Senza Rete
“Forse, quando sarà finita la crisi (se e solo se sarà finita), spenderemo i soldi in cazzate coma la banda larga”. Questo, un po’ parafrasato, il senso della scelta di Letta nell’abbandono della Banda Larga e del Piano Romani (800 milioni di investimenti) per costruire un’infrastruttura informatica quantomeno decente.
L’Internet inutilizzabile
Giolli, di Piovono Rane fa un paio di citazioni su resistenze nel governo. Io mi limito a chiedermi quanti punti di Pil ci costerà questa scelta e quanto futuro abbia il nostro Paese se non si deciderà ad usare Internet in maniera decente. Tanto per fare un esempio, sto scrivendo da un PC universitario che non può utilizzare Facebook, mentre il mio vicino di PC può giocare ad hattrick, una specie di Fantacalcio On-line. In pratica, gli studenti dell’Unviersità di Firenze e delle università che aderiscono al Garr sono tagliate fuori da un mondo che ha quasi mezzo miliardo di abitanti in quanto Facebook non è considerato sito di ricerca mentre harrrick.org a quanto pare lo è.
Eppur si muove?
Il grosso guaio, quello che sta a monte è che nel nostro Paese esistono due orientamenti dominanti nei confronti di Internet: il primo è quello dei tecnici (meglio noti come smanettoni) che credono che Internet sia il loro regno e chiunque non segua i loro dettami è un folle. Il secondo è quello degli over 50, guardacaso la generazione di Letta, convinti che Internet sia il regno di adolescenti disadattati con tendenze anarcoidi da reprimere in maniera repida. Il dramma è che questa idea è presente anche tra noi giovani. Poco o nulla, ad esempio, sappiamo della blogosfera e al di là di facebook, spesso non vediamo. Il problema è: se non siamo noi giovani a volere un Paese che abbia una Rete che funziona bene e che possa darci in futuro, chi dovrebbe volerlo?
E se fosse malafede?
Io non mi fido di nessuno e da figlio di democristiani sono convinto che a pensar male ci si indovini sempre. Partiamo da un dato di fatto: sulla rete passano miliardi di informazioni sotto forma di ipertesti, filmati, libri, pubblicazioni scientifiche. Tutto questo teoricamente infinito corpus è in crescita e ha bisogno di infrastrutture migliori per funzionare. E’ un agglomerato di informazioni facilmente accessibili e potenzialmente aperto a tutti. Molta più gente può apprendere cose delle quali non aveva sentito parlare neanche a scuola. Dopo la presa di coscienza che abbiamo una classe dirigente (purtroppa anche da quella parte politica in cui mi ostino a credere) e una società culturalmente mediocre, ogni forma di sapere non tradizionale o non conforme è un danno all’ordine costituito. Il sapere fa paura e, per questo, va limitato per esempio, riducendo la quantità di informazioni (comunque alta, ma presto insufficiente) che può passare attraverso i nostri PC.
Nicholas Negroponte Presidente del Consiglio
Mentre noi tagliamo i fondi ad Internet, Negroponte tenta di tagliare il digital-divide nel Terzo Mondo utilizzando il suo mini-pc da 100$. Noi, siamo al palo mentre in Africa, Thailandia e altri paesi piccoli PC dotati di software non proprietari stanno aprendo le porte del mondo a milioni di bambini che, utilizzando questi strumenti, impareranno a leggere, scrivere e fare di conto. Noi, rimarremo al palo. In attesa che Living Digital diventi un best-seller anche da noi.
Cronache marziane, Teheran AD 2009
Se fossi Ahmadinejad, chiuderei immediatamente la scuola italiana di Teheran, porta di uscita di molti giovani iraniani che, poi, vengono a frequentare le nostre università forti di una maturità scientifica italiana e di una lingua ben conosciuta. Attraverso questa porta della conoscenza sono passate anche Mernaz e Sanaz, due studentesse iraniane a Firenze tappa di un percorso che le ha portate in un venerdì di ottobre a parlare con un umile blogger ubriacato da 22 anni di vita democratica. Il racconto che fanno è a tratti incredibile per chi è abituato a vestirsi come vuole, ad ascoltare la musica che vuole e a fare come vuole.
Come vanno le cose laggiù?
Le cose vanno male. L’economia va male, colpa delle sanzioni economiche. L’inflazione è altissima e la tensione aumenta. C’è anche la paura che ci controllino e che se la rifacciano sulla nostra famiglia. Però è anche vero che non possono controllare tutto.
Avete amici che hanno partecipato alle manifestazioni?
Sì, abbiamo alcuni amici che hanno partecipato alle manifestazioni. Uno è stato picchiato per strada ma la gente lo ha salvato. Un altro è finito in carcere e non ha voluto raccontare nulla di quello che è successo. Nessuna parola, non vuole parlarne. Tra ‘altro alcuni picchiatori appartengono ai Bassij, gruppi volontari che si sono formati tra le classi povere e che, ora, hanno acquisito un grande potere. Sono entrati ovunque e, a loro, interessano solo i soldi tanto è vero che, quando ti arrestano, ti chiedono una mazzetta per liberarti. Ahmadinejad è uno di loro com’è stato anche un Pasdaran, un membro della milizia religiosa. Tra l’altro, oltra ai Bassij si dice che nelle piazze ci siano stati anche dei picchiatori stranieri che parlavano arabo. Si dice siano di Hetzobollah, libanesi pagati e a cui è stato fatto il lavaggio del cervello. Cosa importa a loro di picchiare un iraniano?
Da quello che mi dite, sembra che la società iraniana sia molto più avanzata della politica che la rappresenza…
Sì, è vero. Le donne non sono mai state sottomesse in Iran, nella cultura persiana. Solo quando sono arrivati gli arabi le cose hanno cominciato a non andare bene. Pensa che certi colori sono stati vietati, che è vietato uscire da sole con il proprio ragazzo e andare in macchina con un uomo che non sia tuo padre o un tuo parente. Si può essere arrestati anche se un poliziotto considera un vestito troppo provocante…
Però, adesso, siete in Italia. Esiste un’associazione degli studenti iraniani a Firenze?
Sì, esiste l’Asif, l’Associazione degli Studenti Iraniani a Firenze. Ci stiamo organizzando come punto di riferimento per gli studenti iraniani che vengono qua. E’ un’organizzazione che nasce dal basso e aiuta i ragazzi che vengono qui. Abbiamo convenzioni con negozi, bar etc. Non è un’organizzazione politica, ma la situazione è tale che di politica bisogna parlare…
La trasparenza che Massa Comune non vuole
Se facessimo vedere in streaming la seduta del consiglio comunale in nome della trasparenza, allora dovremmo seguire Lidia Bai. il nostro sindaco, ovunque installando webcam nel suo ufficio in Comune, nella Sala della Giunta seguendola, nel frattempo, con un PC dotato di web-cam e perennemente connesso ad internet quasi ovunque. Se vogliamo la trasparenza. Se vogliamo un gingillo in più, allora, possiamo installare le web-cam in Via Norma Parenti, ma non otterremo altro che portare su internet un deficit di trasparenza che è nella natura della democrazia rappresentativa.
La scatola nera
Nelle democrazie le decisioni vengono prese nella scatola nera, un luogo mistico dove le grandi questioni trovano risposta. Una specie di slot machine che funziona sulla base di domande che vengono accuratamente selezionate e trattate sulla base di una griglia indefinibile di fattori. Lì dentro, non può metterci il naso nessuno perchè è un luogo figurato e, se volessimo trovare la sua collocazione fisica, impazziremmo perchè nella scatola nera confluiscono tante di quelle cose che o sono nella testa dei decision makers (mettici lì una web-cam) oppure in luoghi informali come i bar, le piazze, le feste, le chiese, le logge massoniche etc. dove la gente si incontra e prende davvero certe decisioni. Ficcare il naso lì non è il compito della politica.
Allora, la trasparenza?
Trasformare la scatola nera in una scatola di vetro è impossibile. Ma cominciare a ficcarci il naso e capire che aria tira là dentro è possibile. Basta capire a chi tocca. L’unico vero soggetto che si interessa a guardare cosa succede nella scatola magica del potere dovrebbe essere la stampa libera che, dal momento che non è istituzionalizzata ed ha una funzione legittimante in teoria molto forte, dovrebbe essere là dove le decisioni vengono prese e dove si intrecciano gli interessi anche (e soprattutto) fuori dalle istituzioni. Se la stampa non fa il suo mestiere, non lo deve fare la politica e, meno che mai, le istituzioni stesse.
Allora, che cosa vuole Massa Comune?
L’idea che mi sono fatto della politica massetana da cinque mesi a questa parte è che Massa Comune abbia esaurito il suo ciclo e tenti di spostare l’attenzione su temi di scarso appeal. Tra parentesi, con una popolazione che invecchia rapidamente e, presumibilemnte, scarsa alfabetizzazione informatica, con zone del comune dove non arriva la banda larga, vale davvero la pena spendere soldi pubblici così?
Gensini a giudizio?
Redazione del TGT in fibrillazione ieri mattina. Gensini, megaluminare della cardiologia, forse, verrà rinviato a giudizio per corruzione e tentato falso in atto pubblico. Ci mobilitiamo per contattare l’avvocato, Nino D’Avirro e il già detto professore.
D’avirro è disponibile al telefono. Gensini, il cui cellulare è acceso, non risponde. Non risponde?? Allora provo attraverso l’università. Non dicendo che sono stagista presso la redazione, mi faccio dare il numero della segretaria. Telefono, chiedo di farmi passare il professore per una questione urgente, ma lui non c’è. Con un segnale molto disturbato, la segretaria mi dice che non è in ufficio ma è da qualche parte, credo di aver capito, sul Garda.
Oggi, apro il dorso fiorentino de La Repubblica e trovo le intercettazione che riguardano Gensini e il suo affaire. Niente da fare, è irreperibile. Ma, prima o poi, dovrà raccontare qualcosa anche lui. Possibile che un professore della sua fama possa tollerare che la sua reputazione venga infangata così?
Dentro il Galileo occupato
Quasi ogni scuola a Firenze è occupata. Finalmente, il rito di passaggio dell’occupazione trova un motivo valido per manifestarsi agli occhi degli stupiti passanti di Via Martelli che non capiscono come il più storico tra i Classici della città possa essere occupato da una folla di ragazzetti spaventati dal futuro e alla disperata ricerca di senso nella loro vita in quanto molte delle loro famiglie sono distrutte, sono soli, sono influenzati da Internet e dai comportamenti trasgressivi della globalizzazione. Niente di più falso. Ero convinto di ritrovare le facce spaventate di qualche post fa e, invece, mi si è aperto un mondo che non sospettavo esistesse. In una scuola di circa 800 allievi, circa 300 ogni mattina presenziano alle assemblee. Le altre si alternano il pomeriggio, mentre una sessantina si ferma a dormire. La didattica non è ferma, ma sono pochi quelli che salgono in aula. Non è la festa che racconta l’inviato della repubblica di Firenze che ha dormito al Russel-Newton, enorme scientifico della Città. Guardando gli occhi degli organizzatori, di chi era in cortile ieri si respirano un’aria di lotta, una voglia di farsi sentire e una consapevolezza di sè insospettabili. Accompagnato da un mio amico, Tommaso Cambi, ex allievo del Liceo di Spadolini, faccio la conoscenza di Emilio che ci racconta come solo un lavandino sia stato rotto perchè qualcuno ci se è appoggiato sopra. Un incidente banale che è successo anche a casa mia, una volta. Io e Tommaso chiediamo se ci sono state strumentalizzazioni politiche e, sopresa delle sorprese, non ci sono state. Qualcuno dai partiti è venuto (era un ragazzo del Pd) e ha fatto la figura del peracottaro, dicono. Avrebbe dovuto fare una rassegna delle riforme e, invece, si sarebbe limitato a contestare quella della Gelmini lasciando di sasso l’assemblea. Andando un po’ in giro, parliamo con un bidello che ci riferisce con soddisfazione di come stiano procedendo le cose quando trovo Neri, ragazzo della Prima I con il quale abbiamo suonato qualche tempo fa. Mi racconta della sua tromba, del suo flirt con un corno che non lo ha soddisfatto. Parliamo poco di politica, in verità, ma, chissenefrega, non sono lì per questo. Irrompe Costanza che ha una gran voglia di parlare con noi. Ci parla dell’occupazione, dei gruppi di lavoro, di un direttivo, di come la didattica non si sia fermata. Ha coglia di comunicare, ha voglia di lavorare, è una ragazza in gamba. Questa è l’impressione che mi fa, impressione che hanno anche i professori di questi ragazzi. Se non sono con loro, poco ci manca. Parliamo con un’insegnante di chimica che sta facendo lezione ad un paio di ragazze. Ci dice che non condivide l’occupazione, ma che i ragazzi, al di là di qualche piccola intemperanza, si sono comportati bene e che il disagio è forte. Facciamo un giro per i corridoi che profumano di storia del Galileo, giusto il tempo di guardare la lapide che ricorda lo “studente qualunque” Giovanni Spadolini e l’esercizio della didattica da parte di Giosuè Carducci pensando che, forse, lo Spirito del Mondo passa ancora di qui. Ritiramo le carte di’identità lasciate all’ingresso (gli esterni devono fare così) e mi viene da pensare che due giorni dopo che sarò uscito da lì (domani, per capirsi) gli studenti delle scuole fiorentine sfileranno da Piazza San Marco a Piazza Santa Croce. Non so se questa lotta bloccherà la 133, ma per questi ragazzi l’importante era esserci, tentare di influenzare il proprio destino consapevoli di appartenere a qualcosa di più grande di loro.
