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Ancora sulla decrescita

settembre 1, 2010

Rendo merito della discussione che è nata a partire da questo post su Facebook.

Stavo riordinando la cucina e ho capito perché ci sono tanti fanatici della decrescita. I miei ex coinquilini erano grandi consumatori di sughi e pesti pronti, i cui barattoli vuoti finivano puntualmente nella spazzatura. Da brava campagnola quale sono, ho osservato che quei barattoli potevano servire a mia madre per le conserve, ed ho chiesto loro di conservarli.
Dalle mie parti le conserve vengono ancora preparate in casa, riciclando continuamente dempre gli stessi barattoli e a volte anche i tappi. Intendo OGNI tipo di conserva, dalla passata di pomodoro al pesto alla genovese alle marmellate ai triti di verdura per fare il soffritto.
Ovviamente mia madre può permetterselo: lavora in ospedale e ha 3 pomeriggi liberi su 5 giorni lavorativi. Molte donne dalle mie parti possono farlo perché casalinghe.
Una casalinga non fa salire il PIL. In primo luogo perché non lavora, in secondo luogo perché prepara quasi tutto in casa.
Una donna in carriera fa salire il PIL. Una donna in carriera lavora tutti i giorni fino alle 6 di pomeriggio e quando torna a casa ha bisogno di un sugo pronto. Vuol dire che ha bisogno dell’operaio che raccolga i pomodori, dell’operaio addetto alla pulitura, dell’operaio addetto alla bollitura, dell’operaio che imbarattola e sigilla, e di tutti gli operai che fabbricano il barattolo. Poi ci sarà l’addetto alla nettezza urbana he raccolgierà la sua spazzatura, e tutti quelli che lavorano in discarica.
Tutto questo fa aumentare il PIL.
In altri termini, uan donna che lavora moltiplica i bisogni della società. Ciò vuol dire che il PIL cresce fino a che i bisogni della società crescono ed aumentano i beni ed i servizi atti a soddisfarli.
La domanda è: fino a quando questo sistema funzionerà? Fino a quando saremo in grado di moltiplicare i nostri bisogni per dare un lavoro a tutti?
E fino a quando l’ambiente arà in grado di sostenere questo stile di vita?
Saremo in grado di smaltire tutti quesi rifiuti, e di produrre tutta l’energia necessaria a produrre beni, servizi, e soprattutto INVOLUCRI? In altre parole: che fine faranno tutti quei cazzo di barattolli?
Per non parlare degli effetti sociali: lo si ripete spesso, le nuove generazioni sono troppo viziate, sono abituate ad avere tutto e subito, quindi non hanno personalità, non hanno valori; crescono davanti alla tv senza punti di riferimento e quindi diventano superficiali e violenti etc…
è inutile lamentarsi di questi meccanismi, semplicemente perché siamo immersi fino al collo in un sistema economico che non solo li incentiva: è BASATO SU DI ESSI.
Quindi rendiamoci conto che non è solo un problema di misurazione. è molto più complesso.
Questo non vuol dire che regioni come la maremma debbano continuare ad annegare nella propria miseria solo perché due o tre fanatici della decrescita vogliono venirci a passare le vacanze estive… vuol dire solo che il nostro sistema collasserà. Ed è un fatto. Bisogna solo capire quando.

Federica Nalli

Mia risposta:


Che una casalinga non faccia salire il PIL, questo è da dimostrare in quanto quello della casalinga è un lavoro a tutti gli effetti non pagato e anche di una certa responsabilità sociale, in mancanza di un welfare adeguato. Probabilmente, è corretto sostenere che la casalinga fa crescere il PIL perché si serve di tutta una serie di beni (pensa al detersivo) che devono essere reperiti all’esterno e che da sola non può produrre in casa. Probabilmente, sarebbe più corretto sostenere che le casalinghe non partecipano alla redistribuzione della ricchezza in quanto svolgono delle mansioni senza essere retribuite (prendersi cura degli anziani, crescere i figli ad esempio).
Di sicuro, non è colpa del PIL se i ragazzini sono viziati, è colpa dei genitori che non hanno saputo fare il loro mestiere, non della TV che, è vero, spesso propone di acquistare cose inutili, ma, onestamente, non mi sento di rinunciare a PC, cellulare ed Internet dal momento che hanno reso la mia qualità della vita maggiore, hanno aumentato la produttività e, perché no, mi hanno messo in condizione di conoscere cose che, senza un conto in banca n grado di pagarmi tutta una serie di viaggi, non avrei mai potuto imparare. Tra l’altro, io sono ancora innamorato del capitalista che mette in moto la sua creatività e la utilizza per risolvere un problema, trova la soluzione e cerca (rischiando del proprio) di venderla al miglior offerente. Povero romantico… Se il problema è costruire meno scatole, costruiremo meno scatole o le costruiremo in modo sempre meno impattante, ma, in fondo, non è neanche questo il punto.

