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Perché “La grande bellezza” non piace agli intelligenti, ma piace agli ultimi degli stronzi proprio come me

gennaio 27, 2014

La prendo alla larghissima

Nel 1989, un oscuro funzionario dagli occhi a mandorla del Dipartimento di Stato Usa, Francis Fukuyama, scrisse un saggio intitolato “The End of History?” La fine della storia. In quel saggio, poi diventato un libro, il funzionario/storico/esperto di relazioni internazionali sosteneva una tesi fortissima e provocatoria da fare paura: la storia è finita col crollo del Muro di Berlino; quello che succederà nei prossimi decenni sarà una progressiva espansione della democrazia liberale di stampo europeo e, piano piano, proprio come in Europa, la storia intesa come incarnazione dello Spirito del Mondo (la faccio semplice…) non avrà più senso, mancando un’alternativa (appunto) alla democrazia liberale e potendo la democrazia liberale virtualmente accogliere in sé ogni contraddizione sociale, politica ed economica, ivi comprese quelle che originano da Internet. Saremmo, così, arrivati a un punto nel quale la ricerca di un’alternativa sarebbe impossibile e, quindi, il grande tritacarne che ha dilaniato l’europa tra il 1915 e il 1945 sarebbe arrivato a uno stop decisivo. Fine della storia, esattamente.

Cosa ha a che fare con “La grande bellezza”?

Se la storia finisce, non finisce il genere umano. Persa la cornice storica, le persone continuano a vivere. Secondo Fukuyama, il compito degli intellettuali in epoca post-storica, non sarebbe quello di produrre nuove idee, ma di preoccuparsi della manutenzione delle vecchie. Adorno, qualche anno prima, era arrivato alla stessa conclusione per l’arte, quando sosteneva l’atematicità dell’opera d’arte. Ma, senza fare ulteriori acrobazie, è importante, per me, mettere in evidenza un punto fondamentale: se la storia è finita e non si può che glorificare il passato (“Le radici sono importanti” dice la Santa alla fine) allora, tutto perde di significato ed è così che la mondanità assume un ruolo che prima non aveva, quasi fosse una sorta di danza macabra da celebrare in occasione della morte dello spirito. E questa legge aurea non piace alla gente che piace, perché la gente che piace è inserita in quell’acquario e ci sta da Dio.

Un anatema contro il conformismo

Fatti tutti questi discorsi, quando ho visto il film ho provato un forte moto di ribellione. Non mi piace l’idea di una classe intellettuale così conformista e superficiale. La descrizione che fa Gep della sinostrorsa del gruppo, intellettuale impegnata in quanto amante del capo del Partito (chissà quale, poi…) e che parla di impegno civile mentre scrive i dialoghi di un reality è quella di molte donne intellettuali impegnate dei nostri circoli intellettuali. E non pensate che per il fatto che sono giovane queste cose non le abbia viste. Il nostro problema, infatti, è che tendiamo ad appiattirci verso quel modello là anche nei nostri discorsi tra piccoli che vorrebbero far parte di quel mondo il cui vuoto pneumatico, la cui superficialità fanno infuriare chiunque abbia mai avuto la pazienza di approfondire qualcosa.

PQM, ecco perché non piace agli intelligenti

La classe intellettuale italiana, mediamente, non distinguerebbe Bach dai Metallica. Qualche tempo fa, ebbi uno scontro con un docente fiorentino di architettura che si vantava di non conoscere il canone di Pachelbel. Per quanto io stesso abbia delle lacune fortissime, come si fa a non conoscere una tra le pagine di musica più importanti della storia? Questo per dire cosa? Per dire che, se ad una classe intellettuale si mostra, con intelligenza (quella vera) quale siano i propri limiti, la classe intellettuale risponde con quella che gli psicologi chiamano “abreazione”, una reazione violenta e scomposta che non affronta il problema ma lo rifiuta urlando scompostamente. E’ esattamente questa la reazione che il critico cinematografo de Linkesta ha denunciato nel proprio pezzo che può essere tradotto così: “Roma non è quella di Sorrentino, i personaggi fanno schifo ed il film è di una noia mortale”. Il problema è che, se i ritmi sono lenti (è questo il bello, forse) è che Roma è un pretesto per raccontare il nostro Paese, i nostri circoli e la decadente fine della storia del nostro Paese. Non capirlo, o meglio, non vederlo significa avere le fette di salame sugli occhi o, ancora una volta, non aver studiato i fondamentali.

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