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Cari politici, lasciate in pace i giornalisti – Cari giornalisti, rompiamo le palle ai politici anche sul locale

gennaio 28, 2016

Certo che è meraviglioso verificare come a tutti i livelli i rapporti tra stampa e politica siano uguali e seguano le stesse dinamiche. Appena uno scrive, dice, immagina, indaga qualcosa che sia una virgola fuori dallo standard dei comunicati stampa – e lo fa bene – cominciano le richieste di rettifiche, le smentite, le intimidazioni. Vale per Giannini, vale per me – nel mio piccolo. Quando ero corrispondente del defunto Corriere di Maremma, scrissi un articolo che denunciava il tentativo di inquinamento delle primarie del centrosinistra di Massa Marittima. L’articolo uscì, ma Luciano Fedeli, storico uomo d’ordine della sinistra del mio paesello, a cui avevo chiesto conto della faccenda – in modo molto deciso, devo concedere -, come a molti altri, chiamò in redazione chiedendo che io fossi censurato. Io dovetti insistere per pubblicare l’articolo che uscì, ma mi beccai fior di intimidazioni da parte di piccoli militanti locali che maneggiavano, allora come oggi, concetti molto più grandi di loro con esiti – almeno – comici. Tra l’altro, mi fu detto che ero anche razzista. Un’altra cosa simile mi è successa recentemente. Scrivendo questo articolo, non solo mi sono beccato Francesco Limatola, sindaco di Roccastrada, minuscolo paese del grossetano, che ironizzava sulle notizie che avevo, ma anche il tentativo di smentita da parte di Emiliano Rabazzi, suo assessore alla cultura che cercava di evitare che pubblicassi dichiarazioni che mi aveva reso, sia in video che a telecamera spenta, perché “siamo tutti dalla stessa parte”.

Molti dei politici che arrivano a Roma, spesso, passano da esperienze di amministrazione locale. E’ così che in molti casi viene selezionata la classe dirigente: si parte dal livello locale più basso e, poi, chi è bravo (o chi porta voti) viene portato in Parlamento. I nostri politici, quando operano nel locale, non trovano Massimo Giannini: trovano giornalisti più o meno preparati, alcuni dei quali lavorano per uffici stampa della PA che, in molti casi, non hanno la prontezza di riflessi o la cultura professionale per fare quel miglio in più che Giannini – come ha dimostrato nella sua carriera – è in grado di fare. Quando si trovano ad aver a che fare con giornalisti un po’ indipenenti, i politici perdono la testa perché non conoscono il galateo delle relazioni tra stampa e politica. Altrove, in Canada, il neoeletto Justin Trudeau fermò la sua platea che contestava un giornalista dicendo: “Non dobbiamo contestarlo, fa domande difficili, è il suo lavoro”.

Uno dei problemi, forse, è che in Italia non abbiamo chiaro quale sia il lavoro del giornalista. Marco Dal Pozzo sostiene sempre e comunque che manca un modello sociale del giornalismo nel nostro Paese e ha ragione. Perché se la risposta alla necessità di informazione indipendente è “Il Fatto Quotidiano” siamo al livello di Corrado Guzzanti e Quélo: la risposta non è quella giusta perché l’antagonismo fine a se stesso non è quello che ci si aspetta da persone che, socraticamente, dovrebbero far capire agli altri come vanno le cose del mondo senza metterci un carico ideologico. Ma questo merita una riflessione a parte che ho cercato di sviluppare – parzialmente – qui.

Il modello sociale lo costruiscono i giornalisti. Quello di cui abbiamo dannatamente bisogno è di un ceto giornalistico che abbia la schiena più dritta di quanta ne abbia adesso. Inoltre, quello di cui abbiamo bisogno, soprattutto sul locale, è che i giornalisti vadano a vedere sistematicamente dove nessuno va a vedere. Ora, non è per incensarmi, ma  per dimostrare che le cose si possono fare segnalo questo post su Medium che riguarda i difetti di progettazione dei siti di promozione turistica della mia zona. Sorprendentemente, soprattutto per me,  ha avuto, sui social, performance in tutto e per tutto paragonabili a quelle degli altri giornali online del Grossetano. Ok che è più faticoso lavorare così, ma se sul locale lavorassimo tutti così forse educheremmo i politici a tenere la cresta un po’ più bassa e a trattarci decentemente, anche quando arrivano nell’empireo della politica nazionale. Lassù l’aria è molto rarefatta e i più deboli perdono la ragione: attenzione.

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