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Piombino chiude, gli operai si raccontano da soli e io mi chiedo: che cazzo ci sto a fare?

aprile 25, 2014

Navigando su Facebook ho visto questa foto.

La didascalia parla da sola: la manodopera verrà più che dimezzata. In attesa che qualcuno compri (chi)? gli operai fanno vedere quello che sta succedendo. Senza intermediari, senza media, senza di noi. Guardate le immagini della Lucchini fatte dai telegiornali: il massimo che si riesce a vedere è l’altoforno da lontano. Gli operai che si fanno riprendere sono sempre gli stessi, più o meno. Ma dentro non entra nessuno.

Girando un video per questo concorso mi sono imbattuto nel problema. Il fatto è che l’azienda non vuole che entri nessuno e, quindi, giornalisti e cineoperatori rimangono, sostanzialmente, a bocca asciutta. Quando la notizia è dentro, noi siamo chiusi fuori. E, a farci da sussidiari, ci sono gli operai che raccontano la loro storia. Dignitosamente e facendola vedere, più che declamandola: show, don’t tell. Story-telling senza corsi di scrittura.

Il fatto è che qua a Piombino sanno benissimo quello che sta succedendo. Tutti sanno che quell’altoforno non si riaccenderà mai più e che, nonostante i proclami, il polo siderurgico è destinato ad una lenta chiusura. Sì, l’accordo di programma, certo i compratori. Ma poi? Tutte queste domande vengono poste in questa foto:

Alessandro Lami è membro della Rsu e ci regala un pezzo di storia: il fiume d’acciaio che sgorga per l’ultima volta. Alzi la mano il fotogiornalista che non avrebbe voluto essere al suo posto. Eppure, il destino ha estratto il suo nome.

Sinceramente, non so cosa ne sarà di Piombino. Spero che il mio pessimismo venga smentito dai fatti. Spero che le navi militari vengano smantellate nel porto di Piombino e spero che arrivi il Corex, il nuovo altoforno ecologico e (ancora) spero che ci sia davvero un compratore. Ma, intanto, due domande me le faccio. E, magari, non hanno niente da spartire con la faccenda Piombino in quanto tale, ma hanno a che fare con me e con il mio mestiere, quello del giornalista.

Le storie si raccontano da sole. Le immagini, i video di eventi come questo escono su Facebook, là diventano virali e, in sostanza, la cronaca diventa già, in qualche modo, computazionale, automatica. Si trattasse solo di questo, noi giornalisti, su queste partite, avremmo ancora un ruolo. Invece, invece no.

No per un motivo semplice: specialmente nell’ambito locale, tutti sanno quale sia la posta in palio. Gli operai di Piombino sono operai veri, gente che legge la busta paga come come un luminare dell’economia. Hanno nozioni di economia politica che gli studenti di liceo non hanno, conoscono le aziende e sanno quale sia la loro identità. In altre parole, anche se volessi spiegare loro qualcosa, io non avrei nulla da dire loro. Perché, poi, chi lavora là dentro è un opinion leader in famiglia e tra gli amici. Per cui, diventa lui il media.

Altro che la Tv o il giornale locale. E’ lui/lei il cantastorie. E’ intorno a lui/lei che si sviluppa il dibattito, è lui/lei che detta la linea. Perché la posta in gioco è alta: la sopravvivenza economica.

E, per questo, mi chiedo, io, come giornalista che ci sto a fare? Come gliela racconto la crisi? Qual è il mio ruolo dentro quella società? Sarà che sono nelle 23.25 e sono stanco e anche un po’ demotivato. Ma se c’è una cosa che mi sta insegnando la mia esperienza da cronista di provincia è che o reinventiamo letteralmente tutto da zero e troviamo un modo serio e non didascalico di affrontare il nostro pubblico o moriamo.

La testata in cui sogno di lavorare la notte, il “New York Times” ha lanciato un servizio di giornalismo esplicativo. Io, nel mio piccolo, agli operai che lavorano alla Lucchini che accidenti ho da spiegare? Intanto, godetevi il reportage dal corteo del 24 aprile. E’ vivo e molto bello.

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