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Ha ancora senso il reporting di guerra?

dicembre 21, 2010

Prima di iniziare qualsiasi discussione, un piccolo aneddoto personale. Nel lontano 2004 sul circuito di file-sharing circolava il video di un F-16 che bombardava una serie di individui che uscivano da un rifigio antiaereo e scappavano in strada. L’ordine al pilota era perentorio, bisognava fare fuori quel gran numero di individui. Il video terminava con una nuvola di polvere che nascondeva i cadaveri.

Della battaglia di Falluja, il resoconto pià completo è quello di Ahmad Mansour, uno dei pochi giornalisti presenti grazie all’ombrello dell’emirato del Qatar il cui sovrano è proprietario del network Al-Jazeera. Il giornalista arabo è stato l’unico giornalista che ha raccontato uno tra gli assedi più sangunari che si ricordino, ma è stato anche quello che, forse, ne ha capito meno. Comodamente seduto nella mia cameretta, digitando Falluja su Bearshare ero stato in grado di trovare minuti (forse ore) di video che ritraevano le Forze Armate statunitensi commettevano ogni crimine conto la popolazione irachena. Ad esempio, le mmagini all’infrarosso di un Apache che deliberatamente uccideva due uomi disarmati, ridotti a delle macchie che perdevano progressivamente colore dopo essere state colpite,.  Io le avevo, Mansour no. A questo, si uniscono i video di orghish.com, sito che, poi, verrà chiuso e che, in quei giorni, era una delle risorse più importanti per chi volesse vedere qualcosa di quello che è accaduto in Iraq tra 2003 e 2005.

Nel racconto della Seconda Guerra del Golfo, così come su quello della guerra in Afghanistan, i giornalisti hanno preso più buchi che altro. Nei primi giorni del conflitto iracheno, tutti i giornali del mondo che avevano mandato degli inviati sostenevano che Bassora era stata occupata, ma la verità emerse quando qualcuno ci si rese conto che la conquista era solo (e soltanto) l’accerchiamento delle forze britanniche nei confronti della principale città del sud Iraq. Solo pochi giorni dopo l’inizio dell’assedio, gli inglesi riuscirono ad entrare in città. Ma, intanto, giornalisti (quasi tutti embedded o stipati all’Hotel Palestine,  avevano dato per certa la conquista di Bassora.

In pratica, sia gli embedded che gli inviati di Al-Jazeera avevano fallito nel dare la dimensione di quello che stava succedendo in Iraq, mentre un adolescente di un paese sperduto nella provincia toscana, con una connessione ADSL e sapendo dove cercare si era fatto un repertorio di immagini in grado di rendere conto degli aspetti più emozionanti di una guerra. Ma anche quel ragazzino, così come Al-Mansour, gli embedded e i reclusi dell’Hotel Palestine non era in grado di capire cosa era questa  guerra, come si erano preparate le Forze Armate della Coalizione (Italia inclusa) e di quali prospettive da un punto di vista politico aprisse l’operazione Iraqi Freedom. Nessuno aveva intuito quello che sarebbe successo il giorno dopo la presa di Baghdad.

Forse,  nessuno poteva fare un resoconto completo della guerra utilizzando  le categorie tradizionali del giornalismo e del lavoro giornalistico soprattutto perché le ultime due guerre a stelle e strisce non possono essere lette attraverso i canoni della guerra come l’abbiamo conosciuta fino agli anni ’80. Mentre la macchina bellica americana diventava onnipresente in un teatro di guerra (Donald Rumsfeld parlava di God’s Eye) andando a minare la stessa concezione di fronte, il giornalismo non capiva che, per raccontare la guerra, doveva assomigliare moltissimo alla macchina bellica americana, deve essere ovunque ed in nessun posto contemporaneamente e deve essere in grado di spostare uomini e mezzi su vasta scala nel giro di pochi giorni. O, almeno dovrebbe, visto che nessuna redazione ha i mezzi della Forze Armate USA.

Nonostante questo handicap, qualcosa si può riusicre a raccontare. Quello che serve è che ci siano persone che sappiano cosa signidichi utilizzare un sistema d’arma al posto di un altro, cosa sia un sistema d’arma e abbia un’idea di come è organizzata una macchina bellica, in modo che sappia porsi le domande giuste ed abbia una serie di strumenti che gli diano una mano a non bersi tutte le minchate che sono scritte nei rapporti ufficiali e a leggere tra le righe di quei rapporti, sapendo cosa andare a cercare e perché. Forse, più che andare sul posto, più che persone che vadano sul fronte alla Hemingway o alla Barzini, servono oscuri personaggi che analizzino dati su dati, facciano regressioni e tentino di capire cosa stia succedendo nei teatri di guerra di mezzo mondo. In fondo, questa è la lezione degli warlogs di Assange che, dati in pasto ad una serie di team di gironalsiti, sono stati in grado di darci, finalmente, una descrizione accurata e coerente del conflitto afgano. Quanti di quei giornalisti sono stati in un teatro di guerra? Quasi nessuno,  ma sono quasi sicuro che non ci sia nessuno che conosca quel conflitto meglio di loro.

Tirando le fila di questo lunghissimo&pallosissimo post, chiudo con una domanda. Quanti anni ha dovuto passare Sigfrido Ranucci in Iraq prima di sapere che a Falluja era stato utilizzato del fosforo bianco?

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