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I “big data” non sono la bacchetta magica: se volete buttarci dei soldi, usateli con cautela

marzo 19, 2013

Sono la parola del momento. Forse, la prossima bolla nel settore della tecnologia scoppierà qui. Un business a 11 cifre che dovrebbe permettere alle aziende e ai governi di avere tante di quelle informazioni da poter pianificare il futuro, magari anche di simularlo, in modo affidabile e realistico. In pratica, è l’ultima frontiera per chi pensa che un oggetto di silicone e silicio possa aiutare a pianificare nel dettaglio le proprie scelte. Il problema è che chi se ne è servito per primo, il Pentagono, ha toppato alla grande.

Il precedente del God’s Eye

Una tra le eredità più pesanti dell’era Bush è l’idea del “God’s Eye”. In pratica, i cervelloni del Pentagono pensavano (forse lo pensano) di poter avere una visione all’altezza di Dio del campo di battaglia. Per ottenere questo risultato, servono dati. Tanti dati, da raccogliere usando sistemi altamente tecnologici: satelliti, droni, aerei spia (su qualche sito si parlava anche di nanotecnologie). Eppure, (qui siamo nel 2006) questa visione ha dimostrato tutti i suoi limiti, con delle forze armate che impiegano pochi uomini sul campo di battaglia, ma tantissimi nella raccolta e nell’analisi delle informazioni e con una tecnologia che ha reso incredibilmente complessa la gestione di un qualsiasi intervento militare. La superbia di questa visione si è scontrata contro la fantasia e la determinazione dei guerriglieri locali che, nonostante tutta la tecnologia messa in campo dalle Forze armate Usa, sono riusciti a metterle in fuga con dei vecchi AK-47.

Il problema è che il campo di battaglia è il regno del caos. Lev Toltsoj, non un grande teorico militare, lo spiegò bene quando descrisse la Battaglia di Borodino. Per quanto le battaglie e le guerre possano essere pianificate, niente va come deve andare. La guerra è il regno del caos. Clausevitz lo sapeva bene, lo sapeva talmente bene che la sua teoria della guerra non può prescindere da un fatto: il senso critico del condottiero.

Il mondo non è “Numbers”

Non lo sapremo mai, ma il termine “big data”, probabilmente, non era nel lessico del Pentagono di Donald Rumsfeld. Ma il fatto, comunque, è che oggi come allora, si spera che i computer ci diano una risposta ai nostri problemi. Le miriadi di informazioni che vengono raccolte in server farm da miliardi di dollari dovrebbero aiutare le imprese, per esempio, a pianificare la manutenzione dei propri macchinari.  Fino a lì, nulla di male: macchine che parlano tra di loro e permettono un risparmio nei costi.

Ma cosa succede quando si gioca con la vita delle persone? Lo sappiamo: siamo imprevedibili e cercare di ridurci ad un numero, ad una matricola prevedibile e incasellata? Magari, “Numbers” sarà anche un bel serial: ma noi, come umani, siamo un po’ più imprevedibili di un’equazione. O no?

E’ la Primavera araba, stupido

A proposito di imprevedibilità, quando sono scoppiate le rivolte in Egitto, le cancellerie di mezzo mondo sono rimaste spiazzate. I modelli di statistica predittiva che hanno usato non erano più affidabili dei pareri di esperti dei servizi segreti e dei docenti universitari. Forse, si può dire, si è sbagliato nella raccolta dati, se i dati fossero stati più precisi…ecc ecc.

Se la farfalla sbatte le ali…

Il problema è che i “big data” sono “big”, tremendamente “big”. Questo significa che sono estremamente complessi da gestire e, se la teoria della complessità ha un senso, anche un piccolissimo numero di dati sbagliati potrebbe portare ad analisi completamente errate e, magari, portare a scelte sbagliate che potrebbero costare anche vite umane.

Purtroppo, però, ormai le grandi aziende dell’Itc si sono messe in moto e stanno buttando tanti soldi in questa roba e le imprese sembra si siano bevute la favola. Purtroppo per le imprese, però, i Ceo sono esseri umani e continueranno a fare errori e, ad occhio e croce, mi sembra che i “big data” siano solo un modo per documentare la buona fede di qualche cretinata fatta da qualche dirigente.

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