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Violenza a Milano, una serie di opinioni non richieste (e controcorrente)

maggio 2, 2015
Foto da Corriere Milano

La violenza fa parte della politica. Facciamocene una ragione. Di tanto in tanto, anche nelle democrazie più evolute, qualcuno prende i manganelli e spacca tutto. Non si tratta di giustificare, ma la violenza è parte del gioco. In fondo, la democrazia e le sue regole ad altro non servono che a sublimare la violenza e a evitare che le ambizioni di chi vuole il potere si trasformino in bagni di sangue. Quindi, condannando quanto successo alla manifestazione dei No Expo del Primo maggio, è bene riportare le cose alla loro essenza più pura. La lotta politica – purtroppo – è fatta anche di questo e non c’è niente che ci possiamo fare. Eppure, vanno fatti un paio di ragionamenti.

L’obiettivo sbagliato

La violenza di questi giorni è esecrabile. Ma c’è un dato che molti non prendono in considerazione: veniamo da vent’anni di elevatissima polarizzazione, di violenza verbale da guerra civile e di giovani che non vengono ascoltati. Davvero – mi chiedo – pensavamo che la violenza, prima o poi, non sarebbe scoppiata? Dobbiamo ringraziare il Signore che sia scoppiata contro il più importante evento che abbiamo ospitato dai Mondiali del ’90 (scusate, Torino, ma le Olimpiadi invernali non riguardano più di mezzo mondo) e non – per esempio – contro la disoccupazione giovanile. Lì sì che sarebbe stato un problema condannare la violenza perché in Italia – al di là di tutto – c’è una generazione (ce ne sono più di una purtroppo) che sta soffrendo dannatamente e che viene costantemente ignorata e con la quale i partiti non riescono a dialogare accogliendone le domande in modo efficace. Il jobs act è una riposta. Ma è troppo timida perché c’è un problema che nessuno sembra tenere in considerazione.

Eterni bambini, più poveri dei loro genitori

A me la ragazza col Rolex al polso non fa effetto. Avrà meno problemi a sopravvivere nel breve termine di molti altri suoi coetanei. Ma nel lungo – a meno di svolte radicali – sarà costretta a vendere la grande casa dei genitori, non potrà avere figli prima dei quaranta e non avrà una pensione decente. Come non condividere – almeno – anche il suo sentimento di rivolta, nei confronti di una società così profondamente ingiusta? Certo, ripetiamo, l’obiettivo Expo è sbagliato e non è spaccando macchine e vetrine che si risolvono i problemi d’Italia. Ma è possibile che la mia generazione non abbia altri mezzi se non la violenza per finire in prima pagina? Non è che – forse – queste manifestazioni sono un modo – sì più che esecrabile – , per una generazione, di affermare una peculiare sua forma di credibilità? E non è che quel “E’ giusto spaccare tutto, è stata una bella esperienza” è proprio la testimonianza di come la frustrazione di una generazione abbia, forse, trovato – nella violenza – la sua catarsi?

Condannare ma capire

L’indignazione spicciola è sin troppo semplice. E anche la lettura de “Il Manifesto”  è sbagliata. Ho una notizia per loro: gli anni ’70 sono finiti e non ci sono movimenti. Ci sono ragazzi che hanno voglia di spaccare tutto perché non hanno altra via per farsi sentire e poter far parte del mondo dei grandi. Stiamo molto attenti nei prossimi mesi. La Polizia arresti chi deve e la giustizia condanni chi deve condannare. Qua, però, abbiamo scoperto che c’è del fuoco sotto la cenere e che anche “quel pirla di vostro figlio” domani mattina potrebbe andare in manifestazione e spaccare una vetrina a calci.

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