E chi se ne sbatte delle reazioni
Sto guardando Scalo76 dove ho assistito ad un monumentale Oliviero Toscani che ha mandato al diavolo uno studio infignato per la sua foto in cui ritrae nuda una ragazza anoressica. Premesso che la cultura occidentale è permeata di rapprentazioni macabre, dalle Danze Macabre rinvenute su alcune stoviglie di Pompei al ciclo di affreschi attribuiti al Maestro della Morte del Cimitero monumentale di Pisa passando per i filmati dei Lager nazisti, le fotografie di Robert Capa senza dimenticare Pier Paolo Pasolini in Salò e i sette giorni di Sodoma e mai smettendo di inqueitarsi per Cannibal Holocaust. Cosa c’entrano la coprofagia con la morte e e il caninibalismo e la morte con l’anoressia? Poco, se guardiamo le cose da un punto di vista superficiale, molto se riflettiamo guardando come queste rappresentazioni vengono smerciate nella nostra società, una società che delega la riflessione su fenomeni come la morte, malattie della psiche umana e altre cose a sistemi esperti come possono essere la Chiesa o le associazioni di volontariato. Superare questo muro e tornare a vedere tutti i fenomeni dell’essere umano senza pudore (ipocrisia) alcuno può permettere di rifletteredi più sulle manifestazioni della sua natura. Delegando la riflessione a sistemi esperti noi tendiamo a prendere per buono quello che questi sistemi partoriscono senza criticare. La riflessione generalizzata imposta da una campagna come quella di Toscani obbliga tutti a prendere atto di quello che l’anoressia insime alla bulimia è in concreto, servendosi di un esempio tangibile. Di quanto sia difficile parlare serenamente di questi temi, basta farsi un giro su internet dove molte ragazze con disturbi alimentari interagiscono creano reti nelle quali è difficilissimo penetrare e che servono ad eludere le terapie a cui sono sottoposte. Chi frequenta la blogosgera un poco sa di cosa sto parlando. E, a parte l’indifferenza di chi gestisce le piattaforme, la cosa non sembra essere vista come un problema. Ora, con l’opera poco politically correct di Toscani possiamo avere una idea molto più definita degli incubi che sono i disturbi alimentari. Pazienza se ci disturbano: la realtà non è scomoda e non possiamo ritagliarcene una su misura e se l’arte serve a qualcosa ha proprio lo scopo di darci una visione diversa del mondo permettendoci il lusso di provere senimenti e di indagare nel nostro irrazionale in modo da migliorarci. E chi se ne frega se quello che vediamo non è esattamente bello.
Parabola
Non ho niente da dire, oggi.
E allora? Cazzo me lo dici a fare!
Pensavo che il mio silenzio ti preoccupasse
No, non m’importa un cazzo del tuo silenzio
Ok, allora ciao
Ma vaffanculo!
Morale: Che tu stia zitto o dica qualcosa, non gliene fotte un cazzo a nessuno.
Diaz bis
Continuo a non capire cosa spinga il nostro Premier a parlare così. Le scuole occupate verranno liberate con la forza! A parte che, almeno a Firenze, le occupazioni sono smobilitate da un pezzo, anche nelle Università non è che questo provvedimento sembri tanto opportuno. Le occupazioni non piacciono anche a me, ma l’agire del governo è sbagliato per tre ordini di ragioni:
- E’ uno spreco di soldi
- I conflitti si autoalimentano
- Farebbe degli occupanti dei martiri
Il primo va da sè, il secondo e il terzo derivano da una riflessione sulla natura conflittuale che le occupazioni hanno in quanto si propongono di lottare contro il sistema in cui si vive appropriandosene e organizzandolo in maniera diversa. Se il sistema agisce in maniera repressiva, radicalizza lo scontro dichiarando guerra a un gruppo di persone che, almeno in linea di principio, non aspettano altro che questo. Da un’innocua manifestazione ad una moltov il passo è meno lungo di quello che si possa immaginare e considerazioni di realpolitik più che di principio suggerirebbero di lasciar perdere e di fare sì che la protesta si esaursca da sola. Cosa che sta succedendo, tra l’altro.
Il terzo ordine di ragioni che ho indicato, è una conseguenza di quello appena esposto. Io sono molto disposto a solidarizzare con gli studenti che stanno occupando il D5 del Polo delle Scienze Sociali di Firenze se lo stato utilizzerà metodi repressivi contro l’occupazione se non altro perchè sono miei colleghi, sono persone che conosco e che vedo tutti i giorni con cui non condivido i modi della protesta, ma i contenuti, quelli, sì. Come me credo ci siano tante persone che la pensano così. Ad ogni modo, basta pensare all’ultimo precedente di uno sgombero del genere cioè il blitz alla Diaz durante il G8 di Genova. Molti delgi elettori di Berlusconi non se lo ricordano, ma qualcuno, in un’aula giudiziaria, parlò di macelleria messicana. Rieccoci qua, sette anni dopo quando una istituzione democratica minaccia in maniera diretta una protesta che nonsarà molto democratica, ma viene accettata abbastanza comunemente. Fra parentesi, la protesta di politico ha ben poco: ieri, alla manifestazione che si è svolta a Firenze in Piazza Santissima Annunziata, non c’era una bandiera di partito che fosse una. Qualcosa vorrà dire, no?
Il difficile rapporto tra italiani e Forze Armate .
Finalmente in rete, il mio articolo sulla rivista Il nuovo Malalspada
Un po’ di chiarezza nei rapporti tra Guerra e Politica: perché le Forze Armate sono importanti.
Sir. Basil Liddell Hart scriveva, alla metà degli anni venti nel suo Paris or the Future of War[1] che “[…]la loro[degli anglosassoni]mancanza di interesse per le questioni militari comporta la rinuncia ad esercitare qualsiasi forma di controllo su una forma di politica che incide ancora più pesantemente sulla sicurezza della loro vita e sopravvivenza.”[2] Successivamente, il teorico inglese afferma: “Se si chiedesse ai cittadini di uno stato democratico quale sia l’obiettivo generale di una politica nazionale, il senso, se non le parole esatte della loro risposta, sarebbe: garantire un’esistenza dignitosa prospera e sicura”[3]. Al di là del fatto che Paride o il futuro della guerra sia stato scritto all’indomani della Prima Guerra Mondiale e subito prima della Seconda, il fatto saliente delle due citazioni prese dal secondo capitolo del detto trattato è che mettono in evidenza quanto sia stretto il rapporto tra questioni militari e politica, nel senso più lato del termine: la cosa non è, poi, così ovvia, altrimenti, alcune delle migliori menti dell’Umanità, da Machiavelli ad Aron non si sarebbero scomodate a pensare come e perché gli esseri umani si uccidano in massa tra di loro si dalla loro dalla loro comparsa sulla Terra. Su questo intimo rapporto, Clausevitz scrive, nel Libro Ottavo, Cap. VI del Vom Kriege[4] che la guerra “[…]non è che una parte del lavoro politico e non una cosa a sé stante”. Da questa dichiarazione, riportata in corsivo anche nell’edizione italiana del Vom Kriege, si mette in evidenza la correlazione tra politica e guerra. Probabilmente, Clausevitz considera come politica la politica estera. Tuttavia, considerando per esteso il significato del sostantivo politica ci rendiamo conto di come ogni scelta riguardo questioni belliche abbia un preciso significato politico. Nel saggio, scritto a quattro mani da Brian Bond e Martin Alexander, Liddell Hart e De Gaulle, la dottrina della responsabilità limitata e della difesa mobile[5] si dà conto di come le scelte di politica di difesa, di come uno stato allestisce le proprie Forze Armate siano state oggetto di un dibatto molto aspro, nella Francia del primo dopoguerra. Viene, infatti, messo in evidenza come, negli anni ’20 del XX Secolo, fosse difficile per la Francia superare l’idea di un esercito basato sulla leva di massa a favore di uno professionalizzato a causa della introduzione di nuovi mezzi, il carro armato, ad esempio, la cui complessità esige che chi vi opera sia addestrato e permanentemente disponibile. Questa questione, all’apparenza di poco conto è fondamentale in quanto una milizia scelta tra la popolazione di uno Stato nazionale tra la gente comune è sicuramente un’arma molto potente, in quanto un esercito nazionale non combatte per mestiere, ma perché, a casa, ci sono moglie e figli che, in caso di sconfitta rischiano di morire. Tuttavia, un esercito nazionale, in uno Stato democratico, ha soprattutto uno scopo politico: la polis che si autogoverna, dove tutti sono uguali e liberi, va difesa da tutti coloro che nella polis vivono e godono della libertà dell’uguaglianza garantite dalla polis stessa. La Costituzione Italiana dedica un articolo a questo principio, precisamente l’Art. 52, non a caso inserito nel Titolo IV, dedicato ai Rapporti Politici, della Parte Prima, dove sono disciplinati i Diritti e i Doveri del Cittadino. Detto articolo recita: “La difesa è sacro dovere del cittadino./Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e dei modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici./L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.” Ancora una volta, si evince quanto sia stretto il rapporto “guerra-politica”, grazie alla collocazione dell’articolo, e, di conseguenza, la portata politica di un esercito professionale o basato sulla leva di massa. Non c’è alcun dubbio che la difesa a cui si riferisce il citato Art. 52 è la difesa attraverso violenza organizzata, ipotesi suffragata dai commi in cui è diviso che si esprimono in termini di servizio militare e organizzazione della forze armate. Da questo, l’importanza, da un punto di vista di politica interna, delle questioni di politica di difesa. Tuttavia le Forze armate, non servono solo a difendere l’integrità dello stato: servono a difendere gli interessi dello Stato al di fuori del territorio di quest’ultimo. Per questo, gli eserciti, la loro organizzazione, è stata anche un problema di politica estera. Dipende dalla percezione che ha il Paese di sé e quello che lo Stato in questione vuole difendere movendo esso stesso guerra contro un altro stato. Se la Repubblica di San Marino[6] avesse degli interessi politici sufficientemente forti da attaccare la Toscana, se in Toscana ci fosse una base di terroristi sponsorizzati dall’Italia per mettere a repentaglio la sopravvivenza della Repubblica del Monte Titano, ecco che il piccolo Stato Romagnolo comincerebbe a dotarsi di armamenti sufficienti da distruggere la base di terroristi in Toscana. Probabilmente non se ne servirà, ma il fatto stesso che San Marino minacci di limitare la sovranità italiana sulla Toscana diventa un problema di politica estera che è fatta, sì, di note diplomatiche che, ad un certo punto, lasceranno il posto alle bombe e ai proiettili, secondo il modello clausevitziano e, tendenzialmente, accettato. Quale sarebbe la percezione che San Marino avrebbe di sé se decidesse di attaccare l’Italia nella maniera descritta? Quella di uno Stato in pericolo, circondato da un nemico potente che deve difendere un suo interesse primario, cioè l’incolumità dei suoi cittadini e l’integrità statuale. Tutto questo non basterebbe, perché la classe dirigente dell’antica Repubblica dovrebbe convincere la propria opinione pubblica della particolare mission che San Marino ha nel mondo in quanto è uno tra i primi posti dove le libertà e i Diritti dell’Uomo sono stati riconosciuti e che la scomparsa di questo piccolo Stato significherebbe che, al mondo, non c’è posto per gli ideali liberali e democratici che stanno alla base della Repubblica e che questa ha insegnato, in qualche modo, al mondo. Ogni guerra è mossa da un interesse politico, da un quid che deve essere affermato come prioritario. Si tratti dell’onore, di un ideale politico, di un ideale religioso o di vil denaro, c’è qualcosa che spinge gli Stati a dichiarare guerra ad altri Stati. Ovviamente, l’interesse viene stabilito dalla classe dirigente del Paese in questione che, in caso di stati democratici, è espressione della società civile che elegge i propri rappresentanti e il proprio governo i quali devono indicare al paese che devono guidare cosa fare in termini di politica estera e di difesa. Scrive Liddell Hart a conclusione del Capitolo II del Paride o il futuro della guerra: “In una democrazia, un cittadino normale non metterebbe deliberatamente a repentaglio tutto ciò [un’esistenza dignitosa, prospera e sicura] ricorrendo alla guerra. Solo se crede o viene convinto che il suo onore, il suo benessere e la sua sicurezza sono in pericolo a causa della politica di un altro paese, accetterà di compiere il grave passo del ricorso alla guerra”. Il problema è proprio questo, nel nostro Paese nella definizione sia della politica estera che di difesa. Dal 1989 ad oggi è scomparso il nemico più evidente contro cui organizzare le nostre Forze armate. Tuttavia, è evidente che Esercito, Marina e Aereonautica debbano esistere se non altro perché gli Stati moderni sono nati come macchine da guerra: l’Italia ha combattuto Tre Guerre d’Indipendenza e una Mondiale, ad esempio, per non parlare degli Stati Uniti la cui Rivoluzione può essere inserita nell’insieme dei conflitti violenti definiti come guerra. Quindi, negare la presenza delle Forza armate significa negare l’essenza dello Stato stesso. Tuttavia, qualcosa sembra essersi rotto nel nostro Paese. Le folle che seguono gli air show dell’aereonautica e accompagnano la parata del Due giugno non sembrano interrogarsi sull’utilizzo delle Forze armate. Così sembra non fare la politica che, in quanto grammatica della Guerra, scrive Clausevitz, dovrebbe essere in grado di spiegare i programmi in questo settore. Nella speranza di essere smentiti, questo articolo tenterà di studiare cosa è andato storto in Italia nel rapporto tra Società civile e Forze armate, tentando di studiare l’immaginario bellico degli italiani, le immagini che si sono fatti i nostri connazionali nel corso del XX secolo, il modus operandi della classe politica italiana tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 tentando di formulare ipotesi sul ruolo dell’Italia tentando di riflettere anche sul significato culturale che la guerra ha avuto dal medioevo a oggi.
Dal Discorso di Quarto alle Sturmtruppen,[7]l’immaginario della guerra in Italia .
