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Perché la Conversazione va controllata

luglio 15, 2010

La conversazione è stata uno tra gli argomenti più in voga tra chi si occupa di comuncazione negli ultimi anni. Il chiacchiericcio che sviluppa la folla, secondo quasi tutti, dovrebbe essere l’espressione della saggezza. Nessuno, all’apparenza, saprebbe meglio della crowd che cosa sia meglio. Purtroppo, spesso, le cose non funzionano così e, in settori come la comunicazione pubblica e la comunicazione politica (roba di parte) bisogna stare molto attenti a gestirla, la conversazione, e a fare sì che dia esiti prevedibili e quantificabili. In altre parole, tutto deve essere pianificato a tavolino senza che niente sia lasciato al caso.

Questa semplice considerazione può essere considerata figlia della televisione e di una comunicazione basata sull’uno-a-molti. Invece è solo attraverso dinamiche di questo tipo che Barack Obama ha vinto le sue elezioni. Il fatto che la Blue State Digital abbia sviluppato un software per la gestione dei militanti dovrebbe dirla lunga sul tipo di lavoro svolto dal suo staff. Il vero problema non è tanto stare attenti a pianificare la conversazione, ma fare in modo che questa si sviluppi in modo che nessuno si accorga che è stata pianificata. Il problema di questo ragionamento sta nel fatto che, in molti casi, i blog aziendali e politici possono essere un luogo di proposta e confronto. Tuttavia, bisogna essere molto attenti a fare sì che queste proposte e i confronti non diventino le famigerate quattro chiacchiere al bar. Naturalmente, ridurre al massimo l’imprevedibilità non significa azzerarla, significa lasciarsi aperto quel 10% di possibilità che succeda qualcosa di non pianificato, ma lasciare alla folla l’agenda setting è un lusso che non ci si può permettere.

Questo discorso è un po’ complicato, ma è un po’ una questione che andrà affrontata prima o poi. La conversazione è una cosa bellissima. Ma, da dove parte? Parte dai grandi media, parte dalle istituzioni, parte (dovrebbe) dai partiti politici, tutte entità che portano avanti costruzioni sociali della realtà parziali e che hanno tutto l’interesse a far passare la loro linea e, quindi, a tenere la conversazione entro certi binari. Il problema che Internet è grande e che è il luogo dove le rappresentazioni sociali si scontrano. In fondo è questo a cui ci si riferisce quando si parla di conversazione. Tuttavia, se mettiamo in evidenza che le opinioni sono conversazioni, assistiamo, in Rete, allo scontro delle conversazioni. In pratica, la Grande Conversazione può essere vista come un grande congresso dove si scontrano varie mozioni a loro volta work in progress.

E’ in questo caos, che si trovano ad operare i vari professionisti del settore che hanno tutto l’interesse a ridurre complessità e a tenere tutto più sotto controllo. Il controllo avviene, sostanzialmente, mantenendo traffico, utenti e conversazione sulle proprie piattaforme (anche in questo Obama ha molto da insegnare) e permettere che, al loro interno, entri od esca solo quello che è utile. E’ una limitazione alla libertà di espressione dell’individuo, ma l’individuo dovrebbe essere informato attraverso le condizioni d’uso non dimenticando che la libertà di espressione è in capo al proprietario della propria piattaforma.

In conclusione, torniamo indietro, alla Grecia classica. Quando Erodoto scrive il Tripolitico, mette in evidenza come la democrazia possa essere ridotta ad una oclocrazia, al governo di masse chiassose. Data la scarsa preparazione che c’è in giro su temi di utilità pubblica, la discussione, l’elaborazione di programmi, la capacità di analisi non può essere lasciata alla crowd alla folla senza che ci sia (almeno) un moderatore che, però, deve essere sempre più sofisticato, e sempre meno invasivo.

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