Benjamin Friedman ha scritto un saggio intitolato The Moral Consequences of Economic Growth http://www.economics.harvard.edu/faculty/friedman/moral in cui addirittura arriva a mettere in relazione qualità della democrazia con la crescita economica. Questa è la risposta di Stiglitz http://www.foreignaffairs.com/articles/61208/joseph-e-stiglitz/the-ethical-economist tra parentesi.
Il fatto di rinunciare a certe cose non fa altro che rafforzare la mia idea che la decrescita sia una scusa per non rispondere alla vera domanda che è molto meno legata ai massimi sistemi del capitalismo (ciclicamente dato per morto dalla metà del XIX Secolo), cioè come si fa a ridurre le disuguaglianze, come si fa a redistribuire la ricchezza? Come si fa ad aiutare quelli che ricevono la fetta più piccola della torta? Sfornandone una più piccola? Mi dispiace, ma non mi sembra una risposta adeguata.

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5 commenti
  1. federica permalink
    settembre 2, 2010 8:04 am

    Hai fatto un grosso errore di misurazione: i lavori non retribuiti non sono misurati nel PIL, quindi la casalinga non lo fa crescere, la mamma che paga la babysitter e i sughi pronti sì. Sui detersivi ti faccio notare che vengono usati sia …dalle casalinghe che dalle donne lavoratrici (a volte per mezzo di una colf).
    Con quello che mi hai replicato ti sei dato la zappa sui piedi, in quanto hai dimostrato che non sempre quello che viene prodotto all’interno di un paese si vede dal PIL: l’esempio del lavoro di una casalinga, che pur essendo utile ed essenziale non è incluso nel PIL, è l’esempio più tipico dei manualidi macroeconomia di base.
    E questo è un fatto.

    Sull’educazione dei figli sono fermamente convinta che una mamma che rientra alle 7 di sera tutti i giorni per sudarsi lo stipendio e far crescere il PIL sia svantaggiata rispetto a una che può vedere i figli tutti i pomeriggi. Inoltre, sono molto scettica su come un palmare o un videofonino possa far salire la qualità della vita di un bambino di 8 anni (perché, credimi, a giro ce ne sono parecchi). Incrementare i bisogni all’infinito vuol dire che, soddisfatti tutti i bisogni necessari, si passerà a produrre il superfluo. Il computer che utilizziamo per lavorare ed i viaggi (a scopo lavorativo, ma anche a scopo di divertimento) possono rientrare nel necessario, il palmare al ragazzino NO.
    E una società che nuota nel superfluo si rammolisce. Ma questa è la mia modesta opinione.

    Il problema non è costruire meno scatole ma produrre in modo ecosostenibile. Il che vuol dire anche ridurre il superfluo. Il che vuol dire ridurre la produzione. Il che vuol dire ridurre il PIL.
    Pensaci bene: prendi ad esempio il mercato energetico. L’Enea ha calcolato che il 40% (mi sembra fosse quello il numero, o giù di lì) della riduzione delle emissioni di CO2 si può ottenere riducendo la domanda di energia, cioè sostituendo i vecchi impianti produttivi con impianti più nuovi, che consumano “in modo più efficiente”. Ovvero domani ci mettiamo a svitare tutte le lampadine di casa, le buttiamo via e le sostuiamo con quelle a basso consumo.
    Dietro queste espressioni così eleganti si nasconde un unico concetto: consumare di meno = produrre di meno. L’Enel riurrà il suo fatturato e dovrà licenziare qualcuno.
    Mi dirai: ci guadagneranno le imprese che producono lampadine a basso consumo. Ma bisogna vedere se il guadagno compensa la perdita… non è così scontato!
    Siamo sempre lì.

    Il fatto che tu sia innamorato di una certa immagine di capitalista non cambia le cose… Insomma, anche io sono innamorata delle patatine fritte, ma non per questo le patatine fritte hanno smesso di farmi ingrassare.
    L’approccio di uno scienziato deve anzitutto liberarsi di preconcetti e inclinazioni personali. Se facessi uno studio comparativo fra cani e gatti, alla fine potrei continuare ad amare i gatti ed odiare i cani, ma ciò non toglie, ad esempio, che i cani sono più inclini all’apprendimento. Perché è un fatto (e l’ho preso dall’ultimo numero di Focus).

