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Pagina 99, l’89esimo minuto dell’ennesimo fallimento editoriale italiano

dicembre 19, 2014
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L'ultimo minuto di Pagina 99

C’è una cosa che ho cominciato ad odiare, quando si parla di media e giornalismo: i fighetti. E, mi dispiace dirlo, Pagina 99 era (è ancora?) esattamente un giornale da fighetti. Basta. I fighetti, alfieri del buon giornalismo, in Italia, sono quelli che piacciono a chi già sta nelle redazioni, redazioni che, scoccia ammetterlo, alla prova del mercato stanno tutte fallendo clamorosamente, una dopo l’altra. Per info, chiedete in Via Solferino al 28, tanto per non fare nomi. E, se proprio avete bisogno di un po’ di delucidazioni, DataMediaHub vi spiegherà per filo e per segno quello che sta succedendo nel meraviglioso mondo dell’editoria italiana.

Cronaca di un fallimento annunciato

Questo febbraio, ero venuto a Milano a sfogare i miei dolori da giovane cronista di provincia con degli amici. Un mio amico e collega mi disse:

In redazione ho visto gli stagisti che hanno portato questo Pagina 99. Secondo me, non arrivano a fine anno

Incuriosito, andai a vedere di cosa si trattava. Ricordo che reagii ogni volta che vedo qualcosa di nuovo nella nostra editoria, chiedendomi, in modo molto brutale e concreto: chi accidenti glielo fa fare? Accidenti, la storia del giornalismo italiana è piena di giornali meravigliosi che non vendevano una copia neanche a pagarla. In fondo, tanto per essere chiari e onesti, qualcuno ha mai visto i bilanci del “Mondo” di Pannunzio dove Salfari scriveva di sementi e del loro prezzo, tra l’altro? Credo proprio di no. E credo che non sia il caso perché quello che è accreditato come uno dei migliori periodici della stampa italiana, non ha mai venduto una copia fuori da determinati circoli di Roma, Milano e delle altre principali città italiane. Fine. Solo che mentre al tempo c’era Mazzocchi che di mestiere faceva l’editore, ora si va a caso, senza business plan credibili e, soprattutto, senza format nuovi. Questo ci porta dritti al prossimo paragrafo.

La grande battaglia del linguaggio

Sono sempre più convinto di una cosa, cioé che la vera guerra non sia tanto sul dare un racconto “diverso” che parta da posizioni policitamente e intellettualmente originali, ma stia nel packaging che l’idea deve avere. Siamo nel 2014, per Dio, e Gutenberg è roba di 5 secoli fa. Siamo sicuri che la parola scritta sia ancora il futuro? E, ancora, il web è intasato da video. Facebook li adora, Google li adora, gli inserzionisti li adorano e tutti i giornali online puntano molto su questo tipo di prodotti, come puntano su gallery acchiappaclic. Manca qualcosa: manca la gamification, manca l’interattività, manca la grafica. Qua in Italia non lo capiamo. Altri sì e, quindi, comtinuiamo a sprofondare nel baratro, continuando a fare quello che abbiamo sempre fatto: vagonate di inchiostro.

Un milione e mezzo per sopravviere

Pagina 99 ha bisogno di 1.5 milioni di Euro se vuole andare online e in edicola nel 2015. Io non sono sicuro che ne sentiremo la mancanza. Però, ancora una volta, dobbiamo reimparare la lezione che o si è veramente groundbreaking, o si portano notizione (Vice News, sto parlando di voi…) oppure non vale neanche la pena pensare di poter fare un giornale e guadagnarci sopra. A Linkiesta lo sanno benissimo. Ora, anche Pagina 99 deve fare i conti con la responsabilità di aver fatto un prodotto che il mercato (sic et simpliciter) non ha gradito. Avanti il prossimo o, per continuare a citare, vieni avanti, cretino.

