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Al Colosseo il sindacato ha sbagliato confermando che la ragione è dei fessi

settembre 20, 2015
La vignetta di Staino "sparita" da "L'Unità"

Attacco con una provocazione: chi, tra i 25 e i 55 anni NON odia i dipendenti pubblici italiani? Io non li odio ma – quando vedo “certe cose” – mi arrabbio e contribuisco ad alimentare una rappresentazione sociale, probabilmente sbagliata, all’interno della quale i dipendenti pubblici sono dei fancazzisti ipertutelati che guadagnano un sacco di soldi alla faccia di noi sgobboni del settore privato. Al primo “errore”, nominalmente l’assemblea del Colosseo, questa rappresentazione sociale diventa una profezia autoavverante e l’esito di questo circuito è il decreto che inserisce la cultura tra i servizi pubblici essenziali. Bel risultato, complimenti.

Com’è fatta la sfera pubblica

Piaccia o non piaccia, la sfera pubblica non tollera il vuoto: ad ogni azione, ne corrisponde un altra. Come su un ring, ogni attore cerca di portare avanti le proprie idee e chi è che vince? Vince chi impedisce all’avversario di reagire. Vince chi convince gli altri attori a farsi da parte con le buone o con le cattive. Poco importa che – da qualche parte – ci siano delle leggi che tutelano questo o quel diritto: le fonti del diritto cambiano e riflettono – nella loro formulazione – la società che le elabora. E’ per questo che – per quanto si arrabbino gli esponenti della sinistra tradizionale – i lavoratori del Colosseo hanno perso la loro battaglia, danneggiando anche gli altri lavoratori del loro settore.

Ok, ma che fare?

La questione è semplice: quando si fanno scioperi e assemblee in un servizio pubblico non si danneggia il datore di lavoro ma si danneggia chi usufruisce di quel servizio che, in teoria, dovrebbe solidarizzare con chi protesta. Questo meccanismo lo hanno capito, nel 2008, i musicisti del Maggio Musicale Fiorentino che hanno protestato, in modo creativo e intelligente, contro i tagli di Tremonti. Perché – mi chiedo – i sindacalisti romani non hanno fatto tesoro di questa esperienza e non hanno adottato metodi di lotta un po’ più innovativi, fuori dagli schemi e in grado di fare opinione nella società?

Prova d’Orchestra di Fellini

Lo sappiamo tutti come va a finire: il direttore d’orchestra si incazza, cala il buio, e si trasforma in una sorta di Hitler. Tutti quelli che si lamentano della reazione di Renzi, dovrebbero capire – una volta per tutte – che gli anni ’70 sono finiti e che un certo schematismo, abbastanza automatico una volta, delle relazioni industriali (perché è di questo che stiamo parlando) non funziona perché la società ha imparato – a sue spese – che non esistono “buoni” a prescindere e che un certo modo di intendere il sindacato ha creato delle contraddizioni che sono insostenibili da un punto di vista politico. Banalmente, per spiegare quanto siano contraddittori – al loro interno – i sindacati confederali, qualcuno è in grado di spiegarmi quali interessi hanno in comune i dipendenti pubblici e i metalmeccanici? Nessuno. Ma, mentre aspirare a un cambiamento organizzativo di tutti corpi intermedi (Confindustria inclusa) è utopia, forse è più realistico sperare che certi sindacalisti studino un po’ di sociologia e capiscano che, mentre magari questo fine-settimana potranno vantarsi al bar di quanto sono stati fighi a finire sui giornali e a beccarsi la solidarietà della Camera del Lavoro, il prossimo si troveranno con un diritto in meno grazie alla propria miopia strategica frutto di un presupposto sbagliato, ovvero che se uno ha diritto a una cosa, ne deve per forza usufruire anche se, magari, non è il caso.

 

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