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Social media e tutto il resto: che diavolo ce ne facciamo?

ottobre 14, 2012
Alfred thayer mahan

Alfred thayer mahan (Photo credit: Wikipedia)

Oltre un secolo fa,  Alfred Thayer Mahan, storico e stratega navale statunitense, inaugurando l’Anno accademico all’Accademia di Annapolis, disse ai cadetti:

Come avrete sentito, stiamo riorganizzando la nostra Marina. Ora il punto è cosa ci faremo, con la nuova Marina.

Il punto sollevato da Mahan è quello contro cui si scontra chiunque proponga un’innovazione. Ai tempi di Mahan, una marina che potesse colpire le coste giapponesi poteva essere uno status symbol di grande impatto. Ma, come abbiamo imparato noi italiani nella Seconda guerra Mondiale, si possono mettere in mare tutte le tonnellate del mondo, ma se non si sa cosa fare di quelle tonnellate, la sconfitta è inevitabile.

Cavoli, che bel cappello! Cosa vuol dire in italiano?

Ci stiamo raccontando che, dal 2005 a questa parte sia cambiato il mondo. Internet ha invaso le nostre vite (o le nostre vite hanno invaso Internet) e, per apparire a-la-page sembra che chiunque abbia un sito debba essere presente sui social media. Sembra quasi che i badge di Facebook, Twitter e Google+ siano più importanti del contenuto. Bisogna andare in massa sui social media, primo perché lo fanno tutti. Il problema è che, spesso, si fa fatica (io faccio fatica) a vedere un secondo e un terzo motivo. In pratica, i social network appaiono come una corazzata. Però, una volta messa in mare, di questa corazzata sembra non si sappia cosa farne.

Senso critico

Per dare un’idea dello sforzo critico che serve per andare (o non andare) sui social media, facciamo finta di avere un sito di notizie che vuole andare su Facebook. Che prodotto usiamo? Social reader? Non dà traffico, ma ci targhettizza gli utenti. Usiamo la fanpage? E che ne facciamo, della nostra fanpage? La usiamo come piattaforma di crowdsourcing, oppure per lanciare i nostri pezzi, oppure tutti e due? Tutte le scelte sono legittime e tutte possono funzionare, a patto di soddisfare certe condizioni. Le condizioni sono il modello di business (ahi…) e la fortuna che uno ha, toccando o non toccando certi temi, o nello sviluppo della storia che si vuole raccontare. E forse, al di là della fortuna, il modo per avere meno perdite è proprio quello di investire sulla storia, prima di tutto.

Il tuffo di Baumgartner

Per quanti Storify, timeline, mappe facciamo, il punto è sempre la storia. Il vero modello di business, la nostra vera merce, sono le storie. Quella di Baumgartner, al di là del gesto tecnico di per sé stesso, ha in sé il gusto, un po’ retro’, dell’esplorazione, del limite, del confine che ha caratterizzato una buona parte della narrativa della seconda rivoluzione industriale, con le sue attraversate oceaniche a bordo di aerei, dirigibili, con fontane alimentate da linee elettriche lunghe decine di chilometri. Ricorderà, magari, anche certe pagine dell’epopea della corsa allo spazio degli Anni ’60. Ma, in fondo, è una storia che ha un inizio, degli antagonisti, una prova finale e un lieto fine. Questo ha tenuto incollati su Youtube 7milioni di spettatori, una frazione di quelli che l’hanno seguito su Internet. Il contatore del video che ho pubblicato su Tgcom24, alle 22.01 di domenica, aveva già passato i 9mila visitatori unici. Tanto, tantissimi, nel giro di poco meno di due ore. Ma, cosa più importante, la caduta è stata seguita su Twitter da milioni di persone senza togliere traffico né alla diretta Youtube, né ai siti che proponevano in diretta lo streaming del volo.

Elogio della lentezza (dell’intelligenza…)

Per tornare al parallelo tra una ipotetica Marina militare e il nostro (il mio) mestiere, proviamo a immaginare ogni pezzo che scriviamo come ad una sortita di un caccia che parte da una portaerei e deve sganciare una bomba oltre le linee nemiche. Se c’è una cosa che ho imparato studiando e tenendo d’occhio come funzionano le cose tra militari, è che, da quelle parti, l’unica Santissima Trinità che riconoscono è costituita da tre fasi: pianificazione, realizzazione, valutazione. Per pianificare bene e con intelligenza serve tempo. I breafing prevolo non sono una passeggiata. Per realizzare bene serve tempo.  Per valutare serve fare una raccolta dati che richiede tempo. In questo caso, la variabile t non moltiplica per tre, ma eleva alla terza. Lavorare di fretta non è granché e, forse, piuttosto che cercare di fornire tutte le informazioni del mondo, in tempo reale e su più piattaforme, dovremmo cercare di concentrarci su meno notizie, raccontate meglio, sapendo che rinunciamo a molti clic, ma, forse, ne guadagniamo in immagine e, magari, in motivazione da parte dei nostri utenti. Lo so che esiste anche Buzz Feed. Ma, di questo super tabloiddone parlerò nel paragrafo che testé vado a introdurre.

La potenza è nulla senza controllo

Fare un progetto editoriale in questo momento storico è incredibilmente difficile. Presuppone una conoscenza enciclopedica della tecnologia, della lingua, della società, del mercato e della politica. Richiede lucidità e coraggio. Ma, nonostante i requisiti particolarmente esigenti può portare un sacco di soldi. Non so se Buzzfeed abbia raggiunto il pareggio, ma non credo sia lontano dall’obiettivo. Il sito americano ha un grande pregio, però: mette insieme il peggio di Internet con il meglio del giornalismo Politico.com americano. L’inchiesta pubblicata quest’estate sugli abusi perpetrati in un ospedale militare americano contro i pazienti afghani era bellissimo e di grande impatto. Questo indica che, almeno, nel mettere insieme merda e cioccolato a Bazzfeed hanno avuto l’intelligenza di mescolare bene le dosi. E questo è il vero punto: mescolare le dosi implica pianificare e valutare. In pratica, la voglia di rispondere alla domanda di Mahan con cui abbiamo aperto questo post. “Che ce ne facciamo?” Il punto è che sarebbe bello porsi il problema anche in Italia e investire anche dei quattrini sulla risposta. Hey, c’è nessuno?

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