Skip to content

Siamo davvero sicuri che quello che sappiamo sul Web abbia ancora senso?

aprile 17, 2012

In sette anni passati on-line ne ho viste di cose. Ho visto l’esplosione di Youtube praticamente in diretta, sono stato tra i primi in Italia ad aprire un account Twitter. Ho visto Facebook diventare quello che è diventato e mi sono laureato poche settimane dopo l’uscita di iPad. In sette anni ho visto passare la logica dell’intelligenza collettiva/connettiva da dotta disquisizione accademica a tecnica politica, mentre i grandi conglomerati mediatici hanno cercato di porre un freno alla libera circolazione dei loro materiali su Web. Tutto questo andrà perso, come lacrime nella pioggia, direi se fossi il replicante di Blade Runner. Purtroppo, sono un blogger sfigato che ha l’impressione di parlare, sempre di più, ad un universo che si sta decomponendo rapidamente.

Il Seo è morto

Avete presente quell’arte un po’ zen di piazzare in alto nella pagina di ricerca di Google i propri contenuti? Non ha più senso. E non lo dico io: lo dicono tutti quelli che sostengono il contrario. Quando qualcosa muore (e non si vuole che muoia) si scatenano i pasdaran secondo cui la cosa che sta morendo è viva e vegeta. E’ un po’ criptico? Sì, ma per chiarirvi le idee, andate su Twitter e cercate Seo. E’ pieno di Tweet che ricordano come il posizionamento su Google sia importante, se non fondamentale. Tutte balle. Se il Guardian (e dico il Guardian) annuncia che la maggior parte delle visite arriva da Facebook, qualcosa, ad occhio e croce è cambiato…

La blogosfera non se la passa molto bene

Qualcuno sa dirmi se Technorati è ancora vivo? E Wikio? Sì, Liquida è ancora là, però se uno guarda la classifica dei principali blog italiani, non trova blog, ma siti che sono altro. Beppe Grillo, Il Post, Giornalettismo sono partiti come blog. Ma sono diventati altro. Qualcuno mi deve spiegare perché, all’alba del 17 Aprile 2012,  qualcuno debba aprire un blog. Molto meglio Twitter, scrivere status su Facebook o aprire una pinboard su Pinterest. Io rimango su WordPress.com in quanto essere pigro e attaccato alla mia header che mi è costata un paio di giorni di lavoro. Ma, ogni volta che aggiorno, so che se non passo attraverso Facebook e Twitter nessuno verrà sul mio blog. E Facebook e Twitter non sono il Web.

Perché Facebook non è il web

Il Social Network di Zuckerberg assomiglia al Web ma non è il Web. Con l’introduzione di diario, delle offerte e, soprattutto, delle applicazioni, è diventato un ecosistema indipendente dal Web. Prova ne è che l’applicazione mobile è diventata un canale di accesso privilegiato a Facebook. Purtroppo non ho dei dati a suffragare questa idea, ma so che da quando ho preso l’iPhone non uso più Safari per fare login sul mio profilo, ma l’app. Nel momento in cui a qualche sviluppatore verrà l’idea di mettere su una suite da ufficio come Google docs, allora per il Web saranno cavoli amari.

E quindi cosa succede?

E’ un casino, nel quale, però, si possono intravedere delle vie di uscita. Basta prendere atto di qualche dato di fatto.

  • Questa è la geopolitica della tecnologia

Il mondo dell’hi-tech si muove intorno a tre grandi realtà. Apple, Google e la Santa Alleanza Microsoft-Facebook-Nokia. La Santa Alleanza, Google e Apple nascono facendo cose diverse con approcci diversi. Piano piano hanno cominciato a farsi concorrenza sullo stesso terreno: quello dei telefoni cellulari e dei tablet, in pratica Internet in mobilità. Il futuro di Internet e dei media digitali passa da qui e, quindi, dagli umori delle aziende che producono hardware e software di tablet e smartophone.

  • La concorrenza non esiste, esistono solo i target di pubblico

Detta da un praticante giornalista sembra un’eresia, ma è così. I media devono cominciare a specializzarsi sui loro target, permettendo ai pubblicitari di ottimizzare i propri investimenti magari cercando, visto che la tecnologia lo consente, di farsi pagare anche un po’ rinunciando una volte per tutte all’ossessione un po’ da portalone Anni ’90 di dare al pubblico tutte le notizie di tutto il mondo in tempo reale. Purtroppo, non funziona più così. Non l’ho spiegato io ma Chris Anderson con la “Coda lunga”.

  • A proposito di coda lunga

La metto in modo provocatorio, ma è così che mi viene: che senso hanno i libri cartacei? Con tablet, smartphone e Dio sa cosa bolle in pentola nella Silicon Valley, perché non offrire contenuti veramente multimediali che siano in grado di mettere insieme tutte le forme espressive conosciute o da inventare? Le app funzionano alla grande, in questo senso. E perché non si può immaginare un mercato di prodotti culturali molto targhettizzati e, finalmente, multimediali per davvero? Pensiamoci un attimo.

Annunci

I commenti sono chiusi.