    Il problema della redistribuzione è secondo me c’entra fino a un certo punto… Ovviamente non si risolve, come dici tu, sfornando una torta più piccola. Sono due problemi che devono essere risolti e la risoluzione dell’uno non impedisce di risolvere l’altro.
    Cmq ora buona notte, gli articoli me li leggo domattina…

  2. settembre 2, 2010 2:37 pm

    Io non ho detto che la casalinga direttamente con il suo lavoro partecipa al PIL. Sostenevo, anzi, che la casalinga media italiana si deve servire di tutta una serie di prodotti che deve reperire all’esterno e che non sono gratis. Sarebbe interessante vedere quanto l’industria italiana si affidi ai prodotti della casa, per sopravvivere. In altre parole, quello che sostenevo è questo: a meno che le casalinghe italiane non decidano di bollire le corna di bue per produrre il sapone per fare il bucato, questo ceto contribuisce (almeno indirettamente) alla produzione della ricchezza nazionale. Parentesi, se in Italia abbiamo un problema di occupazione femminile è anche perché le risorse a disposizione non consentirebbero di mettere in piedi il welfare che servirebbe (asili nido etc.)
    Il problema della produzione energetica è estremamente spinoso perchè è vero che sostituendo gli impianti con alcuni più inefficienti è possibile ridurre del 40% la produzione di energia. Mi permetto di rilevare, però, che non è solo un problema di lampadine e che l’efficienza energetica è anche uno dei punti chiave degli stimoli che Obama ha sviluppato per sostenere l’economia americana non considerando che più più della metà degli occupati, solo in Italia, lavora nel settore terziario che, primo trimestre 2009, valeva quasi il 70% del PIL. Sarebbe molto interessante studiare l’impronta ecologica del settore dei servizi, però questo mette in evidenza come l’equazione sviluppo=inquinamento regga fino ad un certo punto.
    Ho fatto il rifermento un po’ romantico al mondo capitalista per mettere in evidenza che il capitalismo non è basato sulla passività del consumatore che guarda la TV e compra tutto quello che gli viene propinato come utile o figo. Semplicemente, non ho paura di sostenere che un capitalismo sano e responsabile e ben regolato dalla politica (è anche a causa del fatto che sono mancate le regole che siamo in crisi ) può dare un grande contributo a costruire una società migliore. Se al PIL vogliamo affiancare altri parametri che ci permettano di avere un quadro più preciso e completo, benissimo. Ma non possiamo rinunciare al PIL come parametro quantitativo.
    La redistribuzione della ricchezza e ripianare le disuguaglianze è il problema principale che abbiamo davanti, soprattutto se vogliamo evitare nuove crisi come quella che stiamo vivendo. Al Festival Quanto Basta di Piombino, Fitoussi ha sostenuto che:

    Negli ultmi 25 anni, sono cresciute le disuguaglianze. Il grado di disuguaglianza era molto alto all’inizio del XX Secolo, ma la disuguaglianza non è cresciuta. In 25 anni, la disuguaglianza è cresciuta. Quando la diseguaglianza cresce, che perde ha meno reddito da spendere. Avendo meno reddito da spendere, c’è un problema di domanda e di tenore di vita. La politica monetaria abbassa il tasso di interesse e la gente si indebita. La domanda sul mercato, così, non è alimentata solo dal reddito. Ma anche dal debito. Inoltre, chi beneficia della disuguaglianza, che fa? Compra asset. Cose e fondi di investimento, ad esempio. Quando c’è disuguaglianza, nascono delle bolle finanziarie. NB la trascrizione è mia, spero di trovarne un’altra

    I modi per ripianare le disuguaglianze ci sono, ma dipendono molto dallo stato di salute dell’economia e dalla volontà politica di renderla sana e di aiutare il più debole. I problemi non sono due. Il problema è uno solo ed è quello di costruire un’economia in grado di produrre ricchezza e di permettere a tutti di usufruirne.

  3. federica permalink
    settembre 4, 2010 10:20 am

    Francé…. quello della casalinga era un esempio e l’hai capito benissimo… non facciamola diventare una discussione su come il PIL incrementerebbe se la signora del terzo piano si mettesse a lavare i pavimenti due volte a settimana invece che una!

    Con l’esempio delle casalinghe non volevo dire che queste vivono in perfetta autarchia senza impatto sul PIL. Ho semplicemente estremizzato il concetto per farti capire che esistono stili di consumo che permettono di fare a meno di una serie di prodotti (anche se ci sarà sempre e comunque bisogno di altri prodottti come i detersivi).
    Si tratta di stili di consumo ancora particolarmente radicati, ad esempio, al sud.

    Quello che mi preoccupa è che il nostro è un sistema economico che spinge in direzione contraria, verso un’incremento progressivo dei consumi.
    Il che, purtroppo, significa che una buona fetta di questo incremento progressivo della ricchezza sia dovuto ad una massa di idioti che comprano solo perché è figo, che buttano via abiti e mobili ancora buoni e ne comprano di nuovi semplicemente perché possono permetterselo.

    Semplicemente, non credo che questo sistema possa durare all’infinito.

