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La Formula 1 e le monoposto non hanno più senso, facciamocene una ragione

aprile 7, 2014

La domanda che pongo nel video è questa: “Possibile che a nessuno sia venuta in mente un’alternativa alla F1, magari anche a ruote coperte?” Filisetti mi dice che è un’assurdità e che piuttosto, Fia, Ecclestone e team dovrebbero mettersi d’accordo e riportare la Formula 1 al lustro di un tempo. Bella sfida, peccato che non si possa fare per una serie infinita di ragioni, tra cui il fatto che, dopo un secolo di monoposto, forse è arrivato il momento di altro. Meno sofisticato (forse…) meno ingegnerizzato, meno patinato, meno…da Formula 1, in sostanza. In fondo, è dal 1906 che si corrono dei Gran Premi. Non si può davvero andare oltre?

Un po’ di storia

Le radici della Formula 1 affondano nelle vetture che correvano prima della II Guerra Mondiale. Si trattava, ohibò, di monoposto a ruote scoperte. Nuvolari correva su una 8C monoposto, per esempio. Quelle macchine erano dei veri laboratori. Era su quelle vetture che, per esempio, si sperimentò per la prima volta un motore posteriore, vedi Auto Union Type C, per esempio. Dopo la guerra, non si è persa l’idea di sperimentazione sulle monoposto. Sarebbe fin troppo facile citare Chapman con le sue Lotus. Ma, così, per divertirci, è più interessante andare dall’altra parte dell’Oceano, a Indianapolis dove, sperimentando sperimentando, negli anni ’60 si arrivò a mettere delle  turbine a gas sulle vetture. Appunto, laboratori. Storia che è finita, grosso modo, 10 anni fa quando Montoya ha fatto il record assoluto di velocità. Era il 2005, Gp di Monza e il colombiano faceva 372.6 km/h sul rettilineo. Fine dei tempi. Appunto.

Torniamo negli Usa

Negli Stati Uniti, dopo i fasti dei primi anni ’90 le monoposto hanno smesso di ruggire, soprattutto nel cuore dei fan. Il declino delle corse in monoposto, tecnico, spettacolare, dovuto, in buona parte ai costruttori, in buona parte a Dio sa cos’altro, ha portato all’affermazione della Nascar che ora è LA serie automobilistica statunitense, con buona pace della 500 Miglia di Indianapolis che, per quanto tirata fino all’ultimo giro, non ha molto senso: monotelaio con due motoristi. E’ vero, l’anno prossimo arriveranno gli “aero kit” dei motoristi ma…la sostanza è che, comunque, le macchine saranno dei telai Dallara sui quali sarà praticamente vietato fare dello sviluppo. Quanta tristezza.

Monoposto o monomarca?

Da qualche anno a questa parte, le formule sono diventate dei monomarca, possibilmente Dallara. Dallara fa il suo mestiere, ma, con la scusa di contenere i costi, si è snaturato il concetto stesso di corse su monoposto. Le varie categorie addestrative offrono vetture tutte uguali che esaltano il pilota, ma deprimono un movimento che dovrebbe vedere nella Formula 1 la sua massima espressione allontanando fan, allontanando sponsor e impoverendo l’ambiente di professionalità e tecnologie. Così la Formula 1 diventa una cattedrale nel deserto che rischia di non interessare a nessuno.

Nella testa dello spettatore medio

Per quanto i fan e i tifosi, specialmente italiani, diano un valore aggiunto fondamentale allo sport, è pur vero che, poi, non sono loro la maggioranza del pubblico. La stragrande maggioranza del pubblico è qualcuno che vuole vedere macchine vere che hanno problemi da auto di serie e che, in qualche modo, hanno un legame con la realtà. Tra alettoni, nasi allungati e power unit, non è che si abbia l’impressione di parlare di automobili. Si parla di altro, si parla di una specie di iperuranio dove i grattacapi sono più delle certezze. Forse, la Fia sta chiedendo troppo al telespettatore medio. E, forse, coprire le ruote potrebbe essere una risposta.

L’endurance NON è la risposta

E’ vero il WEC ha 3 costruttori. Audi, Toyota e Porsche si contenderanno Le Mans. Ma più indietro in griglia cosa c’è? Molto poco. Negli Usa è tornata una serie unificata. Praticamente, i France si sono sbarazzati del business e l’hanno appioppato a Panoz. Speriamo in bene. La 24 ore di Daytona è stata un successo, però, spenti i riflettori della Florida rimane solo Sebring, uscita dal mondiale. Tanto, ma forse, non abbastanza per una serie credibile.

Il Wtcc NON è la risposta

Per quanto quest’anno ci sia un regolamento più permissivo, per quanto ci sia un po’ di potenza in più, per quanto ci sia Loeb al volante della Citroen, il mondiale turismo ha elementi di identificazione del pubblico con le vetture, ma la storia finisce lì. Non ci sono pit-stop e le gare, per quanto divertenti, non fanno sognare. Per quanto si sforzi di essere credibile, il Wtcc non è interessante come il Dtm, tanto è vero che dalla Germania stanno cominciando a suonare Wagner e stanno per partire all’invasione. Questa volta, l’obiettivo è il mondo.

C’erano un americano, un tedesco e un giapponese…

Sembra una barzelletta, ma da un annetto a questa parte gli organizzatori del Dtm stanno cercando un modo per espandere la loro categoria al resto del mondo. Già si corre a Brands Hatch e, per quanto i bolidi supertecnologici tedeschi siano più lenti della Formula 3, regalano belle gare su auto riconoscibili con una formula commerciale accattivante e, finalmente, matura per il mondo.  I crucchi hanno raggiunto un accordo con i giapponesi per delle regole comuni tra Dtm e SuperGt. Entro due anni ci sarà una corsa dove tedeschi e nipponici si sfideranno mentre è allo studio un espansione della formula negli Usa, grazie all’interessamento della Imsa. Forse è davvero questo il futuro del motorsport globale? Cioè una serie turismo molto evoluta dove le monoposto fanno solo da supporto con la Formula1 destinata ad una lenta, quanto inesorabile, estinzione? Io ne sono fermamente convinto. Insulti, obiezioni e perplessità nei commenti.

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