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Salviamo Scienze della Comunicazione!

gennaio 19, 2011

Si capisce benissmo il perché Scienze della Comunicazione sia uno tra gli indirizzi di studi più bistrattati del mondo accademico italiano: è frequentato da un consistente gruppo di analfabeti funzionali che non saprebbero distinguere tra un libro ed una “zeppa” per un tavolo zoppo. Questo è un dato di fatto, ma che dire di quelli che studiano con passione, tentando di entrare in un’industria che vale 50 Miliardi di Euro, ma che per realizzare i propri sogni, “ricercare la propria felicità”, sono disponibili ad affrontare una vita di precariato? Forse che l’Università pubblica dovrebbe trattarli un po’ meglio.

Uno tra i discorsi che faccio molto spesso con un mio collega di master (studio presso la scuola di giornalismo dello Iulm, a Milano), è che siamo stati trattati veramente di merda, dalle nostre Università (io ho studiato a Firenze, lui a Palermo, l’Italia è unita). La cosa che ci sconcerta è che la nostra laurea, la nostra preparazione ce la siamo conquistata più con la nostra buona volontà che con l’aiuto di docenti disponibili ed a portata di mano. Certo, non tutti i professori sono stati “distanti” e scarsi, naturalmente, nell’economia del post, sto generalizzando in  modo brutale, ma se prendiamo quello che succede in una tra le Università più prestigiose d’Italia, quella di Pisa, scopriamo che il modo in cui viene trattata la comunicazione, nel nostro Paese, è semplicemente vergognoso. Lezioni che scompaiono, professori che non fanno lezione, ma danno slide (progetti di e-learning, o pigrizia?) non parlando delle sessioni d’esame che si accavallano con le lezioni, quelle che si riescono a fare. Se questo è il modo in cui ci si prende cura dei media maker di domani, conviene fare i bagagli ed andare al Media Comparative Studio del Mit di Boston.

Una tra le accuse che vengono mosse ai corsi di comunicazione è che sarebbero dei percorsi ad hoc costruiti perché ci sarebbero dei docenti amici di amici da piazzare. C’è del vero, in quest’accusa. Ma, a parte che chi conosce anche superficialmente il mondo dell’Università italiana sa benissimo che corsi del genere ci sono in ogni facoltà, anche quelle di Economia o di Ingegneria, è abbastanza chiaro che ad un’industria che vale 50 miliardi di Euro all’anno sarebbero utili corsi di laurea che non servano a parcheggiare parenti o amici di amici, ma che preparino dei professionisti qualificati. In altre parole, piuttosto che incavolarci perché esistano i corsi di comunicazione, cerchiamo di migliorarli e, nell’immediato, proviamo a tirare fuori qualcosa di buono da quello che questi corsi, attualmente, in qualche caso, sono, cioè dei laureifici per analfabeti funzionali.

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