Il discorso introduttivo mette in evidenza lo stretto rapporto che dovrebbe intercorrere tre Forze armate e società civile. Tuttavia, nell’Italia contemporanea sembra essersi rotto qualcosa e questo è evidente se andiamo a vedere due fenomeni di massa come il D’Annunzio che a Quarto inneggiava alla guerra e le esilaranti strisce di Bonvi che alla guerra non inneggiano affatto. La questione è ancora più evidente se confrontiamo le date: D’Annunzio parla a Quarto il 5 maggio 1915 mentre Bonvi disegna le Sturmtruppen a partire dal 1968. Indagare le differenze tra queste due attitudini è fondamentale per comprendere appieno il passaggio d’epoca intervenuto attraverso le due Guerre mondiali. Si tratta di allargare ulteriormente l’orizzonte rispetto all’analisi del cosiddetto Biennio Fatale descritto da Bechelloni in Diventare Italiani, tentando di comprendere cosa sia successo nello spazio di cinquant’anni (1915-1968). I cambiamenti sono evidenti anche senza andare a studiare il Discorso di Quarto e le Sturmtruppen: l’Italia è passata attraverso Caporetto, Vittorio veneto, l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale, l’Armistizio, gli eccidi nazifascisti e questo ha naturalmente complicato il rapporto tra il nostro Paese e la nostra visione della guerra come fenomeno umano e, quindi, sociale. Non è, infatti, un caso che le Sturmtruppen di Bonvi siano ispirate alle unità dalla Wermacht nella Seconda guerra Mondiale. Questo primo segno ci dà un’idea dell’immaginario italiano della guerra: combattere è un affare tedesco, per gente che ha la nomea di essere organizzata, spesso, in maniera cervellotica, dove la burocrazia è l’unica grammatica possibile e dove il nemico non si sa chi sia. E’ fin troppo evidente che l’immaginario delle Sturmtruppen sia legato al passaggio delle truppe tedesche in Italia, tanto più se consideriamo che Bonvi è emiliano. Proviene, quindi, da una terra che, insieme alla Toscana e, in generale, all’Italia compresa tra Roma e la Linea Gotica ha subito ritorsioni sui civili da parte dei Tedeschi[8] condotte in una maniera follemente bene organizzata. Il nemico, in Bonvi, non viene mai raffigurato. Chi è il nemico delle Sturmtruppen? Partigiani? Alleati? Non è dato saperlo. Si sa, solo che si combatte tentando di resistere al vero nemico che sembra essere la guerra stessa vista come un tritacarne privo di senso. Comincia a perdersi, nell’immaginario italiano, l’idea che la guerra sia regolata dalla grammatica della politica. La guerra, invece, diventa una questione privata tra condottieri di dubbio valore e acume tattico. Associare l’immaginario di Bonvi alla Seconda guerra Mondiale significa, di riflesso, associarlo anche all’Otto settembre, momento in cui si sono verificati molti dei passaggi che hanno portato verso la Repubblica: l’abbandono dei Savoia di Roma, il governo di Badoglio, il CLN etc. Tutto questo ha portato ad una spirale di violenza senza precedenti nel nostro Paese la quale ha portato a scrivere nella Costituzione che “L’Italia ripudia la Guerra”. Tutto questo è accaduto molto prima che l’Italia si evolvesse nel senso di una società dei consumi, situazione nella quale scriverà Bonvi, all’indomani di un conflitto impensabile fino a quarant’anni prima quando, cioè, D’Annunzio scriveva il Discorso di Quarto per commemorare il cinquantacinquesimo anniversario della Spedizione dei Mille. D’Annunzio è stato il Vate, il poeta ufficiale, d’Italia. Valoroso combattente attraverso i vari strumenti che l’industria dei primi anni del novecento metteva a disposizione, aerei o motosiluranti che fossero. Responsabile primo dell’ondata interventista che pervase il Paese dal 5 Maggio 1915 al 24 dello stesso mese, giorno in cui fu dichiarata guerra all’Austria. Al di là di questioni politiche di valore più o meno modesto, molto dell’ardore nazionalistico (o patriottico?) che pervase l’Italia era sicuramente genuino. Basta leggere la cronaca che Ugo Ojetti, direttore del Corriere dalla cacciata di Albertini nel 1925, nel 1915 inviato speciale di Via Solferino, fa del Discorso sull’edizione del Corsera del 6 maggio 1915. Il grande cronista dell’età dell’oro del quotidiano milanese descrive cinque chilometri di corteo alla cui testa il Vate, accompagnato dal sindaco di Genova e dai figli di Garibaldi, reduci dalla spedizione nelle Argonne, in Francia. La coreografia che appariva ai presenti doveva essere del tutto paragonabile a quella animata dall’eccitazione collettiva che alimentava le adunate oceaniche del Fascismo. Non è un caso che la retorica dell’esteta pescarese sia servita da modello per quella di Mussolini e della propaganda fascista. La cosa che colpisce non è tanto l’inno alla guerra che il Discorso, pubblicato integralmente nella seconda pagina del Corriere del 5 Maggio 1915 e diviso in 7 paragrafi, ma le ultime tre benedizioni che lancia, dallo Scoglio di Quarto, a coloro che combatteranno da lì a pochi giorni. Dice il Vate:
“Beati quello che, avendo ieri gridato contro l’evento [la guerra]accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi tra i primi. Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria perché saranno saziati. Beati i misericordiosi perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore. Beati i puri di cuore perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte incoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia.”
Questa che, a molti, me compreso, sembra una bestemmia, è un modo per esaltare il popolo, la gente comune e creare quello spirito che serve per convincere un paese a entrare in guerra. La formula scelta è la stessa che viene usata da Cristo nel Discorso della Montagna. Si supera l’etica cattolica che, avrebbe dovuto permeare la gente comune e si mette in evidenza come combattere sia un atto di generosità nei confronti di un Paese con migliaia di anni di Storia passata. Premesso che l’onore dell’Italia non era mai stato preso così a cuore come nel Maggio 1915 dalla classe dirigente italiana e, in particolare, dal governo Salandra che spese quasi un anno a stabilire da che parte entrare in guerra[9], la genuinità del sentimento patriottico della società civile è sicuramente indiscutibile. I neutralisti, dal Discorso di Quarto in poi, Giolitti in primis, vengono accusati di essere nemici dell’Italia, di non aver a cuore i supremi interessi nazionali e questo non avveniva esclusivamente attraverso le colonne del Correre della Sera piuttosto che del Giornale d’Italia. Si sprecano le cronache di manifestazioni interventiste e antigiolittiane. Evidentemente, il Corriere di Albertini era contro Giolitti. Tuttavia non è il Corriere che ha creato l’immaginario bellico italiano. Tale immaginario era vivo nell’italiano medio attraverso il racconto delle imprese garibaldine: non è un caso che D’Annunzio abbia parlato da Quarto e la legittimazione data dagli ultimi due figli di Garibaldi all’evento attraverso la loro presenza, bastava per mobilitare le masse per premere nei confronti della guerra. Questo atteggiamento è in bilico tra nazionalismo e patriottismo. Tuttavia, mette in evidenza come la gente comune fosse interessata alle sorti della patria. Sul perché sia cambiato in maniera così radicale il comune sentire di una nazione intera, abbiamo avanzato qualche ipotesi secondo cui la causa del cambiamento dell’immaginario collettivo italiano nei confronti della guerra è dovuto al passaggio del fronte. E’ vero, ma dobbiamo tenere presente anche altre cose. In primo luogo, ci sono cause ideologiche: finito il fascismo, l’egemonia culturale italiana è divenuta appannaggio del marxismo. Molti intellettuali italiani di questa parte politica hanno avuto un ruolo attivo o discutibile nel passaggio dal Fascismo alla Repubblica e, sicuramente, essendo il marxismo una teoria internazionalista, è impossibile trovare un seguace dell’ideologia comunista sostenitore di una guerra tra Stati, essendo la guerra uno strumento della borghesia per tenere in schiavitù la classe operaia. In fondo, Bonvi ci dice questo. In sostanza, un certo tipo di atteggiamento ispirato dall’egemonia marxista negli ambienti intellettuali d’avanguardia subito dopo la Seconda guerra Mondiale[10] unito alla nascita e allo sviluppo della società dei consumi e al Passaggio del Fronte tra il ’43 e il ’45 ha formato un’etica tutta italiana che ha portato ad un disinteresse per questioni militari e ad una serie di contraddizione delle quali paghiamo le conseguenze ancora oggi.
La politica di difesa italiana cercando un interesse nazionale.
La Finanziaria 2008 che verrà approvata senza intoppi entro la pausa estiva del Parlamento è un esempio molto valido delle contraddizioni che animano la politica estera e di difesa italiana. A fronte di un impegno molto duro all’estero, il governo Berlusconi IV si appresta a tagliare nei prossimi anni cifre molto consistenti sul budget della Difesa. Stante che la situazione delle finanze dello Stato non è sicuramente semplice da gestire, questa finanziaria si appresta a tagliare fondi importanti a tutti i settori, dall’Istruzione all’Università, dalla Difesa all’Ordine Pubblico passando per i Beni Culturali. In più, l’attuazione del Nuovo Modello di Difesa, basato su un esercito professionale e, tutto sommato ridotto – del quale non si è discusso quasi per nulla – unito alla moltitudine di programmi di adeguamento tecnologico che le tre Forze armate stanno intraprendendo[11] ha un costo che dovrà essere affrontato. Tuttavia, il Corriere Economia del 7 luglio 2008 riporta come i tagli per quanto riguarda il dicastero retto da Ignazio La Russa ammontano ad un totale di €481 milioni divisi in -€251 milioni per la Difesa e sicurezza del territorio e -€230 milioni tra i fondi da ripartire[12]. La contraddizione sta nel fatto che se, da una parte, il ministro la Russa e il ministro Frattini hanno dichiarato la disponibilità italiana a impegnarsi in maniera più sostanziale in Afghanistan spostando le nostre truppe nel sud del Paese unito[13] ad un impegno maggiore dell’Aereonautica[14] dall’altra mancano i soldi per mantenere le promesse fatte ai nostri alleati. Il che significa che il nostro Paese non ha i mezzi per sostenere i propri piani strategici e che basti la nostra presenza in un teatro bellico a garantirci rispetto e prestigio nel mondo. Purtroppo non è così, altrimenti, dato il nostro grande impegno nei cinque continenti, dovremmo già essere stati ammessi come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e ai negoziati ristretti riguardo la questione nucleare in Iran[15]. Nella classifica mondiale dei primi dieci paesi che investono in Forze armate non ci siamo[16] nonostante manteniamo un grande impegno all’estero, molto stressante per le nostre truppe e molto oneroso dal punto di vista finanziario. Nel 1999, Massimo d’Alema, allora Presidente del consiglio, sosteneva che, oltre al Kosovo l’Italia non sarebbe stata più in grado di sostenere altre missioni all’estero[17]. Tuttavia, dopo l’11 Settembre il nostro Paese si è trovato a partecipare a molte missioni molto difficili e dispendiose come ISAF, Enduring Freedom per non parlare dell’occupazione di Nassirya, in Iraq. Queste missioni sono state contestuali a tagli di bilancio che hanno reso obiettivamente difficile mantenere forze operative sia all’estero che in Italia, tanto è vero che, secondo molti, l’adozione Nuovo Modello di Difesa si tradurrà in una consistente riduzione degli organici cosa che, se da una parte potrà portare ad una maggiore efficienza, dall’altra obbligherà ad una razionalizzazione della partecipazione italiana alle missioni all’estero necessaria se vogliamo mantenere ancora un minimo di credibilità nei confronti dei nostri partners. Evidentemente, è un cane che si morde la coda e la politica estera italiana sembra non tenerne conto. Sul perché la nostra politica viva questa situazione si possono avanzare varie ipotesi politiche e non. Mi limito a sottolineare che se qualcosa si è rotto nella società civile riguardo questioni belliche, è naturale che qualcosa si sia rotto anche nella classe politica. Le generalizzazioni sono sempre antipatiche e difficili da sostenere. Tuttavia, non possiamo non tenere in considerazione il fatto che su questioni di politica estera, sulla collocazione dell’Italia nel mondo e nel Mediterraneo non si discuta e non si sia discusso neanche in campagna elettorale. In fondo, qualcosa comincia a muoversi in questo senso: nelle ultime due campagne elettorali un poco si è discusso di Iraq e Afghanistan. Tuttavia, il dibattito, che si è sviluppato in maniera superficiale e insufficiente, ci porta a mettere in luce come l’italiano medio si interessi poco di queste questioni e come, di conseguenza, la classe politica, espressione della società civile, non abbia una propria agenda da suggerire al Paese. Nel libro di Massimo D’Alema, Kosovo[18], c’è un capitolo che parla della lezione che l’Unione Europea dovrebbe trarre dall’ultimo conflitto nei Balcani. Si parla, in effetti, in tutto il volume, molto poco di Italia e di quello che dovrebbe essere il suo ruolo nell’Unione e fuori. Ogni guerra che o missione all’estero che intraprendiamo deve essere agganciata ai nostri partner. Da soli sembriamo incapaci di muoverci. Sembra quasi che non esista una chiara percezione dell’Italia e del suo ruolo nel mondo se non nel quadro di una legittimazione internazionale che deve esistere, ma che non deve essere l’unica legge che governa la nostra azione. Quali siano gli interessi nazionali in politica estera deve essere definito dalla classe dirigente unica responsabile dell’indirizzo del Paese, tuttavia questioni di primaria importanza come il contrasto all’immigrazione clandestina, gli approvvigionamenti energetici, vengono affrontate in maniera superficiale considerando tali problemi non inseribili in un quadro complesso in grado di trascendere le tematiche dell’ideologia e della politica interna cosa che, in effetti, sono. Lo stesso CIA The World Facbook[19] considera l’immigrazione clandestina come principale disputa internazionale del nostro paese per il cui contrasto servono un’azione diplomatica energica la cui credibilità deve essere sostenuta dalle forze armate le quali sono le prime responsabili, insieme alle forze di Polizia della sicurezza del territorio. I tagli alla difesa previsti per il prossimo anno sono drammatici anche da questo punto di vista: avendo noi una linea di costa lunghissima siamo in qualche modo costretti a difenderla. Il problema marittimo più grave che abbiamo è l’immigrazione clandestina proveniente dal sud del Mediterraneo che va contrastata con mezzi che, ovviamente, non violino la dignità e i diritti umani. Ma essendo qualche paese a sud dell’Italia una tappa delle correnti migratorie che hanno come direzione il nostro Paese, una politica mediterranea e una politica di difesa atta allo scopo dovrebbero essere il primo punto dell’agenda della Farnesina e, di conseguenza, dell’allestimento delle Forze armate e dell’impiego delle stesse.
