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Anche la vita umana ha un prezzo: io lo conosco e ci ho fatto un sito sopra

agosto 9, 2013

Quando ne parlo, tendenzialmente vedo che le sopracciglia del mio interlocutore si alzano fino a raggiungere (per chi ce l’ha) l’attaccatura dei capelli. In effetti, è una roba un po’ da matti. Quello che sto facendo ha a che fare con l’economia, la qualità della vita e con l’etica. Non solo, il progetto che sto sviluppando pone anche alcune domande sul futuro del mestiere del giornalista, in particolare, sulla visualizzazione di dati e sulla loro raccolta ed analisi.Uno particolare della home di humanlifestockexchange.org

Di cosa stai parlando?

Stavo guardando un film con Alberto Sordi, ambientato negli ultimi giorni della Repubblica romana. Guardando la banalità con cui gli austriaci uccidono un patriota e suo figlio fuggiti dagli Stati pontifici, mi sono reso conto di quanto, a seconda delle epoche e delle latitudini, variasse il valore della vita umana. Da lì, mi sono posto il problema di quantificarne il valore in termini economici. Le assicurazioni lo fanno già con un certo successo. Avevo, però, bisogno di un’idea più potente, più distruttiva: di un prezzo. Da qui, il nome del sito: humanlifestockexchange.org

Guardando la mappa che c’è sulla home del mio sito, mi sono reso conto che il mondo assomiglia al reparto frutta di un ipermercato. Come i vari frutti, noi umani veniamo da piantagioni diverse, da produttori diversi e abbiamo qualità differenti: c’è la mela di prima scelta, quella di seconda e così via. In altre parole, ho trattato l’essere umano, la sua vita, come una merce qualsiasi. Ogni merce ha un prezzo, quindi anche noi.

E’ così che mi è venuta l’idea di creare una specie di borsa valori della vita umana, un posto dove chiunque possa avere un’idea del proprio valore. Combinando Pil per capita, aspettativa di vita e mortalità sono riuscito a trovare un dato abbastanza realistico di quello che, se fosse aperto un mercato umano, dovremmo costare. Per il metodo, qua.

Etica politicamente scorretta

Trattare un essere umano come una mela ha delle implicazioni molto profonde. In occidente siamo convinti che la vita umana abbia un valore inestimabile. Sulla base di questa convinzione, l’Europa ha sviluppato un sistema di welfare mai sperimentato nella storia umana. Questa convinzione ha radici profonde che hanno ancora a che fare con lo shock della guerra civile europea combattuta tra 1915 e 1945.Tutto fantastico, se solo fosse vero.

L’ipocrisia occidentale ed europea sta nel fatto che ci basta una telefonata per uccidere qualcuno all’altra parte del mondo. Letteralmente, quante persone sono morte per realizzare il nostro cellulare? Tra Africa, dove è stato estratto il materiale per realizzare i chip che ne permettono il funzionamento, e Cina dove è stato assemblato, siamo sicuri che il nostro smartphone non sia costato a nessuno la propria vita?

Se è vero quello che ho scritto proprio adesso, ai nostri fini, è perfettamente ininfluente che per mantenere il nostro stile di vita, da qualche parte nel mondo qualcuno debba lasciarci la pelle. Questo significa che mentre a parole sosteniamo che la vita umana sia inestimabile, in pratica valutiamo i nostri bisogni più importanti della vita altrui. Tanto vale, a questo punto, quantificarne il valore e denunciare con forza che noi occidentali siamo merce di prima scelta, mentre il resto del mondo, dal nostro punto di vista, può tranquillamente andarsene al diavolo.

A cosa serve?

In parte, ho risposto prima: è una denuncia per far vedere come e quanto sia diverso vivere nei vari paesi del mondo e può essere un pretesto per gettare un nuovo sguardo sulle nostre vite. Sarebbe bello prendere un Paese, una città, un vicinato, analizzarlo attraverso i dati della mappa e verificarne la consistenza empirica, vedere, cioè, se vivere in determinati paesi è una pacchia o uno schifo, come scrivo grazie ai miei dati.

In seconda battuta, per me questo progetto è un modo per sperimentare la mia visione del giornalismo dei dati basata non tanto sul rigore statistico/scientifico ma sull’idea che i dati possono essere combinati tra di loro generando parametri che alla comunità scientifica potranno fare anche schifo, ma possono aiutare a dare un’idea di come stanno le cose.

Cosa intendo io per giornalismo

Premesso che chi vi parla è l’ultimo degli stronzi, non possiamo pretendere che la professione giornalistica racconti la verità al 100,0%: se facciamo bene il nostro lavoro è tanto se arriviamo al 60%. I media non sono la realtà, sono una rappresentazione di essa, verosimile e fondata, ma ogni articolo, ogni cronaca che facciamo è come se raccontasse la storia di un universo parallelo che esiste solo e soltanto nelle nostre teste. La mediazione e il compromesso tra le varie versioni aiuta a far capire al nostro pubblico come stanno le cose secondo una locuzione usata più volte nelle lezioni di Luca De Biase.

Detto questo, il giornalismo può permettersi di essere meno preciso (non meno rigoroso) della scienza, statistica inclusa. In questo calderone, va messo anche il data journalism che, grazie ai numeri, può aiutare a dare nuovi punti di vista. Ecco che nasce il mio nuovo turbogiocattolo in costruzione. Che aspettate? Cliccate su:.

 

http://humanlifestockexchange.org

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