    Il che è dovuto anche al fatto che, come sai, ho sempre un occhio di riguardo per l’ambiente, e, fino ad ora, lo sviluppo ha sempre comportato un peggioramento delle condizioni ambientali.

    Non so la figura del capitalista coscenzioso sia mai esistita davvero, nella realtà.
    Certo il governo può intervenire, ma esistono dei limiti alla sua azione.

    Fossi in te eviterei di fare parallelismi fra l’economia americana e quella italiana.
    Sempre parlando di energia, il progetto di Obama è realizzabilissimo negli USA. Obama punta sull’efficienza e soprattutto sulle rinnovabili. In Italia un po’ meno.
    Parti dal presupposto che le rinnovabili, di per sé, non sono economicamente competitive.
    Non mi metto a spiegarti il perché, perché ci vorrebbe un’altra tesi di laurea.
    Non sono competitive se si tiene conto di parametri puramente economici.
    Se c’è un governo che interviene per fare sì che le imprese internalizzino i costi ambientali e sociali, le cose cambiano.
    Prendi il fotovoltaico. L’investimento che serve per comprare e installare un pannello richiede una ventina d’anni per essere ammortizzato, mentre dopo 13 anni in media il pannello va sostituito. Quindi non è un investimento vantaggioso.
    IL governo, però, (detto in modo un po’ maccheronico) si rende conto che se la produzione di energia elettrica continuasse a fare uso prevalente di carbone, affrontare i costi derivanti dalle emissioni di CO2 potrebbe in futuro essere acora più svantaggioso.
    Quindi interviene con dei sussidi sull’energia prodotta: il consumatore non solo risparmia sulla bolletta, perché si produce l’elettricità da sé, ma per ogni unità di energia prodotta in più rispetto al suo fabbisogno viene pagato profumatamente (mi dispiace solo non avere le tabelle a portata di mano…) In altre parole, il governo internalizza il costo ambientale.
    Le imprese ed i consumatori si mettono ad installare pannelli fotovoltaici, dando lavoro al personale che nel frattempo l’Enel a licenziato perché il suo fatturato è diminuito (detto sempre in modo maccheronico). Anzi, l’occupazione cresce.
    Benissimo. Se siamo in America.
    In america ottenere un finanziamento per installare un impianto fotovoltaico è certamente più facile che in Italia. Nell’ultimo biennio ci siamo accorti benissimo di quanto il sistema bancario americano possa essere “aperto”!
    Non hai idea di quanto sia difficile ottenere un finanziamento in Italia. Roba da non credersi.
    Per non parlare della flessibilità del mercato del lavoro. Se un’azienda di Chicago volesse reimpiegare i suoi operai nell’installazione di pannelli fotovoltaici, non avrebbe nessun problema a pagargli un corso di formazione a Miami (anche perché non avrebbe nessun problema a reperire i finanziamenti) e a mandarli in giro per gli States a installare pannelli. Vuoi che gli americani siano più motivati, più inclini a fare sacrifici, non lo so, ma lì spostarsi per lavoro è normale. Sono molto scettica sulla possibilità che un operaio metallurgico del frusinate in cassa integrazione sia disposto ad andare a Milano per imparare a installare un pannello e poi spostarsi dove il mercato lo richiede…

    Insomma, il problema è spinoso, ci sono di mezzo troppe variabili… Io ho queste convinzioni. Che non significa che dall’oggi al domani dobbiamo abbandonare il capitalismo e metterci a coltivare i nostri pomodori nel giardino di casa…
    Forse dobbiamo semplicemente arrenderci al fatto che la nostra ricchezza non può crescere per sempre. E adottare stili di consumo e di produzione diversi. Più responsabili.

    Alla fine, stiamo dicendo la stessa cosa…

  4. mario rossi permalink
    settembre 9, 2010 4:49 pm

    Mi permetto di fare un appunto alla sig.ra Federica. Per quanto riguarda l’energia fotovoltaica L’Italia ha una potenza installata superiore a quella complessiva degli Stati Uniti (documentarsi!). Nonostante loro abbiano Obama e noi Berlusconi (sigh), nonostante loro abbiano 310 milioni di abitanti contro i nostri 60, nonostante loro abbiano una superficie 44 volte superiore alla nostra. In Italia, tramite il conto energia, la produzione di elettricità dal fotovoltaico è una delle più sovvenzionate (e remunerative) al mondo. E questo sta portando al boom del mercato italiano. Che sfocierà in una bolla finanziaria (perchè il governo ad un certo punto non avrà più i soldi per pagare gli incentivi promessi). E tutti ci accorgeremo che fesseria sia stato puntare sul fotovoltaico (che fra l’altro di notte non funziona…). Non so questo farà bene o male al PIL, ma sicuramente le cose non sono mai come sembrano … Cordiali saluti, Mario

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