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Il giornalismo politico mi ha rotto le scatole

settembre 19, 2013

Abbiamo passato agosto e una parte di settembre ad aspettare che Berlusconi o chi per lui staccasse la spina al governo Letta. Abbiamo visto per un mese e mezzo prime fotocopia, fatte col ciclostile. Come se non avessimo problemi più gravi, come se le persone andassero a letto pensando a cosa sarebbe successo se Berlusconi avesse tolto il suo sostegno al governo delle larghe intese, con il primo sfoglio di tutti i quotidiani riempito da dichiarazioni di guerra che, alla luce del videomessaggio si sono rivelate, immancabilmente, tutte inutili. Fail del nostro giornalismo politico: c’è poco altro da aggiungere.

Ma cos’è il nostro giornalismo politico?

Il nostro giornalismo è politico nel senso che il racconto del nostro sistema politico è ristretto ai rapporti di forza e, spesso, fornisce analisi che si rivelano sbagliate e prive di senso. E’ facile dirlo il giorno dopo, ma che senso ha avuto il copia/incolla delle dichiarazioni dei politici italiani tra agosto e settembre, ipotizzando fantomatici ricorsi alla Consulta o crisi politiche prive di logica? Va bene che senza dramma le copie non si vedono, ma mentre la stampa romana era concentrata intorno a Berlusconi e ai suoi guai, il resto del mondo aveva altre priorità che non trovavano spazio nel primo sfoglio dei principali quotidiani italiani.

Si potrebbe aggiungere che il giornalismo politico italiano è anche romanocentrico, non in grado di vedere  cosa succede al di fuori del Gra, con leader regionali e municipali che hanno fatto il salto verso la ribalta nazionale, ma questa obiezione si scontra con il fatto che la politica nazionale è a Roma. Il problema nasce quando Roma si identifica con la politica nazionale e impone il proprio (caotico) marchio di fabbrica sul racconto che se ne fa.

Roma non è il centro del mondo

Per quanto la politica sia a Roma, la politica nazionale la si fa al Pirellone, la si fa a Torino, la si fa a Palermo, la si fa a Bruxelles. In un momento in cui le sedi di legiferazione e di indirizzo politico sono così divise, frammentate localizzate in posti diversi, come si può concentrarsi solo sulla vita politica dei palazzi romani guardando con gli occhi chiusi a quello che viene da oltre il Gra? E’ logica la frustrazione dei cittadini che non sanno perché l’Iva aumenterà se i segnali di Bruxelles sono stati beatamente ignorati.

Non c’è solo la politica

In fondo, però, c’è un problema più grande che riguarda la nostra società. Il problema è una malintesa centralità della politica nella vita pubblica che avvelena l’ambiente, rende le relazioni umane complicate e compromette, magari, carriere di chi si approccia laicamente al giornalismo. Al di là delle discussioni sul mercato del lavoro giornalistico e sulla politica (si potrebbero aprire centinaia di dibattiti), però, mi chiedo perché i grandi quotidiani siano costantemente obbligati ad aprire sulla politica.

Capisco la cronaca nera sia roba da tabloid ma ci sono decine di argomenti da apertura: scoperte scientifiche, progressi della medicina, imprese straordinarie, inchieste (ah, le inchieste sui quotidiani…) che la meriterebbero. Eppure, per qualche annetto almeno, saremo ancora condannati condannati all’ennesima prima pagina che recita più o meno così:

Berlusconi: “Io sono un perseguitato”

Premesso che ognuno ha il sacrosanto diritto di sentirsi perseguitato da chi voglia, possibile che la notiziabilità della lamentela sia la stessa 20 anni dopo?

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