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Il terrorismo è solo una questione di polizia, lasciate perdere lo scontro di civiltà

gennaio 7, 2015

Noi occidentali siamo un curioso popolo. Amiamo la libertà, ma non ne amiamo le conseguenze. Pensiamo che per difenderla, si possa venire a qualche compromesso con la nostra coscienza, andando, poi, a scoprire che i compromessi portano a Guantanamo, vera vergogna della nostra cultura. Com’è possibile che zone del mondo dove hanno predicato Voltaire, Beccaria, Jefferson – tra gli altri – abbiano bisogno di scordarsi i propri fondamentali, il primato della legge nei confronti dei pubblici poteri e la dignità umana degli imputati per affrontare quello che, a tutti gli effetti, altro non è che un problema di polizia?

In fondo,  i terroristi uccidono e violano – così – la legge e, conseguentemente,  devono essere catturati rispettando la loro umanità e i loro diritti tra i quali quello a un giusto processo dove difesa e accusa stanno sullo stesso piano. Eppure, ogni volta che c’è un attentato terrorista a ovest di Istanbul, ci lasciamo distrarre dalla quantità di moschee che sono sul nostro territorio e dalla brutalità dei terroristi della quale ci vorremmo vendicare nei modi più efferati possibile.

Nei giorni scorsi, è uscito un rapporto del Congresso americano che ha scoperto che le informazioni derivata dalla tortura sono state inutili nella cattura di Bin Laden. In Italia nessuno ha riflettuto adeguatamente sull’umiliazione che hanno subito le nostre autorità nazionali piegandosi al volere degli Stati Uniti che hanno preso e portato in Egitto senza processo, senza un mandato della nostra magistratura e senza neanche una richiesta di estradizione, un cittadino egiziano che risponde al nome di Abu Omar. Quello scandalo che ricorda, sotto certi aspetti, le pratiche del governo argentino degli anni ’70, è passato in giudicato, con un’opinione pubblica priva di qualsiasi cultura giuridica che usa simboli come il crocefisso come armi e come giustificazione per le proprie malefatte.

Eppure, Dio disse a Mosé di non uccidere. Eppure, Gesù disse ai suoi discepoli di porgere l’altra guancia. E Gesù, ai Farisei, disse “di dare a Cesare quel che è di Cesare”. Il problema, per la retorica anti islamista, è che la democrazia ha sostituito a Cesare la procedura, uguale per tutti e che, nel caso di reati penali,  prevede un processo.

Non solo, le costituzioni democratiche prevedono la libertà religiosa. Per cui, chi vorrebbe difendere la nostra presunta identità cattolica dall’ipotetica invasione islamica, dovrebbe ricordarsi quello che è scritto nei Vangeli e nelle nostre costituzioni, l’unica vera scialuppa di salvataggio che abbiamo prima della barbarie.

La rabbia, lo stomaco, ci hanno portati in Afghanistan nel 2001 dove rimarremo impantanati ancora per qualche annetto e non è che il mondo sia più sicuro di allora: quello che vediamo – ovunque – è l’emergenza di gruppi terroristici che controllano aree che assomigliano molto a stati nazionali.

Il califfo Al-Baghdadi è convinto seriamente di poter riuscire dove Nasser ha fallito, nonostante i raid americani. E, se proprio ci fa schifo farlo perché abbiamo la coscienza intossicata dalla retorica neo-conservatrice dell’era Bush, forse dovremmo valutare i termini che sto proponendo da un punto di vista strettamente politico.

In fondo, i conflitti di natura politica – e il terrorismo è uno degli esiti violenti della politica – sono dei giochi di ruolo con delle regole molto precise. Chi viola le regole che impone il proprio ruolo, prima o poi, perde. E noi che abbiamo, nel nostro ruolo, l’eredità di Voltaire, Jefferson e Beccaria non possiamo permetterci di disperdere il patrimonio che abbiamo accumulato in secoli di storia perché degli uomini armati di fucili d’assalto hanno ucciso 11 persone a Parigi. In fondo, la legge e i nostri valori sono l’unica vera arma che abbiamo se, davvero, vogliamo vincere quello che, agli occhi di molti, è uno scontro di civiltà in piena regola.

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