Il significato della guerra nella cultura italiana e le responsabilità del nostro Paese
Massa Marittimaè un ridente borgo medievale. La sua storia medievale è simile a quella di tante città italiane intorno al XIII-XIV Secolo: prima, la dominazione feudale, poi, la fondazione del Libero Comune. Come in molte città comunali, l’esercito veniva scelto tra la cittadinanza: a disposizione del Podestà, erano circa 200 uomini, forniti dalle 15 società che venivano individuate all’interno dei terzieri[20], le suddivisioni territoriali della città. Le truppe, formate dai cittadini, erano costituite parte da balestrieri o arcieri a cavallo, balestrieri o arcieri a piedi e vari altri tipi di fanteria come pavesari e guastatori. Le truppe più interessanti sono quelle armate con la balestra. Tali armi, probabilmente importate da Pisa, venivano custodite dal Magister Balistrarum il quale le assegnava, tramite due funzionari scelti, agli uomini disponibili in caso di guerra o, comunque, di necessità. Una di queste necessità era, ad esempio, l’addestramento: quella che viene definita come balestra italiana da posta è un’arma molto potente e complessa che va saputa usare. Tuttavia, l’addestramento militare si è, progressivamente, trasformato in un gioco, in un’attività, si legge in un documento della metà del XV secolo, che sia […]qualche esercizio lodevole[…][21]
Un tempo, l’addestramento militare veniva visto come un momento di aggregazione sociale della comunità. Prepararsi alla guerra, significava prepararsi a difendere la libertà della Civitas identificata da alcuni simboli, come potevano essere la torre dell’orologio, il palazzo del Comune etc. La comunità cittadina si identificava in qualcosa che aveva delle connotazioni tali da rendere sopportabile qualsiasi sacrificio per essere difeso. Oggi, a Massa Marittima, si continua a celebrare il Balestro del Girifalco, rievocazione storica della manifestazione riferita dalla sopraccitata delibera e, anche oggi, è un momento molto importante di aggregazione della comunità. Tutto questo evidenzia come, nella nostra tradizione nazionale, la società civile, la società della civitas, sia stata molto vicina alla componente militare dello stato. Anzi, tutto ciò dimostra come i termini cittadino e soldato potessero essere, in una certa misura, intercambiabili: si era cittadini in quanto in grado di difendere la città. In una società che si sia dotata di istituzioni democratiche il dovere di difendere la nazione da parte di ogni cittadino diventa sempre più stringente tanto da essere citato in numerose costituzioni, inclusa quella Italiana e molta della nostra storia e della nostra mitologia nazionale è stata sviluppata a partire dalle gesta di milizie irregolari come le Camicie Rosse garibaldine o come le brigate partigiane che hanno operato a nord di Roma tra l’Otto Settembre e il Venticinque Aprile. Si tratta in entrambi i casi di volontari che sposano la causa della Nazione mettendo a rischio anche la propria vita. Tuttavia, queste sono milizie irregolari, non inquadrabili all’interno di un contesto come quello delle canoniche Forze Armate vere, autentiche e uniche custodi dell’integrità della nazione. Tuttavia, queste sono state spesso abbandonate al loro destino. Questo è successo l’Otto settembre. Spostare la Corte sabauda e il governo da Roma a Brindisi, lasciando senza ordini centinaia di migliaia di uomini non è stato un segno di attenzione nei confronti delle sorti del Paese. A oltre sessanta anni dai tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale, le nostre Forze Armate sono scomparse dalla vita pubblica del Paese e ci si è dimenticati in maniera pressoché totale degli atti di resistenza dei quali i nostri soldati sono stati protagonisti[22]. La scomparsa delle forze armate dal dibattito pubblico è avvenuta anche, probabilmente, per la paura di essere schiacciati da un passato ingombrante fatto di una politica estera aggressiva, in linea con quella che era l’etica fascista . Come ha evidenziato Giovanni Bechelloni[23], sulla scorta di Esward Shils, si è confuso per molto tempo il concetto di nazione con quello di nazionalismo. Questo ha portato a fare sì che anche temi di primaria importanza, come le modalità attraverso le quali garantire la sicurezza nazionale scomparissero dal dibattito pubblico. Il meccanismo che si è rotto a cui abbiamo fatto riferimento in tutto l’articolo è proprio questo: nel nostro paese sembra esistere una incapacità, da parte dei singoli, di identificarsi nella Nazione italiana e una incapacità di fondo nel capire quale responsabilità l’Italia abbia. Non si tratta di inventare nuovi nazionalismi, si tratta di prendere atto che l’Italia viene da tremila anni di storia. Quello italiano è uno tra i popoli più antichi del mondo. L’Italia la patria del diritto e di molte altre cose che, tuttora, ci circondano e caratterizzano il periodo storico in cui viviamo. Tuttavia, è stato come se Paese e classe dirigente non si siano mai capiti tra loro. Perché devo morire per uno Stato che non mi appartiene, al quale non appartengo? Probabilmente è quello che penserebbero molti italiani se domani il nostro paese venisse coinvolto in un conflitto di dimensioni tali da coinvolgere la maggior parte dei cittadini. L’aver fatto riferimento a miti tutto sommato elitari come il Risorgimento[24] oppure che hanno riguardato solo determinate parti d’Italia, come la Resistenza partigiana significa aver perso quasi totalmente di vista quello che l’Italia rappresenta nei confronti di sé stessa e nei confronti del Mondo e che è immediatamente percepibile visitando il più piccolo dei paesini che caratterizzano dalle Alpi alla Sicilia il nostro Paese. La consapevolezza di noi stessi e della nostra storia significa mettere in circolo una serie di energie nuove, un senso di appartenenza utile per tutti, soprattutto per chi, in prima persona, deve difendere il nostro Paese. Un esercito senza una società civile che lo sostenga è come una squadra di calcio senza tifosi. Non ha motivazioni e non riesce, sostanzialmente, a capire perché deve uccidere altri esseri umani mettendo la propria vita a rischio. Tutto questo genera frustrazione e disaffezione alla causa comune. Risolvere il problema dell’Italia con il proprio patrimonio culturale sarà la principale sfida dell’Italia in un periodo caratterizzato dalla globalizzazione e partire dalle scuole, insegnando la Costituzione, l’inno nazionale, ma anche la storia dell’Italia non come italietta, ma come una storia portatrice di innovazioni e motrice di buona parte della cosiddetta civiltà occidentale può essere un contributo in questo senso. Solo così, si potrà cominciare a dibattere del nostro destino sotto una nuova luce e parlare in maniera seria e non ideologizzata anche delle nostre Forze Armate.
[1] Liddell Hart Paris or The Future of War, 1925, Kegan Paul, Trench, Trubner & Co, New York. Ed. Italiana: Paride o il Futuro della Guerra, 2007, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia
[2] Capitolo II, Pag. 90
[3] Ibidem
[4] Clausevitz Della Guerra 1970 Arnoldo Mondadori Editore, Milano
[5] Paret: Makers of Modern Strategy, 1986, Princeton University Press. Ed. italiana Guerra e Strategia nell’Età Contemporanea,1992, Marietti 1820, Genova – Milano
[6] Si tratta di un esempio di scuola. Siamo evidentemente consci della irrealizzabilità di un caso del genere scelto anche per evitare polemiche di natura politica.
[7] L’analisi che forniamo in questo paragrafo è più di carattere semiologico che empirico, peculiarità dovuta al fatto che il nostro proposito è quello di studiare le forme più evidenti della rappresentazione della Guerra. Sarebbe stato molto facile occuparsi di cinematografia analizzando film come Tutti a Casa, La Grande Guerra, oppure Mediterraneo. Tuttavia, ragioni di affinità tra la parola scritta su un giornale e un fumetto come Sturmtruppen – originariamente pubblicato Paese Sera – ci hanno spinti ad occuparci di questo tipo di rappresentazione.
[8] Da Sant’Anna di Stazema (MS) a Marzabotto (BO) passando per molte altre località meno note che è, in primo luogo, doloroso ricordare e, in secondo, impossibile in quanto qualsiasi carta tematica al riguardo ricostruisce li centro Italia attraversato dal Fronte come un immenso cimitero.
[9] L’Italia era legata del 1882 alla Triplice Alleanza con Germania e Austria. Alleanza bagnata dal Sangue di Oberdan, irredentista triestino impiccato dagli austriaci il giorno della firma del trattato. Tuttavia, detta alleanza non fu dichiarata nulla fino al Maggio 1915 a causa dell’articolo che prevedeva la natura difensiva della Triplice. Nel periodo intercorso tra lo scoppio della Guerra e l’entrata dell’Italia la nostra diplomazia sondò le proposte delle varie potenze europee e, una volta appurato che il nostro Paese avrebbe potuto raggiungere la propria integrità territoriale solo combattendo a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia, si decise di combattere contro l’Austria firmando il Patto di Londra, sottoscritto in segreto da Sonnino e Salandra, reso noto solo il 20 Maggio 1915 quando il governo riferì alla Camera.
[10] Basti pensare alla fede dichiaratamente comunista espressa e professata da Guttuso e alle avanguardie teatrali italiane dell’immediato dopoguerra guidate da Steheler, non considerando altre manifestazioni culturali di altra natura. NB: Non stiamo discutendo il valore delle avanguardie culturali italiane, né ci sogneremmo di farlo. Stiamo solo mettendo in evidenza che una egemonia culturale di un certo tipo, dovuta alla necessità di un distacco profondo dal Fascismo e dalla sua etica aggressiva, abbia portato a mettere da parte le questioni militari considerate di destra per definizione. Non si vuole mettere in ombra né l’importanza della sinistra nella formazione della Repubblica, né, tantomeno, nascondere i meriti della DC nei confronti del Paese.
[11] Dalle fregate Fremm al programma F-35 passando per i sommergibili classe Todi, il progetto Futuro Soldato e il progetto Neuron, si tratta di programmi molto interessanti in quanto, in primo luogo, riguardano partnership internazionali e, in secondo, sono qualificanti per l’industria italiana in quanto quelli elencati sono progetti molto avanzati da un punto di vista tecnologico. L’unico loro difetto è che costano e che i progetti intrapresi sono parecchi.
[12] Corriere della Sera Economia del 7 luglio ’08, pag. 8
[13] http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=264431
[14] Corriere della Sera 19/6/2008 Pag. 15
[15] Al gruppo dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU si è aggiunta la Germania nei negoziati sul nucleare in Iran.
[16] The Times, 18/7/2008 Pag. 10. Interessante notare come il Giappone che, costituzionalmente non dovrebbe avere neanche un esercito, ma a cui è permesso avere una Forza di Autodifesa, spenda per la difesa il 4% del Pil, mentre il nostro budget per la difesa dovrebbe assestarsi, per il 2009, allo 0.9% del Pil.
[17] D’Alema, Kosovo,gli italiani e la guerra 1999, Arnoldo Mondadori Editore, Milano Pag. 91.
[18] Op. Cit., Cap. L’Europa imparerà la lezione?
[19] https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/
[20] Lombardi Massa Marittima e il Suo Territorio nella Storia e nell’Arte, 1985, Ed. Cantagalli, Siena.
[21] Op. Cit. Pag. 42
[22] Cefalonia e gli IMI, ad esempio
[23] G. Bechelloni, Diventare Italiani, 2003, Ipermedium Libri, Napoli, Cap. Biennio Fatale, par. Il processo di nazionalizzazione degli italiani
[24] Bechelloni, Op. Cit. Cap. Italiani paragrafi: Pensare l’Italia e gli italiani
La notte del 4
Per quanto mi riguarda, il quattro Novembre posso dormire tranquillo. Secondo un gruppo di esperti che scrivono sul blog usaelectionpolls.com la corsa è finita. Se McCain non vincerà in Pennsylvania , dovrà conquistare gli altri stati incerti e, secondo i miei esperti, il veterano del Vietnam ha mollato in stati come, ad esempio, in Colorado. Zogby può dire quello che vuole. Quello che è vero è che Obama sta consolidando il suo vantaggio e a meno che McCain non recuperi in due giorni qualcosa tipo due punti al giorno. Ssarà possibile? Quanto influirà la zia clandestina di Obama? Non lo so. Il Time di due settimane fa riportava di un gruppo di americani medi consapevoli del fatto che la benzina costa $3 l’oncia e che la colpa, forse, è di Bush. Il malcontento tra questo gruppo di americani del Kansas mi ha stupito e mi ha messo dell’idea che Obama abbia già messo in banca i suoi soldi. E’ finita, forse e l’unica cosa che terrà viva la mia attenzione in questi giorni è il GP del Brasile. Buona notte a tutti.
Sognando matrix
Premesso che 1. non ho voglia di studiare 2. il mio cervello sta rallentando 3. Ho perso 2000 posizioni sulla classifica di wikio ho deciso che dovevo scrivere qualcosa. Sulla mia carriera universitaria, ad esempio, che sta rallentando non tanto per colpa mia quanto per cause endogene. In pratica, devo studiare una dozzina (O_o!!) di libri entro dicembre e non so più cosa fare. D’accordo che un paio sono una puttanata, ma gli altri circa dieci sono o pallosi o difficilli. La soluzione ideale sarebbe bruciarli tutti insieme all’autore, ammesso sia ancora in vita: Wittgenstein è morto da un po’ lasciandoci le sue mortifere Ricerche Filosofiche. Però, molti dei sociologi che sto affrontando sono ancora in salute e (risata saditca) credo che li studierò con disciplina e dedizione sperando che, un giorno, inventeranno strumenti alternativi per imparare tipo quella scena di Matrix dove Neo impara il Kung Fu standosene tranquillamente seduto in poltrona. Dove sono gli ingegneri quando servono? A capire come mai la Ferrari ha sbiellato in Ungheria? Pensate a cose serie!
