Forse, al di là di tutto, è di trasparenza e sincerità che, forse, abbiamo bisogno.

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