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Cara politica, che ne dici di fare almeno finta di discutere un po’ di scuola e di digital divide?

gennaio 16, 2013
Italiano: Giovanni Gentile e Leonardo Severi, ...

Italiano: Giovanni Gentile e Leonardo Severi, Ministero della Pubblica Istruzione, Roma 1923 (Photo credit: Wikipedia)

un aspetto che rende inquietante la campagna elettorale che stiamo vivendo ed è riassumibile in due parole: Internet e scuola. Non abbiamo la banda larga (o almeno non è così diffusa) e abbiamo una scuola, specialmente quella superiore, che è ferma a Giovanni Gentile. L’idealismo italiano è morto da un pezzo eppure continuiamo ad onorarne i feticci come se fossero la Bibbia. Il mondo, però, si muove e altri modelli educativi si impongono. Chi ne viene tagliato fuori, è perduto. Il fatto è che, purtroppo, non abbiamo la percezione di essere tagliati fuori.  Leggere questo documento  per credere.

La questione è semplice: chi ha accesso a Internet ha accesso a comunità di pratica che non hanno bisogno di luoghi fisici per svilupparsi. Queste comunità diventano luoghi di confronto e di stimolo. Le ricompense che vengono date in base alle performance gratificano chi partecipa che, così, impara passando per prove ed errori, sperimentando e mettendosi in discussione. La possibilità di sbagliare è critica, come quella di una correzione costruttiva dell’errore con il vantaggio che a fine giornata nessuno ti chiederà di ripetere l’aoristo di un qualche verbo del quale lo studente medio deve cercare il significato sul dizionario.

Il gap è proprio qui: nozione contro senso critico, studio di bottega contro accademia. Da sempre è stato il più grande feud della storia dell’apprendimento. Tanto per cambiare, citerò due esempi di teoria militare che calzano a pennello: da una parte c’è Jomini, con i suoi Principi dell’arte della guerra immutabili e perpetui, dall’altra c’è Clausevitz con il suo Della guerra che cerca di porre problemi di stimolare il senso critico dei condottieri che sarebbero venuti dopo Napoleone più che spiegare pratiche standard di combattimento.

La storia è già vista, i protagonisti ci sono sempre stati. Il fatto, però, è che questo grande demolition derby dell’educazione occidentale oggi ha un nuovo attore che è Internet. Da molti anni, (io ne ho notizia dal 2007) si discute di come sia cambiato l’apprendimento grazie a Internet. La novità introdotta dal Pdf linkato sopra è che per la prima volta si collegano fattori socioeconomici all’accesso ad Internet ed alle sue potenzialità. Internet è più diffuso tra i laureate, i cui figli è più probabile che se ne servano. Lo studio aggiunge anche altre variabili come l’appartenenza etnica, ma, a parte la polemica sul perché in Italia si studi poco questo argomento e sul perché non si sappia niente o quasi delle comunità straniere nel nostro paese, quello che non ho visto in questo studio è l’analisi geografica di quello che viene chiamato educational divide. Ed è qui che casca l’asino italico.

Ormai tre anni fa, ponevo nella mia tesi la questione dell’accesso alla rete. La considerazione che facevo era questa: visto che la nostra Costituzione prevede uguaglianza tra i cittadini e diritto ad essere informati, è tollerabile che ci siano differenze nell’accesso ad Internet? Nel momento in cui si scopre che su Internet i bambini e gli adolescenti possono imparare molto di più di quanto non farebbero servendosi solo delle istituzioni scolastiche, è ancora più importante rispondere a quella domanda che ne sottintende un’altra: quando faremo una riforma della scuola che non tenga conto solo delle esigenze occupazionali, ma si concentri ad accogliere questo cambiamento?

Siamo in campagna elettorale e io non sono candidato. Politica, se ci sei batti un colpo…..

Appunto 😦

 

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