Se il Postamat è lento…
Nel mio corso di Comunicazione pubblica ci insegnano che uno dei casi di marketing pubblico migliori è quello delle Poste Italiane anche se, in questi giorni, ho il sospetto che il marketing delle poste non sia poi così buono. Nel senso che ieri sono andato al Postamat di Massa Marittima e lo sportello automatico si è pappato la mia carta. Ho aspettato un pochino davanti allo schermo che continuava a chiedermi di inserire la mia carta. Ma, cazzarola, io l’avevo inserita. Invece, niente. Il Postamat sembrava deceduto. Torno a casa e
- Litigo con la mia ragazza in quanto oggi non l’avrei potuta incontrare a Pisa per colpa di quella merda di Postamat
- Somatizzo
- Mi ritrovo con € 8 nel portafogli
Questa mattina vado alla Posta e trovo niente di meno che un’impiegata che mi dice che un signora ha riportato la mia carta e che il Postamat è lento. Il Postamat è lento? Bisogna aspettare. Cosa facciamo, mettiamo i tornelli anche al Postamat?! La morale della faccenda è questa: nella PA anche i computer non hanno voglia di lavorare. No, ma non è colpa del Postamat: la colpa è della linea. Il server era in Pausa Pranzo, quindi è normale che la macchina non funzionasse. Ma io dovevo prendere un treno… Ah cazzi sua, sembra dire l’impiegata incapace di capire che io voglio che uno sportello automatico funzioni automaticamente, cioè’, subito. Per cui, vaffanculo al marketing! Basta un cartello scritto a mano con scritto “Fuori servizio” o, tuttalpiù, “Aut of Order”. L’inglese sarà un po’ sgrammaticato, ma chi se ne frega. Diteci che il Postamat è rotto e vaffanculo. Siamo contenti tutti, no?
Il caso Antonini
Guido Antonini Wilson è un imprenditore venezuelano di origine italiana, pietra di uno scandalo internazionale che coinvolge Stati Uniti, Venezuela, Argentina e Uruguay. La sua storia è una tra le più interessanti degli ultimi anni e sembra essere film di spionaggio dalla trama complessa e intricata. Nell’Agosto 2007 antonini atterra a Buenos Aires con una valigetta. La dogana scopre che dentro la valigetta ci sono quasi $800.000 destinati a sostenere la campagna elettorale della Presidente Kichner. Antonini ha lavorato per l’azienda petrolifera venezuelana ed era in rapporti con Chavez. Comunque, il fatto che abbia nascosto alla dogana una cifra del genere fa sì che venga trattenuto dalle autorità argentine. L’FBI si accorge che i soldi di Antonini che viene preso e portato negli USA. Il Governo venezuelano si infuria e manda tre suoi suoi agenti più un uruguayano a MIami per portarlo a casa. QUesti vengono scoperti e arrestati con la scusa di aver evaso le tasse negli Stati Uniti. In pratica, Antonini è lì ad aspettare il suo destino tra l’imbarazzo del governo argentino che è stato costretto a rinunciare a $800.000 ed è stato umiliato dalla limitazione di sovranità imposta dagli Stati Uniti, vulnus cui cerca di porre rimedio chiedendo un giorno sì e l’altro pure l’estradizione su proprio territorio. Questa richiesta è una buffonata in quanto Antonini è stato visto alla Casa Rosada, la residenza presidenziale argentina, una settimana prima dello scandalo. Insomma, abbiamo una rendition, un po’ di soldi sporchi e qualche governo che non gioca molto pulito. La faccenda è in stallo da più di un anno, solo che sta iniziando il processo negli Stati Uniti che avrebbero, tra l’altro, tentato di corrompere una testimone, l’agente della dogana che ha arrestato Antonini, offrendole la cittadinanza americana. La faccenda ci fa riflettere sulla Balance of Power sudamericana in quanto laggiù ogni stato sembra in grado di influenzare la vita di un altro e dove alcuni stati sembrano fondati sulla droga e su infiltrazioni mafiose. Per fare un esempio di quello che è successo, è come se un emissario del nostro Governo avesse mandato dei soldi al Partito di Sarcozy per sostenere la sua campagna elettorale e la Germania avesse scoperto che gli illeciti da cui provenivano i soldi fossero stati commessi anche sul suo territorio e si fosse comportata di conseguenza. Cosa ce ne frega a noi italiani? Ci interessa in quanto ci mette in guardia da personaggi come Chavez e ci fa capire che in aree del mondo dove la legittimazione dello stato è molto bassa (basti pensare alle rivolte che sta scatenando la nazionalizzazione del sistema pensionistico in Argentina) lo stato stesso non sia in grado di mantenere intatta la propria sovranità.
Viva la muerte!!
Questa mattina è stato presentato presso il Consiglio Regionale della Toscana uno studio di Maurizio Boldrini e Carlo Sorrentino sullo status della professione giornalistica nel nostro paese. Il rapporto si è rivelaro preoccupante per almeno un paio di aspetto: il primo, è che il mercato del lavoro è precario: il 50% dei giornali viene scritto da professionisti atipici e che, soprattutto se sei giovane e donna, le tue condizioni di lavoro diventano assolutamente precarie. Per fortuna ci si è occupati solo di carta stampata. Queste due linee di tendenza, sottolineate dai presenti, in particolare, dal Prof. Mosconi dell’Università di Parma mostrano grandi analogie con il resto del mercato del lavoro che si regge sul precariato e sullo sfruttamento del lavoro femminile. Tuttavia, la cosa paradossale è che nessuno sembra fare niente, sosteneva Boldrini, in quanto Ordine, Federazione Nazionale della Stampa e editori sono vecchi e rispondono a logiche d’altri tempi. La risposta di Natale, presidente dell’FNSI, è stata che il sindacato si sta ponendo il problema del precariato ed è per questo che il Contratto Nazionale non viene rinnovato dando la notizia che entro il 2013 l’Ordine tenterà di riformarsi. Meno interessanti gli interventi di Sieni e Luccesi, rispettivamente presidenti dell’Associazione Stampa Toscana e dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana i quali hanno parlato della necessità di riformare l’ordine e di un nuovo rapporto con l’editoria.
In sostanza, la soluzione sembra senza sbocco. Non si riesce a capire che debba riformare cosa. La politica latita, gli editori spedroneggiano anche se non hanno quasi più soldi per pagare gli stipendi mentre sta arrivando una crisi economica che rischia di travolgere tutto, editoria inclusa. Io ricorderò sempre quando, in un colloquio con una senatrice del Pd durante la scorsa campagna elettorale ad una domanda precisa sulla riforma dell’Ordine dei Giornalisti mi fu risposto con “I giornalisti sono la vera casta”. Io non sono la casta, i miei compagni di corso non sono la casta in quando, quando entreremo nel mercato del lavoro saremo pagati intorno si 3€ ad articolo e costretti alla prostituzione professionale. Al di là dei discorsi sull’INPGI 2 che lasciano un po’ il tempo che trovano (non è questo il vero problema) qui si tratta di cambiare un sistema che non funziona e che rischia di condannare un sacco di giovani ad un precariato a vita indecoroso e insostenibile.
Il diritto allo studio.
Un paio di giorni fa sul Corriere Fiorentino è apparso questo articolo firmato dal Prof. Caruso secondo cui:
- Le tasse universitarie sono ridicolmente basse;
- Gli studenti italiani godono di troppi privilegi;
- Gli studenti lavoratori spesso sono finti lavoratori.
Procedendo con ordine, il primo punto (ultimo nell’articolo) è condivisibile fino ad un certo punto. Il problema è che molti studenti devono pagare una serie di tasse accessorie come, ad esempio, le spese per il proprio alloggio che variano da 250 a 500 Euro. Io sarei molto contento di pagare più tasse, ma in cambio (ad esempio) dell’alloggio. In effetti, il problema dell’edilizia universitaria è una questione che viene spesso ignorata e che, invece, e gioca una parte non secondaria nella composizione del bilancio di uno studente universitario medio. Questo mette in evidenza come alcuni privilegi non siano privilegi, ma ostacoli nell’usifruire del diritto allo studio: pagare poche tasse, significa dover pagare un affitto spesso al nero che limita fortemente la mia libertà e limita altrettanto fortemente l’esercizio di altri diritti come, magari, quello di avere un tetto sulla testa senza che il mio padrone di casa si incazzi e mi butti fuori perchè ha il peperoncino nel culo. Non è un problema di prezzo della mensa (che, tra l’altro non è competenza dell’Università ma dell’ARDSU) che, tra l’altro, non è così irrisorio nel bilancio di uno studente che deve pagare anche l’affitto.
Per il resto, nell’articolo di Caruso non vengono dette oscenità: dalla triade di problemi espressi dal Prof. si evince quanto forte sia la necessità di un controllo all’accesso dell’Università. Uno dei privilegi che più lo fa incazzare è che si possa tentare un esame quante volte si vuole. Devo dire che mi sento di condividere il suo disagio in quanto, da studente, ho visto molte persone gettarsi a kamikaze su degli esami che non erano pronte a sostenere e farlo in maniera ripetuta confidando nel caso e nella propria buona stella. Evidentemente, tutto questo non è dignitoso per nessuno e bisogna porre un freno a tutto questo ad esempio allontanando cha ha fallito più volte lo stesso esame. Cosa c’entra col numero chiuso? Ne è una conseguenza: tu, in base alle tue capacità hai conquistato il diritto di dare esami in questo ateneo alla condizione che ti dia una mossa a darli. Questo meccanismo è tanto semplice quanto difficile da accettare, spesso per ragioni ideologiche. Non si tratta di limitare il diritto allo studio delle persone, si tratta di vedere chi può sostenere una preparazione di tipo universitario. Se l’Università italiana è allo sfascio, non è tutta colpa dei professori, ma è anche colpa di noi studenti che, spesso, siamo poco corretti.
Il problema degli srudenti lavoratori, è un’altra annosa questione. Credo ci sia da distinguere tra chi è studente lavoratore perchè ha bisogno di una qualifica per svolgere il proprio lavoro e chi è studente lavoratore perchè ha voglia di esserlo. Per i primi, sarebbe bene istituire una corsia preferenziale che preveda contatti tra azienda e Università in modo che lavoro e studio possano essere conciliabili. Per li altri, amen, valgano le regole che valgono per tutti gli altri.
Il rapporto studenti-università è una questione molto compessa che non viene affrontata da nessuno. Molti di noi non sono bamboccioni, ma a tutto esiste un limite. Andare avanti così, permettendo che in Ateneo circolino persone che hanno impiegatto più del doppio rispetto a quello che è il tempo necessario a laurearsi è una cosa scandalosa. Tuttavia, il nostro Paese è quello dove i secchioni vengono derisi e i cazzoni esaltati. Basta leggere qualche forum per rendersene conto.
Vacanza!!!!
Alleluja! Sono in vacanza, finalmente. Potrò dedicarmi al blog un po’ di più del postminchia settimanale. Il problema è che essendo uno tra i pochi stundenti di Scienze della Comunicazione che studia sul serio, non ho tempo. Vi faccio solo un breve aggiornamento della mia vita demenzialtriste degli ultimi giorni:
- Ho dato 2 esami
- Mi sono annoiato a morte. Per fortuna che…
- …ieri HO SUONATO!!
Il programma è stato questo: Valzer dei Fiori, Ouverture dal Barbiere di Siviglia, Vivaldi Opera III No. 12 e Corelli, Concerto Grosso per la Notte di Natale. Per gli ultimi due, OK, suono in orchestra da un po’ quindi mi ci sono imbattuto due o tre volte. In Rossini o in Tchaikovski NO. Quindi, mi sono inventato il Valzer dei Fiori e l’Ouverture così dal nulla. Brivido, neanche stessi guidando a SPA per la prima volta su un Formula 1 degli anni ‘70 e, tra l’altro, al limite. Non ho fatto cacare però… oggi passerò un po’ del pomeriggio sulla musica di Rossini in quanto per il Valzer dei Fiori non sono riuscito a gattonare niente.
CMQ, come dicono le persone colte. Ho un programma per le vacanze che è stratosferico, pieno di vita e di attività che si tradurranno in un poeticissimo e Homerico starmene stravaccato sul divano a guardare la TV godendomi ogni grammo di grasso che si accumula sul mio corpo da secchione con pericolose tendenze nerd financo emo.
Comunque, non ho un cazzo da dire sulla situazione mondiale, nè su tutto il resto. E allora, perchè ho scritto questo post? Non lo so, studio Jenkins e ve lo dico.
Settanta e uno anni di storia passati col segno più. Quello che non ha distrutto la Seconda guerra Mondiale, è stato spazzato via dalla crisi economica che ci sta colpendo. L’annuncio è arrivato questa mattina, con il Nikkey e Wall Street chiuse: aperte erano le altre borse asiatiche e cominciavano ad aprire quelli europei. La Toyota non sarà ridotta male come GM, ma se per la prima volta nella sua Storia è in rosso, i polsi tremano. Investire in Toyota, fino a ieri, era come investire in oro. Ora, anche l’ultimo paradiso è compromesso. Oggi come oggi, non si salva nessuno.
E’ difficile, per un blogger, non parlare di questo fatto: se la Toyota è ridotta così, come sta l’industria giapponese? Va bene che le cose laggiù è da un po’ che non vanno benissimo: il Giappone si è trasformato. Qualche tempo fa Limes aveva scritto un quaderno speciale in cui si analizzava l’Impero del Sol Levante come di un Paese che si stava mettendo i moto. Ecco che la CNN annunciava, stamani, che il Giappone è in recessione e che il suo export è crollato del 26%. Cosa sta succedendo?
