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A voi la decrescita, a me il PIL

agosto 24, 2010

Ieri sera mi è capitato di discutere con un fan della decrescita. Secondo un certo pensiero, bisognerebbe smettere di ragionare in termini di PIL ed utilizzare altri parametri. Onestamente, a me piacciono le quantità. Mi piace quantificare le cose e stabilirne il peso. Per questo sono e resterò affezionato al PIL come metro dell’economia. E’ vero che al PIL contribuiscono anche le ricostruzioni dalle catastrofi naturali, ma, onestamente, mi piacerebbe vedere quanto valeva il PIL dell’Abruzzo prima del e quanto vale ora.

Il problema non sono i parametri, il problema è che i debiti vanno pagati ed hanno dei tassi di interesse, i posti di lavoro devono essere sempre più numerosi e ben pagati, non considerati i costi del welfare che deve avere performance sempre più elevate. Per tutto questo, serve che l’economia cresca. Altrimenti niente ospedali e scuole pubbliche, niente strade, niente nettezza urbana. Insomma, niente di niente e, tra l’altro, stato insolvente. Per questo, forse, è bene tenere presente che o l’economia funziona, o non funziona e non basta cambiare parametri.

Quando sente parlare di decrescita, il più lucido economista d’Europa, Fitoussi, mette le mani alla pistola mettendo in evidenza che non si risolve il nodo della disuguaglianza producendo meno ricchezza. Il problema da risolvere è come distribuire la ricchezza in modo sempre più efficiente, non cambiare il modo in cui misuriamo lo stato di salute dell’economia cosa che, tra l’altro, mi sembra una scusa per una certa borghesia nominalmente di sinistra, per mantenere intatte le disuguaglianze sociali.

Esempi? Prendiamo la Provincia di Grosseto. In teoria, i fautori della decrescita considerano la Maremma come una specie di Eden. Poche infrastrutture, poca industria (quella che c’era, quella mineraria, è chiusa da un po’) , poche imprese in grado di produrre valore aggiunto, enogastronomia a parte. Più ecocompatibile di così non c’è niente.

Peccato che il modello economico basato sul turismo e sull’agricoltura stia producendo una vera e propria apartheid sociale tra chi, in Maremma, viene in vacanza e tutti gli altri. Basta aprire un giornale di annunci per capire che le figure professionali più richieste sono barman, giardinieri e bagnini e non i professionisti che lavorano da Harry’s, ma persone che masticano un po’ di mestiere. I contratti sono stagionali e, spesso, non al 100% regolari. In qualche settore, ci sono anche fenomeni di caporalato. E’, tutto questo, un modo sano di mantenere un’economia? E’ giusto che i luoghi, con la scusa della decrescita, vengano trasformati in luoghi dove il padrone con Il Manifesto sotto braccio tenta di spiegare ai lavoratori che la loro precarietà e la loro scarsa ricchezza può essere benissimo compensata dalla qualità della vita garantita dal luogo in cui vivono?

Naturalmente, no. La qualità della vita da sola non basta a pagare il conto del supermercato, l’affitto, o tutto il resto. Latouche ha posto una questione affascinante. Ciononostante, il suo pensiero è viziato dal fatto di essere completamente campato per aria e non considera che se vogliamo uno sviluppo, se vogliamo un futuro, dobbiamo far funzionare l’economia, altrimenti come si creeranno i posti di lavoro di domani?

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  1. Ancora sulla decrescita « Il diserbante 2.0

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