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6 commenti
  1. Stefano permalink
    dicembre 19, 2014 8:57 pm

    L’annotazione su Pagina 99 è giusta, visto che ho l’impressione che mancasse un piano editoriale.
    Non concordo sulla “parola scritta” da abbandonare, magari andrebbe integrata, resa più fruibile ecc. Di ignoranza a colpi di tweet o video ne stiamo producendo abbastanza. La questione economica è che serve una pubblicità che paghi per davvero sull’online, perché pure a mettere le infografiche più belle del mondo, hai voglia di fare la disruption, ma senza soldi…

  2. dicembre 20, 2014 1:01 am

    Scusami Francesco, ma se partiamo dal presupposto che possiamo fare a meno di un racconto “diverso” che parta da posizioni policitamente e intellettualmente originali per puntare al packaging che l’idea (il racconto?) deve avere, non finiamo con il confondere i mezzi a disposizione, indifferentemente online e off line, con il fine, cioè il venire a sapere di un accadimento e sopratutto scoprirne le cause?
    Insomma, che me ne faccio di un bel telegiornale, o di un quotidiano, o un sito confezionati in maniera fantastica, con tanto di interattività coinvolgente, una grafica stupenda, ricchi premi e cotillon… se poi di contenuti (il racconto di cui sopra) non ne trovo traccia?

  3. dicembre 20, 2014 4:01 pm

    Il problema della pubblicità è enorme.La verità è che la pubblicità online ha fallito e ha fallito abbastanza clamorosamente. Agostini lo certificava dieci anni fa. Ad oggi, forse, l’unico vero modello di business realistico per Internet è il no profit. Ma qui, apriamo un capitolo interessante ma (anche) doloroso e impossibile da trattare in questa sede.

  4. dicembre 20, 2014 4:13 pm

    In fondo, le posizioni e i racconti da punto di vista originale hanno poco a che fare col giornalismo in senso stretto. Chiunque cerchi di fare innovazione, nel settore, in Italia, fallisce sempre e comunque nel risolvere la questione della differenza tra fatti e opinioni, questione che è diventata insostenibile da quando è nata la nostra Repubblica. A questo proposito, consiglio la lettura della Storia del Giornalismo di Murialdi che esplora il tema in modo più che esaustivo. Detto ciò, tutti sappiamo quali siano le notizie, in Italia. Il problema non è più trovare una lettura originale, perché tutte le letture – a mio giudizio – sono state date. Detto ciò, l’unico modo che abbiamo per sperare di dare una rilevanza al giornalismo e ai giornali è quello di inventare nuovi format che impacchettino in modo più sexy i nostri contenuti perché, altrimenti, non facciamo colpo su nessuno, soprattutto tra i giovani che i giornali, semplicemente, non li leggono. Guarda cosa ha fatto Casaleggio con La Cosa e con TzeTze e i format che utilizzano, per quanto divulghino bufale e facciano click/like baiting…

  5. dicembre 20, 2014 10:49 pm

    “…inventare nuovi format che impacchettino in modo più sexy i nostri contenuti…”?
    Mi sembra di tornare indietro di più di vent’anni, al primo STUDIO APERTO Mediaset, all’avvento dei gattini, delle dive seminude, della lacrima facile per la povera vittima di un sopruso qualunque all’ora dei TG… tutti argomenti che sicuramente per molti avevano e avranno ancora un loro lato seducente (la tenerezza, la libido, la compassione…) ma che di contenuti non portavano con se traccia alcuna.
    Ora io non sono per l’impegno senza macchia e senza compromessi a tutti i costi, ma da questo alla notizia (o peggio all’informazione) di plastica ce ne corre…
    Impacchettare i contenuti in modo sexy, significa far fermare la maggior parte dei fruitori alla sola confezione, senza neppure invogliarli a guardare cosa c’è dentro ammesso ci sia qualcosa dentro, a partire proprio da tutti coloro i quali non leggono né quotidiani né altro.
    Significa dare la stura e l’autorizzazione certificata a chiunque non abbia alcun contenuto da raccontare per rendere di pubblico dominio tutte le cagate (scusate il francesismo) che gli passano per la testa loro testa o in quella del suo sponsor (in qualunque senso sia inteso questo) in un periodo in cui, forse come non mai, c’è bisogno che la gente impari a VEDERE più che GUARDARE e basta.

  6. dicembre 21, 2014 12:04 pm

    Ti rispondo con un esempio molto concreto, con questo esempio:
    http://www.nytimes.com/newsgraphics/2013/08/18/reshaping-new-york/
    Oppure, con questo:
    http://apps.washingtonpost.com/national/fallen/

    Il tema non è essere sexy con i gattini o abbassare lo standard giornalistico, ma rendere sexy notizie che già ci sono. Per fare un’analogia con il modo della moda, ci sono due modi per essere sexy: indossando un vestito da infermiera comprato in un sexy shop e uno comprato da Valentino. Io voglio vedere, nel giornaismo, più vestiti di Valentino che robaccia da sexy shop.

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