Caro Babbo Natale,
quest’anno, non portarmi niente che tanto babbo non potrebbe pagarti, perchè è in Cassa Integrazione. La mi’ mamma fa il part-time e, per fortuna, il mutuo è finito, sennò non avremmo neanche la casa.
Sai cosa voglio? Io voglio che tu mi dia un po’ di cattiveria che ne ho bisogno. Sai, a scuola vado bene, e, quindi, mi prendono in giro. Poi, dopo che avrò finito la scuola tra un bel po’ mi piacerebbe trovare un lavoro e il mi’ babbo mi ha detto che sono gli stronzi quelli che ce la fanno meglio. Quindi, per favore, fammi essere cattivo. Non dico come maginbù che non so neanche come si scrive. Solo che vorrei avere abbastanza forza da ribellarmi ai soliti che sembrano fichi. Anche i professori li considerano fichi. E io? A me piace la scuola e faccio sempre copiare i compiti ai miei amici. Ma, a me, mi sembra che di amici non ne ho.
Eppoi, ora che mio babbo è in cassa integrazione, non mi chiedono neanche i compiti. Se solo potessi darmi un po’ di cattiveria, caro Babbo Natale, che mi serve. Sennò, come faccio a farmi strada nella vita?
Il Partito Democratico c’è.
Il Pd non è messo malissimo. Secondo una serie di sondaggi pubblicati su sondaggipoliticoelettorali, il sito web della Presidenza del Consiglio sul quale, per legge, vengono pubblicati tutti i sondaggi politico elettorali (ma và?) il partito di Weltroni, pur avendo perso sei punti percentuali rispetto alle elezioni, si conferma stabilmente come seconda forza politica del Paese dietro il Pdl che rimane stabile intorno ai livelli del 13 Aprile.
Tutto bene quindi? No: l’Italia dei Valori è più che raddoppiata, nelle preferenze degli italiani e questi sondaggi non fanno altro che mettere in evidenza quello che il tanto vtuperato italiano medio, oggetto di tante (troppe) critiche da parte dei militanti Pd sa. Di Pietro è sulla cresta dell’onda e vale il 9%, mentre il Pd si ferma al 26. Cresce la Rifondazione, intorno al 3%, mentre gli elettori vogliono che rimanga in piedi l’alleanza tra Pd e Idv.
La Sinistra potrebbe stare meglio, così come il governo, fermo al 50% negli indici di gradimento. La luna di miele non sarà finita ma, in generale, l’Esecutivo risulta sgradito alla metà degli Elettori che non sembrano, tra l’atro, molto colpiti dalla social card. I sondaggi sono stati pubblicati in questi giorni, rielaborandodati precedenti all’esplosione della questione morale.
Ad ogni modo, il Pd che sta perfezionando la sua struttura faticando non poco a rinnovarsi e a rinnovare esiste e bisognerà fare i conti con lui alle prossime Europee. Manca ancora qualcosa al complesso puzzle che è il Partito Democratico che sembra troppo interessato ad ascoltare se stesso, piuttosto che ad ascoltare il Paese. L’autoascolto è fondamentale. Ma io non credo che un partito debba essere una confraternita di mistici dediti alla meditazione. Serve azione, ascolto, rinnovamento (soprattutto) dei linguaggi. Un partito non è neanche una confraternita di secchioni. Avere tutti 30 sul libretto è ok, ma per questo non bisogna tirarsela troppo.
Perchè proprio ieri?
Non sono un grande esperto di questione mediorientale. A dir la vrità, non ne ho mai capito un fico secco. Tutttavia, ci sono una paio di cose che mi colpiscono dell’ultima escalation israeliana;
- E’ avvenuta in un momento in cui il petrolio non costa quasi nulla
- E’ iniziata a mercati chiusi
A me non piace sostenere che le guerre vengano combattute per motivi economici, ma sono convinto che nella loro pianificazione una valutazione dello scenario economico sia fondamentale. Ad esempio, se l’Italia avesse valutato meglio la propria situazione economica all’inizio della Seconda guerra Mondiale, probabilmente non sarebbe entrata nel conflitto.
Tuttavia, le due circostanze indicate, una qualche relazione con lo scoppio del conflitto potrebbero avercela. Qualcuno potrebbe obiettare che è iniziata proprio quando la tregua è finita e che gli israeliani hanno colpito appena ne hanno avuto l’occasione. E’ vero anche questo, ma c’è un particolare che mi fa sospettare che la data di ieri non sia una conseguenza della fine delle tregua: ieri era sabato. Cosa può costringere un ebreo a fare qualcosa il sabato, il giorno sacro in cui anche Dio si riposò. Non so quanto sia laico lo Stato ebraico, ma credo che il riposo settimanale sia una cosa molto importante per un ebreo. Se sto postando una serie di cazzate, fatemelo notare. Tuttavia, credo che le tradizioni di un popolo siano molto importanti qualsiasi cosa significhino e siano e il fatto che l’operazione Piombo Fuso sia iniziata proprio ieri delle motivazioni molto forti ci devono essere.Credo sarà molto interessante vedere domani mattina come apriranno i mercati delle materie prime e i mercati azionari.
Breaking News from Maremma
Tremate, gente, tremate: è nato il gruppo Facebook del comitato del no al Cogeneratore di Scarlino. I seguaci di Grillo nella lotta alla termovalorizzazione hanno scoperto il web 2.0 creando un gruppo che non fa altro che ripetere lo stesso mantra che parla di impiantische inutili e nocive, di alternative magiche che risolvono tutti i problemi e di economia che deve essere basata sul turismo, sull’agricoltura di qualità e la piccola e media impresa manifestando, tra l’altro, come un termovalorizzatore deresponsabilizzi il mondo dell’industria in quanto stimola a produrre tutta quella serie di imballaggi che costituiscono la maggiorparte dei rifiuti.
Problema imballaggi a parte, i signori del comitato del no continuano a proporre un modello di sviluppo superato dai fatti in quanto la provincia di Grosseto condivide con quella di Massa Carrara il primato della provincia più povera della Toscana e basta fare un confronto tra la zona industriale di Follonica e quella di Venturina per capire di cosa stia parlando.
Tra l’altro, oggi sul Il Tirreno è uscito uno studio dell’Istituto Superiore Sant’Anna nel quale si chiede un salto di mentalità. Cosa serve per far sviluppare un territorio oggi? Industria ad alta tecnologia a basso impatto e non turismo, nè agricoltura di qualità che possono essere utili, ma se pensiamo di basare tutta l’economia maremmana su questa roba, siamo fuori strada.
Dimenticavo il capitolo sull’incenerimento dei rifiuti. Io ho studiato l’arrow bio come metodo di riciclaggio dei rifiuti: lascia scorie come ad esempio la plastica e tutta una serie di altre schifezze che vanno smaltite. Dove? In discarica?
La guerra su Youtube: la propaganda nel XXI Secolo.
Ogni guerra si porta dietro il suo carico di propaganda. Alla regola, non sfuggono i bombartamenti di questi giorni su Gaza. Ha fatto molto scalpore il fatto che l’Aereonautica israeliana abbia creato un canale youtube per mostrare quanto i suoi raid siano precisi e quanto professionali i propri piloti. Questa notizia sorpreso un po’ tutti, ma chi ha buona memoria si ricorda che per anni questi video venivano proiettati anche nella sala stampa della Casa Bianca da un bel po’. La notizia sembra essere che, questa volta, gli israeliani vogliano bypassare i tradizionali strumenti di comunicazione per rivolgersi direttamente al proprio pubblico.
Questa è una non notizia in quanto sono diversi anni che youtube è diventato una vetrina per mostrare gli ultimi ritrovati in campo di ricerca bellica e un luogo per campagne di propaganda a livello globale. Uno tra i casi più interessanti è quello di diversi canali propagandistici cinesi che hanno come base paesi anglofoni come il Canada o dove l’accesso a Internet è più libero, come, ad esempio, Hong Kong. Questi fenomeni di propaganda non sono sicuro dipendano dalla volontà del Governo cinese, ma sono sicuro che il video che riassume la storia dei rapporti tra Cina e Tibet postato da NZKOF dal Canada (?) ha fatto il suo effetto sugli utenti di youtube, me compreso.Caso analogo, qello di ChineseKungFu01 che, invece, posta da Hong Kong e mostra di avere una conoscenza enciclopedica su tutto ciò che è militare e si muove nel mondo. L’unica differenza tra i due è che, mentre NZKOF è un piccolo agglomerato multimediale, ChineseKungFu si limita a postare video. Questa differenza ci induce a pensare che il primo sia o uno che ha tempo da perdere o uno che di mestiere fa quella roba là mentre ChineseKungFu agisce per conto proprio. Questo, credo, non lo sapremo mai. Tuttavia, è interessante come sia diventata convergente anche la propaganda. Convergente non solo in termini di culture e di medium, ma anche istituzionale: su youtube possono postare tanto i governi nazionali, quanto singoli cittadini che, consapevoli o no, portano avanti gli interessi delle proprie istituzioni di riferimento.
Di Internet come strumento di propaganda si serve, da anni, anche il terrorismo islamico (basti pensare che il video della decapitazione di Nicholas Berg ha circolato in versione integrale su molti circuiti di file-sharing). Tuttavia, su youtube non esiste traccia della propaganda di Hamas. Il paradosso è che si permette alla Cina di farsi propaganda, mentre all’organizzazione palestinese questa opportunità viene negata. Zero simpatia per quei tagliagole di Hamas, ma quando uno ha ragione, ha ragione. E non c’è neanche da stupirsi se da Gaza non arrivano quasi immagini su Youtube: quando sei impegnato a salvarti la vita, ti importa il giusto di postare sul web considerando, tra l’altro, le condizioni di indigenza in cui versa la popolazione della West Bank.
Al di là di tutto, queste considerazioni mettono in evidenza come l’uso dei nuovi media sia possibile solo a certe condizioni, non soltanto di reddito. Bisogna avere un PC, saperlo usare, averlo connesso alla rete e avere una telecamera digitale. Altrimenti, niente propaganda su internet. Tutto questo produce una asimmetria molto marcata che, per adesso, viene compensata dalle grandi istituzioni mediale ma, in futuro, chissà e ci permettono di focalizzare quale sia il vero punto della faccenda: il conflitto di Gaza sarà il primo in cui, ufficialmente, un Governo di uno Stato Sovrano si è servito di Internet come strumento di propaganda. Il nocciolo della questione è qui: un Governo può, a basso costo, costruire un medium molto potente, controllarlo in maniera diretta e porci sopra il bollino blu di canale di un Governo democratico.
Il giochino ha delle implicazioni un po’ sinistre: un governo ha a disposizione un sacco di soldi che possono convincere professionalità ( bene che su Internet serve più che altrove) a produrre contenuti dal forte appeal in grado di nascondere le malefatte del governo stesso. E’ vero che la gente non è stupida e che esiste il controllo elettorale, ma per la gestione di eventi eccezionali come una guerra o un altro tipo di catastrofe dove l’accesso alle informazioni è severamente compromesso lo strumento della velina versione Web2.0 può essere un valido alleato per un governo con la coscienza non troppo pulita.
George Bush: disco verde a Israele
George Bush ha autorizzato Israele a procedere con le operazioni di terra a Gaza. Secondo quanto riportato dall’autorevole sito israeliano, il presidente americano ha dato l’ok dopo una serie di colloqui telefonici con i Re di Giordania, SM Abd Allah II, e Arabia Saudita SM Abd Allah Al Saud, il Presidente egiziano, Mubarak e il Primo Ministro israeliano, Olmert. Inoltre, il Premier israeliano è stato rassicurato dalla Casa Bianca che ha dichiarato che porrà il veto ad ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che condanni Israele per le operazioni contro Hamas.
Altre fonti, tra cui il Times di Londra, sostengono che le operazioni di terra inizieranno oggi stesso, all’ottavo giorno dall’inizio della nuova offensiva israeliana segno che la volontà politica di attaccare da terra la West Bank esiste per davvero, nonostante siano 10 giorni che Al-Jazeera sostiene il contrario.
Perchè?
I casi sono due: o Israele vuole farla finita per davvero, oppure la Livni vuole dimostrarsi in grado di condurre un conflitto vittorioso, requisito fondamentale per poter ambire alla carica di Primo Ministro in ballo quest’anno.
Anything less than 9 Inches is a joke
Questo è l’oggetto di una simpatica e-mail che giace indisturbata nella cartella spam della mia casella di posta. A dir la verità, non ho mai visto una tale quantità di mail che si preoccupano delle mie performance sessuali che, fra l’altro non hanno un gran bisogno di aiutini ma, insomma, 9 pollici (23 cm) mi sembrano una misura decente, sopra la media non proprio uno scherzetto di carnevale.
Ma questa, non è l’unica email che si preoccupa della mia zona divertimenti: sono pieno di messaggi che dicono: So hard so deep (così duro, così profondo), Man with Pithon in pants (uomo con pitone nei pantaloni) e un purpurrì di oscenità varie e divertenti che, se volete, potranno allietare anche le vostre giornate, basta che me lo chiediate nella casella dei commenti e potranno essere vostre! La cosa divertente è che sono 6, dico, 6 mesi che qualche simpatico truffatore a stelle e strisce trapana le mie gonadi in questo modo e voglio che la finisca, per il semplice fatto che, oltre a darmi fastidio, quello che promuove è, ai miei fini, perfettamente INUTILE.
Lo so che tutto questo è molto nerd e sembra che voglia mettere in piazza le mie performance, ma sono decisamente soddisfatto e in pace con le mie dimensioni da medioman. Punto e basta. E poi, che cazzo ne sanno queste merde se ho b isogno di questa roba?
La strage continua
I miei amici di Debkafile sostengono che il 60% dei missili di Hamas è stato distrutto mentre rimarrebbero soltanto alcuni set di razzi di produzione iraniana in grado di colpire il centro di Israele.
Ne è valsa la pena?
