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“Come d’autunno sugli alberi le foglie” Giornalisti precari (forse un po’ ingenui)

aprile 17, 2013

Il giornalismo in Italia è minacciato più o meno da qualunque fronte. Gruppi editoriali in crisi, minacce e chi più ne ha più ne metta. Il precariato è una tra le cose più assurde che viviamo. Inoltre, stiamo completando, con difficoltà, la transizione dalla società industriale di massa verso un tipo di struttura sociale basata sulle specificità individuali. Chiamatela come vi pare, a me piace il termine di Baumann di “modernità liquida” nella quale  istituzioni come il sindacato cominciano a dare segni di crisi.

Il collettivismo è morto, i diritti individuali sono tutelati dalle leggi. In più, tutto il mondo sviluppato sta mostrando una tendenza al ribasso in termini di lavoratori sindacalizzati soprattutto nel terziario (The Economist di settimana scorsa). Il che ci porta direttamente alla domanda principale: ha senso per un giornalista precario 25enne iscriversi al sindacato?

No, stupido!

Il motivo è semplice: se anche mi iscrivessi al sindacato, pagherei la mia quota di iscrizione (45€) e che valore ne otterrei in cambio? Zero. Zero perché la legge di mercato sta facendo sì che i media siano diventati contenitori di pubblicità a basso costo dove la soglia per essere considerati accettabili si abbassa, come si abbassa il compenso richiesto da chi produce prodotti giornalistici.

Con l’avvento di Internet, si sono moltiplicati siti che fanno scrivere gratis. Stagisti con responsabilità anche editoriale si sono installati nelle redazioni più periferiche causando una distorsione al mercato del lavoro. Il tutto questo si traduce con la frase: “Sai quanti vorrebbero essere al tuo posto?” riducendo a zero il mio potere contrattuale nei confronti del mio ipotetico editore. Fine dei conti, il resto è fuffa.

E quindi?

Se chi ha proposto l’iniziativa di martedì sera a Ostello Bello a Milano fosse consapevole di questo mondo, invece di chiedersi come cambiare il sindacato dall’interno (cambiare la Fnsi dall’interno da precari…) dovrebbe porsi un altro problema: come diventiamo autorevoli interlocutori degli editori e troviamo il modo di farci pagare un po’ decentemente visto che, in teoria, sapremmo fare molte più cose dei nostri colleghi un po’ più in là con l’età? (Non sto dicendo che siamo Wolf Blitzer: sto dicendo che abbiamo un know how tecnico che permetterebbe agli editori di avere giornalisti il 50% più produttivi, cifra a caso, allo stesso costo del lavoro). Ed è qui che scattano i casini.

Guardate qua

Non per autocelebrarmi, ma per l’animazione (chiedo scusa per l’audio) che ho messo su, in teoria avrei violato almeno quattro contratti. Se qualcuno interno alla redazione di “La Repubblica” proponesse un lavoro del genere, tempo zero troverebbe la mail intasata dalle proteste di grafici, montatori e tecnici di vario genere che considererebbero sminuita la loro professionalità.

Eppure, le 80 clipart che compongono questa animazione le ha fatte un giornalista. Perché non far pesare queste competenze extra nella balance of power dell’editoria?

Non siamo cardiochirurghi

Ammesso e non concesso che il futuro del mestiere sia anche in format del genere, vorrei precisare che non facciamo trapianti di cuore. Il nostro mestiere consite, per la maggior parte, nella scrittura di articoli e nel fare domande. Dopo un po’ di pratica anche un liceale riuscirebbe a scrivere un pezzo decente di cronaca. Se, poi, è disposto a farlo gratis su contenitori di pubblicità a basso costo, il corto circuito è completo.

E quindi?

Prima di porci il problema di essere stabili, perché non proviamo come precari a chiederci cosa serve davvero al mercato editoriale per uscire dalla stagnazione in cui si trova? Ken Doktor, uno tra i massimi esperti mondiali di economia editoriale mi disse che come giovane giornalista avrei dovuto sfidare il sistema, piuttosto che cercare di farne parte, “è qui che si vede chi ha le palle e chi no” mi disse.

Chi pensa che entrare in un organo corporativo come il sindacato italiano dei giornalisti pecca di un’ingenuità imperdonabile, in questo periodo. Le corporazioni sono il nemico. La cosa giusta da fare sarebbe quella di puntare, in autonomia, sul libero mercato e sfidare i colleghi che, in un periodo di ristrettezze economiche, altro non sono che concorrenti da battere.

Individualista?

Forse. Il punto è la scarsità di risorse. Il punto è che prima di fare qualsiasi rivendicazione, dovremmo chiederci davvero cosa abbiamo in più da offrire a editori e utenti. Tre anni fa, Vittorio Zambardino parlava di “reboot della professione”. Se il fondatore di Repubblica.it si esprimeva in questi termini quando la crisi era grave, ma non grave come adesso, ora cosa dovremmo pensare?

Un po’ di contesto

Casomai non ne fossimo del tutto consapevoli, fuori Milano la diffusione dei giornali è super ridotta. L’anafabetismo di ritorno è una piaga sociale e 9 milioni di elettori sono convinti che i media nazionali debbano essere posti sotto controllo governativo. Mi sembra che più dell’adeguamento dei nostri compensi a quelli scritti nel Ccnl dovremmo pensare a farci leggere e a rendere redditizia la nostra industria. Eppure, pensiamo che le istituzioni che regolano la professione possano aiutarci. Poveri illusi.

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