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Dieci anni dopo, penso ancora a Claudia

gennaio 13, 2015

Farò fatica a dimenticare quello che successe 9 anni fa in una stradina del centro di Firenze: una ragazzina della mia età si buttò (o cadde) dalla finestra e si schiantò in una tra le strade più buie della città. Quando colpì il selciato di Borgo San Jacopo, cominciò a dire di non voler morire e chiese aiuto, finché arrivò l’ambulanza e fu constatato il decesso. Capitò che la mia migliore amica del tempo fosse una sua compagna di classe. Il giorno dopo, incurante della pioggia, partii per Firenze e andai a consolarla. Claudia, secondo la mia amica, si era suicidata e io ricordo che la invidiavo molto, per il coraggio che aveva avuto.

Non sono uno psicologo. Sono passati quasi dieci anni e mi chiedo ancora cosa sia successo, quali siano stati i tunnel dove lei si è persa – ammesso che di suicidio si tratti – e, sempre nella prospettiva, che fine abbia fatto la sua anima, visto che, in fondo, io credo. Eppure, nonostante non abbia risposte a queste domande, con il tempo, però, ho imparato un paio di lezioni. Anche a mie spese.

La prima, che la mente umana è un giocattolo complicatissimo da gestire. Avendo una certa esperienza con il software, è come quando, a volte, il sistema operativo va in crash senza apparente motivo. La seconda è quella di rispettare il dolore altrui e la sua sofferenza, quali ne siano le cause. Sta scritto, in fondo, di non guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, quando nel proprio c’è una trave.

Tra pochi giorni, Claudia verrà ricordata. Non ho idea se la scuola organizzerà nulla, se verrà celebrata una messa di suffragio o – semplicemente – se qualcuno pregerà per lei. Non so neanche che peso dare allo studio del 2013 che parlava di un aumento dei suicidi tra il 2012 e il 2013. Non so molte cose e, sinceramente, è meglio che molti dubbi li tenga per me. A volte – addirittura e me ne vergogno molto – arrivo a pensare che facendo così (ammesso che di suicidio si tratti) si è risparmiata le sofferenze di questa crisi che sta demolendo almeno un paio di generazioni. Tuttavia, io sono qui a scrivere e lei è in un cimitero. C’è una scena bellissima in “Full Metal Jacket”. Il protagonista guarda, tenendo in mano il suo taccuino – che in quell’occasione diventa un breviario – una fossa comune e dice con voce ferma e inespressiva:

I morti sanno una cosa sola: che era meglio quando erano ancora vivi.

Credo proprio che avesse ragione.

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