Probabilmente no: testimoni del massacro di Gaza riportano di ospedali al collasso, soldati israeliani che si comportano come nazisti, mentre a Tel Aviv si pensa ad una terza fase delle operazioni a Gaza. (leggete qui, se volete saperne di più).
Noi italici cosa facciamo?
Un bel niente. Come al solito, sembra che siano tedeschi e francesi a tentare di risolvere la questione, mentre noi ci accontentiamo di essere indicati come mediatori, di tanto in tanto, mentre non facciamo un bel niente.
Il call center olandese
Ricorderò per sempre quella volta in cui telefonai al 187 in quanto il mio router si era bruciato e, una volta messo in contatto con un tecnico e spiegati i miei problemi, questo maledetto tecnico mi riattaccò in faccia.
Oggi, ho telfonato in Olanda per cambiare i riferimenti della mia carta di credito e pagare il mio abbonamento al Time. A parte qualche problemino con Skype, mi ha risposto una gentilissima e simpaticissima (forse anche biondissima) ragazza con un inglese da fare invidia che mi ha risposto e mi ha pure RINGRAZIATO.
Va bene che l’universo dei call-center in Italia assomiglia più ad un girone dantesco che ad un ambiente di lavoro, ma sarebbe bello che, nonostante la bassa paga, i colleghi italici della olandese di cui sopra si comportassero un po’ più professionalmente.
Se il bullett non è per nulla magic: Beppe Grillo
Qualcuno considerava i media come una specie di cannone che, magicamente, colpiva gli ignari spettatori, trasformandoli in automi ipnotizzati che seguivano in maniera acritica quanto detto dalle istituzioni mediali. Questa teoria è stata di moda per tutta la prima metà del XX Secolo e ha inspirato molta arte del Secolo scorso. Ad esempio, in una certa misura, la Metropolis di Fritz Lang è questo, così come lo è, per certi aspetti, 1984. Il trucco, per chi stava dall’altra parte della TV, era quello di puntare le armi dove si doveva, sul punto debole dell’utente e lì colpire senza pietà. Questo ha permesso di spiegare, almeno in superficie, il successo di dittature come il Nazismo che, del controllo dei media aveva uno tra i suoi punti di forza.
Col progresso delle scienze sociali, si è comunciato a mettere in dubbio che le cose funzionassero proprio così. Uno tra i primi a rendersene conto, ad esempio, è Habermass che collega lo sviluppo della stampa alla presa di consapevolezza della borghesia del proprio ruolo e lì si ferma perchè Habermass ce l’ha a morte con la TV in quanto strumento di massa simile più ad pezzo di artiglieria che strumento di cultura. Siamo ancora nel settore magic bullett ma cominciamo a vedere le cose più chiaramente. Arriva McLuhan che, secondo Meyrowitz, assomiglia più ad un profeta che ad un sociologo e, poi, Meyrowitz stesso che comincia a mettere in evidenza una cosa fondamentale: i media permettono di mettere in comunicazione compartimenti stagni incomunicabili tra di loro e permettono di fare esperienze al di fuori del luogo spaziale dove queste avvengono realmente. Siamo nel 1983.
Nel 1995 arriva Thompson che ci dice che non solo i media ci fanno viaggiare nello spazio, ma anche nel tempo: se guardiamo su youtube un cartone animato amerciano degli anni ‘60 non solo non siamo più in Italia, ma siamo anche negli anni ‘60. Inoltre, Thompson mette in evidenza come differenti background culturali implichino differenti interpretazioni di quello che viene passato in TV: è diverso guardare il Dottor House se sono uno studente italiano di 21 anni, piuttosto che un Rabbino sefardita ultraottantenne, piuttosto che un sacerdote Cristiano Ortodosso bulgaro tra i 30 e i 40. L’interpretazione che ne do differisce radicalmente a seconda di chi sono. E, a seconda di chi sono, posso essere più o meno coinvolto da quello che passa in TV. In sostanza Thompson ci dice: occhio, quando guardiamo la TV a seconda del nostro ancoramento alla vita reale, possiamo rimanere più o meno ipnotizzati davanti alla televisione che non è un’arma, ma può essere una grande amica in grado di aiutarci nella nostra vita quotidiana.
Mi è capitato di discutere sulla Travaglio&Co. con un mio vecchio amico entusiasta di questa ditta. Ad un certo punto della discussione è venuto fuori che gli italiani sono ottenebrati da un sistema mediatico asservito al potere. Io, questa asserzione le leggo come un revival della teoria della Pallottola Magica: gli italiani sono delle tabulae rasae sulle quali bisogna scrivere un nuovo verbo contro il tiranno Berlusconi che possiede tutte le armi e che i cittadini non si rendono conto di quello che succede. La gente così viene vista come una specie di fantoccio che non si rende conto, ad esempio, di essere in difficoltà alla terza settimana. La gente se ne rende conto benissimo, tanto è vero che, alle ultime elezioni, ha premiato Berlusconi dopo un anno e mezzo di (ahimè) mediocre governo Prodi. Questa realtà sfugge alla Beppe Grillo Inc. che, scimmiottando un po’ Moore e un po’ i nerd come il tizio della fumetteria della Springfield dei Simpson cavalca l’onda dell’indignazione.
La campagna di Grillo è esplosa quando è partito il suo Blog dando un impulso decisivo all’Internet partecipativo in Italia. Questo Blog è diventato uno tra i più influenti del mondo, è stato per tanti mesi su Wikio il primo Blog in Italia. Tuttavia, manifesta uno tra i problemi che tutti noi blogger nel nostro Paese abbiamo: siamo ancora non molto capaci di ragionare in maniera cross-mediale. Il gruppo di Marco Travaglio è nato solo ora, esiste un fan-club di Beppe Grillo su facebook, ma sostenere un blog senza altro non è possibile e continuare a gestire una posizione di preminenza è impossibile soprattutto riproponendo le stesse cose e gli stessi contenuti. L’idea è che, comunque, basti scrivere quotidianamente e la gente, in qualche modo, seguirà. Così non ha funzionato, in quanto Grillo ha creato una nicchia sì solida, ma incapace di espandersi per tutta una serie di ragioni, ad esempio che le persone hanno molto da fare.
Beppe Grillo non se ne rende conto, ma ha messo in moto un meccanismo diverso rispetto a quello che voleva attivare: l’adesione nei confronti delle idee dell’ex comico segue più i meccanismo del fandom, piuttosto che quello della politica classica. E attivare meccanismi del genere in un contesto non spettacolare come la politica significa cercare sempre qualcosa contro cui sparare addosso come se la politica fosse un telefilm che i cittadini guardano in maniera passiva e acritica. Per questo, Beppe Grillo, che cercava di colpire la massa dove credeva la massa più debole, ha ingabbiato un gruppo di fan che, tra l’altro, sono disposti a consumare prodotti che vengono messi in circolo dall’oggetto di culto garantendo reddito: ecco chi finanzia Beppe Grillo.
Ci sarebbe molto da dire, ma pensare, alla luce di quello che abbiamo scritto fin qui che Grillo è il nuvo e che bisogna seguirlo, credo faccia bene a vedere, ad esempio, la promozioni di heros e, in generale, le modalità di partecipazione che, oltreoceano, stanno accompagnando i telefilm di più moderna concezione. Guardare quello e vedere le finalità con cui vengono portate avanti, confrontate con la sidebar di Beppegrillo.it ci fanno molto pensare sui reali obiettivi dell’ex comico genovese.
Schifezze in pista
Sapete che le Formula 1 di quest’anno fann schifo? Sì, sono brutte come la fame. Non pensavo si potessero costrure delle macchine…così. L’alettone posteriore è sproporzionato rispetto a quello anteriore. Va bene evitare sofiticazioni sulle fiancate, ma così abbiamo esagerato.
L’unicacosa che mi piace sono le prese d’aria laterali dell McLaren e quelle della Toyota. Ma, per il resto, non ho mai visto delle macchine da corsa così. Neanche quando, su Autosprint, fanno vedere i telai delle monoposto con motore di derivazione motociclstica (Formula Gloria&affini).
L’hanno fatto per lo spettacolo: queste macchine in scia non dovrebbro essere incontrollabili, anzi, per questo gli alettoni sono così. Forse.
E il Kers? quella è la parte divertente: ha costretto gli ingegneri a imparare il mestiere da capo ed è quasi inutile. Sarà divertente, comunque, vedere come si comportano queste cose in gara. Mancano un paio di mesi e lo sapremo. Forse…
Hasta la victoria, siempre.
Sarnari non ha più a suo carico alcuna denuncia da parte di Mosaico Arredamenti, lo si legge sul blog di Camisani Calzolari
La vicenda aveva fatto un gran rumore su Internet e aveva scatenato le ire di molti blogger, compreso me, che hanno firmato una lettera di protesta contro il mobilificio marchigiano che, per una sciocchezza, aveva sguinzagliato i propri avvocati alle calcagna di Sarnari.
Non si sa se siamo stati noi blogger a vincere o i signori di Mosaico Arredamenti a non dare seguito alla querela, fatto sta che le blogosfera, per ora, è salva.
Il mio piccolo franchise transmediale
Voglio creare anche io la mia Matrix, il mio Harry Potter, le mie Star Wars. Vorrei farlo partendo da un piccolo corto prodotto da alcuni miei amici. La cosa è abbastanza frustrante perchè, nonostante il corto sia la piccola scheggia di un piccolo mondo, io non credo di avere la forza di costruire un qualcosa che possa andare oltre il corto stesso per promuoverlo.
Il problema è che sto leggendo Culture Convergenti di Jenkins e mi sto gasando a duemila. Il problema è che mi mancano un sacco di cose. In primo luogo, si parla di soldi. Dove trovo i soldi per fare un franchise multimediale comprensivo di:
- Corto
- Romanzo collettivo su web (fan fiction)
- Graphic Novel
- Videogame
- Sequel
- Largo accesso alla moltitudine delle genti
Il problema non sarebbe Twitter. Volendo, neanche il romanzo collettivo. QUello che manca davvero è il punto 7. Hai voglia a Vimeo, Facebook, YouTube e altri strumenti. Come cazzo faccio a far conoscere questa cosa al grande pubblico? Il problema è notevole ed è il problema più grande che mi stia ponendo da quando studio Scienze della Comunicazion e questo la dice lunga sul mio stato di salute mentale.
Il successo delle grandi franchigie multimediali americane sta anche nel fatto che sfruttano i canali mainstream per eccellenza, cioè i grandi network nazionali, che sono dei marchi in quanto tali e, da soli, sono in grado di attirare l’attenzione di un numero di telespettatori paragonabile alla popolazione di un medio stato europeo in grado di garantire introiti pubblicitari che permettono di pensare in termini di serialità.
Jenkins ne parla fino ad un certo punto, ma il fandom di Matrix, quello che si compra i videogiochi, si guarda gli animatrix etc. è legato al fatto che la storia si dipani in bilico tra media diversi mettendo in evidenza come sia difficilissimo diventare fan del cinema d’autore che, per ora, sembra non voler seguire le logiche della serialità.
E il corto che i miei amici stanno producendo? Rimane lì, in attesa che trovi un “piano B” cercando di adeguare i mezzi agli obiettivi. O_o
Cercando (e non trovando) le cuffie…
Non avendo le cuffie in Università, non posso sentire le canzoni che una mia amica ha inciso e messo su My-space. Questo provoca in me tanta frustrazione da dover passare in rassegna tutti i brani musicali (intendendo opere intere, movimenti di composizioni più complesse e canzoni) che, in qualche modo, hanno avuto un’influenza sul mio essere. Li raduno qui a caso, per come mi vengono in mente
- Farfallone amoroso perchè l’ho suonato abbastanza volte da non poterne già più
- Chiaro di Luna, 1° Movimento di Beethoven da ascoltare in momenti di depressione o come musica di Chillout
- 1° Movimento Italiana di Mendelssohn
- Ouverture da “Così fan tutte” di Mozart (troppo divertenti le acciaccature)
- Concerto in Do- per pianoforte di Rachmaninov (la sigla de La storia siamo noi)
- Sequenza per Arpa di Luciano Berio
- Vivaldi: Opp. 3 (Estro Armonico) 8 (Cimento dell’Armonia et Inventione) 10 (Concerti per Flauto)
- Corelli: Op. 6 No. 12, La Follia
- Mozart: Sinfonia Concertante
- Mozart: ultimo movimento della Sinfonia Linzer
- Mozart: Adagio e fuga in Do- per Archi
- Pergolesi: Stabat Mater, Amen (è il movimento!)
- Grappelli: l’album Crazy Rithm
- Mouse on Mars: Whipe that sound
- Pink Floyd: The wall
- Beatles: The long and windy road
- Handrix: Spanish Castle Magic
- Malmsteen: Fuguetta
- Itzak Perlmann che suona Blue Skies
- Ella Fitzgerlad che cana A Night in Tunisia
- Cantini, Salis&altri: Il circo (l’album)
Come ebbe a dirmi un professore al liceo guardando la playlist del mio Mp3 , ebbene sì, sono un maiale. Mi prudevano abbastanza le mani. Dovevo scrivere qualcosa. Mi perdonere se non ho linkato ogni ben di Dio: devo andare a lezione. Intanto, riprovo il test Cercare cuffie servendomi di un D20. Considerando che la difficoltà è 35 e tra le mie abilità cercare cuffie è -10. Capite che l’impresa è impossibile.
Ma, cazzate GDRistiche a parte unite alla frustrazione per essere profondamente stupido, che ne dite, mio valente, se pur scarso, pubblico di costruire una compilation dove infilare la miglior musica di tutti i tempi?
Il Viaggio in Italia di Goethe: ho buttato 12 €uri
Goethe era un cretino. Altro che il letterato protoromantico eccellente in tutto e che era in sintonia con il proprio tempo! Non capiva un cazzo! Cosa vai ad Assisi a vedere il Tempio di Minerva che (tra l’altro) è brutto e dai dell’infelice alla chiesa di San Francesco?
