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#iJF14: nonostante il rischio fuffa sia alto, vale sempre la pena farci un giro

maggio 3, 2014

Questo è stato il mio terzo Festival del Giornalismo. Come sempre, le cose più interessanti non sono quelle che capitano nello svolgimento del festival, ma nell’articolato sottobosco che si muove dentro al festival. La hall del Brufani, la sala stampa, Corso Vannucci. Sono tutti luoghi magici dove ci si incontra e si discute. Perchè gli incontri, da un po’ di tempo a questa parte, sono sempre uguali: stesse parole chiave, stessi protagonisti. Poche, pochissime prospettive vere sul futuro.

La girandola degli incontri è buona per chi vuole avvicinarsi al giornalismo, per chi non lo ha mai praticato. Chi, come me, è ancora fresco di studi, ha molto poco da apprendere sentendo le varie personalità che presentano libri e, banalmente, loro stesse. In tutto questo, il bello del festival sta nel fatto che, per una volta, si può giocare con gli altri bambini.

Purtroppo, non tutta l’Italia è Milano o Roma. Se in quele realtà è comune avere a che fare con gente come Severgnini, il resto d’Italia è in un cono d’ombra. Ovvietà come quella delle mezze stagioni. Ma nessuno, come i cronisti di provincia corpo di cui sono (poco) orgogliosamente parte sa quello che significa essere isolati, vedere “per sentito dire” che le cose succedono nella professione.

Così, ti capita di stringere la mano al caporedattore per il Medio Oriente della Bbc a fare le congratulazioni a Formigli perché ha la moglie incinta o di fare dichiarazioni d’amore sconclusionate e campate per aria come questa. Come se, davvero, per una volta, anche tu facessi parte di quel mondo là. Per spiegarlo ai profani, è come se ad un calciatore di Lega Pro fosse data la possibilità di allenarsi con Lionel Messi e di vestire la stessa casacca sul terreno di gioco del Camp Nou.

Questa specie di sinodo della chiesa giornalistica, purtroppo finisce. Da lunedì, io avrò ancora il problema del mio editore che non mi paga puntualmente, del caporedattore che ti tratta con sufficienza e del conto corrente che langue. Ma, almeno, quando chiudi lo sportello della C2 sai che non è ancora finita e che, forse, questa professione continua ad avere senso. Anche se, a volte, sembra che il senso lo abbia perso per sempre.

Sabato, c’è stato un incontro che parlava di come si faccia a fare i freelance. Io l’ho ascoltato, per un po’. Ho sentito le esperienze di alcuni colleghi che, per quanto iperqualificati ed iperesperti, hanno lo stesso grave problema che hai tu: i soldi che non arrivano.

In effetti, ma nel 90% dei casi ho torto io, mi sembra sia sparita dal lessico festivaliero la locuzione “modello di business”. Se avessi ragione , vorrebbe dire che abbiamo davvero alzato bandiera bianca e che non vale più neanche la pena porsi il problema: in altre parole, nonostante la necessità della professione, da un punto di vista strutturalfunzionalistico, almeno in Italia, nessuno vuole pagare abbastanza per mantenere questa necessità. E da lì deriva lo schifo che leggiamo su Internet e su carta e vediamo in Tv.

E’ vero che esistono altri mondi e altri giornalismi. Però, è come se gli ingranaggi della storia si fossero sparsi sul pavimento e toccasse a qualcuno raccoglierli e metterli insieme per farla ripartire. Ma come accidenti si fa?

Alla fine, un pensiero. A un maestro che non c’è più. Questo è il primo festival che si celebra dopo la morte di Angelo Agostini, l’accademico più eminente, per quanto riguarda il giornalismo degli ultimi 15 anni. Ad occhio e croce, dovrebbe essere il secondo senza di lui. Ad ogni modo è un peccato perché chi lo conosce sa quanto abbia dato a questa manifestazione e quanto poco ne abbia ricevuto. Forse forse (magari sono io in torto, è stato fatto e non lo so) un momento per ricordarlo avrebbe fatto bene a tutti. Anna Masera lo ha trovato un momento, al Teatro della Sapienza, mi scrive su Facebook Roberto Favini. Spero, vivamente, non sia stata la sola.

 

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