A parte che la chiesa suddetta ci è costata un botto rimetterla in piedi dopo il terremoto del ‘97. Goethe mio, non è che se una cosa ha i capitelli corinzi è figa per definizione, mentre, almeno, dare un occhio a Giotto non è così disdicevole credo. Però il fuggiasco di Weimar, non la pensa cosìe se ne va dritto verso Roma.
Considerando che la maggior parte di quello che c’è nel centro-Italia è contemporaneo o anteriore alla Basilica di San Francesco… Caro mio Goete, perchè venire in Italia e scandalizzarsi di tutto il medioevo che c’è? Non potevi studiare un po’ meglio e capire che c’è della grazia anche nel gotico.
Goethe, vai a farti fottere!
Classifica wikio nuova…
Il mio blog è intorno alla 10-11000 posizione e, ok, non è buona ma non fa così schifo. La cosa che mi colpisce è la classifica di Reporter diffuso, il blog di SkyTg24 che è il blog più influente nel nostro Paese.
Niente da dire: a Sky sono molto bravi. Tuttavia questo evidenzia quella che è la mia fissazione: senza professionalità, le idee valgono ben poco…
Eluana: quando la politica latita
Da cattolico credo due cose:
- Sulla faccenda Englaro deve decidere la famiglia (come ha detto Andreotti, noto filosovietico senza Dio)
- Sulla faccenda Englaro si sta discutendo di tutto meno che di bioetica
Sul punto 1, credo non si finirà mai di discutere. Sul punto 2, invece, bisogna darsi tutti una regolata. Qualche caprone pensa ancora si tratti di questo. Quando Silvio chiama, i fedelissimo rispondono.
Oggi, si discute il famoso Disegno di Legge scritto nella contingenza del momento e in un momento in cui Berlusconi non è che sia stato troppo presente negli affari romani e ha scelto un entrata scenografica a gamba tesa nei confronti di un dibattito che si stava sviluppando in maniera accesa, ma serena.
Sull’attentato ai tre poteri si è scritto l’ira di Dio, in questi giorni, e non voglio aggiungere niente. Fatto sta che il legislatore, come sempre si sveglia cadendo dalle nuvole e facendo finta che problemi esistenti e manifesti nella società non ci siano.
Così vale per il testamento biologico, così vale per altre questioni come, ad esempio, la libertà di stampa e l’assetto di Internet. Si potrebbe andare avanti all’infinito cercando le latitanze della politica nei confronti delle grandi questioni che il Paese deve affrontare. Tuttavia, non possiamo aspettarci governo e parlamento agiscano in tempo.
La Chiesa che vorrei
Tornando dalla Messa di stamani, mi sono venute in mente due o tre cose che, da cattolico, mi convincono fino ad un certo punto.
NB, non parlo di teologia, ma di semplice amministrazione e atteggiamento della Chiesa nei confronti del mondo.
Punto 1:
sono rimasto shoccato dall’appello del sacerdote ad iscrivere i propri figli all’ora di religione nelle scuole pubbliche. A parte il fatto che non capisco fino in fondo la ratio dei Patti Lateranensi, unica fonte di diritto pattizia prevista nel nostro ordinamento. In particolare, non capisco perchè la Diocesi debba stabilire chi sia degno o meno di insegnare Religione nelle scuole pretendendo che l’insegnante venga pagato dai contribuenti. Non è questa una grave limitazione della sovranità italiana sul nostro territorio? Direi di sì. E poi, visto che a tanti cattolici, in primis il new comer Magdi Allam, sta tanto a cuore il tema dell’invasione musulmana nel nostro territorio, non sarebbe forse più produttivo insegnare storia delle religioni a 360 gradi?
Punto 2
Quando la smetteremo noi cattolici di essere i censori dell’umanità? Non è una questione da poco. Da credente, sono stanco che i miei Vescovi spendano soldi (e tempo) a pontificare, lasciando, però, in una profonda solitudine molte delle persone che avrebbero bisogno di aiuto, di assistenza e, in generale, di conforto. Per la serie, a pontificare siamo capaci tutti, ma stare nella società, ascoltarla e capire come intervenire non si scopre stando nella Curia o nelle canoniche. Il modo in cui la Chiesa italiana si è comportata negli ultimi anni, dalla discussione sui Pacs a quella sul Testamento Biologico, non è stato un esempio di apertura e di comprensione di quello che accade nella società che vive e tenta di dare un ordine ad una vita che, col progresso della tecnica e dei mezzi di comunicazione, diventa sempre più complessa e difficile da gestire a un punto tale che anche il momento della morte è problematico da individuare. I casi di Welby e di Eluana sono esemplari.
Allora?
Allora, una soluzione ai problemi della Chiesa potrebbe essere un’apertura al laicato. I laici cattolici, quelli che non indossano il talare, sono coloro i quali forniscono la maggior parte delle risorse economiche mentre la nostra possibilità di intervenire nelle decisioni che contano è pari a zero. Non sono sicuro che sia così giusto dal momento che il laicato cattolico è composto da persone colte, da teologi e da individui dotati di individualità forti e di pensieri autonomi che, alle gerarchie, non sono sicuro piacciano.
Pd, cantiere aperto
Il Pd ha perso ancora una volta. Da tesserato comincio a sentire una viva frustrazione per quello che accade. Secondo i dati ufficiali forniti dalla Regione Sardegna, Cappellacci ha vinto strappando oltre il 50% dei voto e ha mandato a casa un Soru, forse, lasciato troppo solo dal Paartito Democratico.
Il dato inquietante, per noi, è che se alle elezioni politiche si sa come abbiamo perso, in Sardegna i nove punti di distacco tra i due candidati non si spiegano cercando gli alleati che non si sono uniti alla coalizione. Qualcosa non torna: il governo sta facendo malissimo, eppure non riusciamo ad entrare nel cuore dell’elettorato.
Chiedersi perchè non è una pessima idea. Non possiamo continuare a rifugiarci nella retorica dell’italiano medio che non capisce la propria proposta.Io non credo che gli italiani medi siano idioti. Io credo che gli italiani abbiano bisogno di sicurezza e di qualcuno che gli dica che ci si può fare.
Berlusconi è questo e, nonostante noi democratici non lo capiamo e pensiamo che lui sia solo Mediaset. Il problema è che, quando vediamo che la busta paga non basta a finire il mese, non lo vediamo sul Tg5, bastano i nostri occhi. E, nonostante questo, Berlusconi è lì perchè dà una grande sicurezza a chi lo vota. E’, indubbiamente, un personaggio figo, non è un secchione alla D’Alema, e spacca in video.
Come metterlo in difficoltà? Usando Internet e tentando strategie comunicative più aggressive controllando il più possibile la visibilità delle lotte intestine del partito. I mezzi non sono un alibi: oggi sono accessibili a tutti. Ma, oltre alla comunicazione, servirebbe essere molto coerenti.
Un militante Pd pratese su Facebook metteva in discussione le primarie come metodo di selezione per la classe dirigente per il semplice fatto che a Prato ha vinto un outsider. Questo tipo di atteggiamenti andrebbero evitati: il Pd è nato con le primarie e, soprattutto, le primarie sono un modo per far partecipare le persone, dire loro che contano e di costruire un elettorato che non giudichi in base alle ideologie ma in base alle proprie necessità. A Firenze, ha vinto un cattolico e questo la dice lunga su cosa siano le primarie.
Cosa c’entrano le primarie con Soru?
In pratica nulla, in teoria tanto. Per sostenere le Primarie a Firenze il Pd si è messo in discussione fino, quasi, a scomparire. Sono state primarie rumorose, difficili, ma il centrosinistra ora ha un candidato, il centrodestra no. Pd&soci possono fare già ora campagna, il PdL no e questo è un vantaggio.
Sostenere Soru con forza sarebbe costato non poco ma avrebbe permesso di tenere da qualche parte al partito anche costo di mettere fuori gioco qualche leader influente. Non è un segreto che Soru potesse essere, prima di ieri, un potenziale leader del Pd. Tuttavia, il partito ha preferito farlo bruciare a fuoco lento, mentre Berlusconi e Cappellacci facevano una forte campagna elettorale.
La Leadership vale davvero un’eterna sconfitta?
No perchè se il Pd continua a essere costantemente ridimensionato, alla fine ci ritroveremo come i Popolari alla fine degli anni ‘90. La Sardegna poteva essere il punto di svolta, il luogo del riscatto. Invece, siamo qui, ancora una volta a leccarci le ferite.
Sto cominciando a stufarmi.
NB I collegamenti ipertestuali non ci sono in quanto i Pc dell’Università di Firenze sono gestiti da Topo Gigio. Scusate.
Forum Power
La mia amica darkdomino ha iniziato un aspro confronto con la G.S.A utilizzando i linguaggi più sofisticati della rete. Il problema nasce da vari problemi, che chi firma contratti con questa azienda di animazione per villaggi turistici, si trova ad affrontare.
Il problema è che la differente capacità contrattuale che hanno i ragazzi che firmano con quest’azienda è di gran lunga inferiore rispetto a quella della G.S.A. Il che significa che i simpatici rompiballe che guastano le nostre vacanze in villaggio vivono la loro esperienza lavorativa in condizioni poco consone alla loro attività di portatori d’allegria.
Ora, a me non interessa tanto che gli animatori vengano sfruttati (sempre troppo poco) la cosa interessante della faccenda è che si sono organizzati utilizzando mezzi che noi geek da quattro soldi consideriamo piuttosto obsoleti.,
Cazzo, il forum! Io l’ultima volta che ho postato su un forum è stato per insultare quelli di Fadders. Loro, gli scassaballe, stanno veramente mettendo sotto scacco la G.S.A. , un gigante da parecchi €uro di fatturato. Noi abbiamo dovuto aspettare mesi prima della soluzione della faccenda-Sarnari, mentre loro hanno attirato l’attenzione di Google su di sè.
Provate a scrivere G.S.A. Club sul vostro motore di ricerca preferito e vedrete che il terzo risultato è la thread iniziata proprio da Darkdomino, tra l’altro, qualcosa tipo tre mesi fa e ancora attiva. Ovviamente, la risposta dell’azienda non si è fatta aspettare: sul blog della mia amica hanno sguinzagliato un paio di troll che le hanno un po’ rotto i santissimi, ma niente di che.
Questa storia ci insegna che Internet è uno strumento di allargamento della sfera pubblica e che chii è capace di utilizzarla meglio vince. Io, per mio conto, faccio abbastanza schifo da questo punto di vista. Però, volendo, le potenzialità sono enormi. Basta saperle utilizzare. Chi avrebbe mai pensato che un forum mettesse in scacco un gigante dell’animazione in villaggio?
Il Pd e il centro che non c’è
Il Pd ha un sacco di problemi che possono essere riassunti in 3:
- Non ha un sogno da trasmettere
- L’organizzazione sul territorio non c’è
- Non riesce ad intercettare le domande dell’elettorato
Stando così le cose.
Non nascondo il senso di frustrazione che mi è venuto leggendo questo articolo dell’Universitarea riguardo le iniziative studentesche a Firenze. Il giornale, con cui mi onoro di collabare, scrive del concorso Lettera22 e di una serie di cose che non tornano intorno a questo conocorso.
Mentre aspetto il materiale sulla Sinistra Universitaria riguardo lo stesso argomento, il mio senso di frustrazione deriva dal fatto che scrivo con una pubblicazione molto vicina a Lista Aperta (Il Nuovo Malaspada) e che, di conseguenza, ho qualche amico proprio all’interno di Lista Aperta. Aggiungendo che ho dato loro il mio sostegno in vista delle prossime elezioni studentesche, il senso di frustrazione aumenta: cosa diavolo ho sostenuto?
Se fosse vero (e io credo di sì) quello che Gaetano Cervone ha scritto ieri, L’Universitarea sta tirando fuori uno scandalo non indifferente riguardo come vengono spesi soldi pubblici per le iniziative studentesche. Tuttavia, il fatto che sia stato depositato un rendiconto di un’iniziativa che non si è ancora svolta senza che nessuno si sia accorto di niente dà un po’ da pensare.
Stando così le cose, non sono neanche tanto sicuro che andrò a votare alle prossime elezioni per il Senato Accademico e per il Consiglio d’Amministrazione. Credo, tuttavia, che sceglierò di votare per L’Universitarea che, non potendo ottenere altrimenti una stanza, si è presentata alle elezioni. Anche questo dà da pensare.
Raiset: perchè no
RaiSet è bene che non esista perchè significherebbe il definitivo fallimento di un’idea di Tv di Servizio Pubblico nel Paese. Non è possibile ricorrere all’azienda di Viale Mazzini tutte le volte che si deve salvare il mercato editoriale italiano. I più anziani sanno che dagli anni ‘70 la Sipra, la concessionaria Rai, ha sostenuto la carta stampata, per non parlare della Legge Mammì che ha preso atto del duopolio vigente fino a dicembre dello scorso anno.
Ora che il terzo polo c’è e un quarto poletto cresce, non vedo perchè Rai e Mediaset debbano mettersi a fare concorrenza a Murdoch per questioni di invidia del Pene. Sky è arrivata in Italia riscrivendo le regole, facendo buona Tv aiutata, tra l’altro da Mediaset anche se non direttamente in quanto Quo vadis baby è stata prodotta da Sky insieme a Colorado, casa di produzione vicina a Cologno Monzese a cui fa capo lo show Colorado cafè live.
Tra l’altro, su Internet si è molto parlato, tra 2007 e 2008, di un simulcasting tra Mediaset e Sky. La cosa, lì per lì, non mi tornava: due concorrenti per la Tv Narrowcasting che vanno d’amore e d’accordo? Tuttavia, se anche questo accordo c’è stato, non è andato come si aspettavano Confalonieri e tutta la sua catena di comando: Murdoch in Italia sta crescendo e non aspetta altro che mettere anche un piedino nel digitale terrestre nazionale.
La cosa che più fa sorridere, forse, della faccenda è che Sky ha beneficiato della stessa mancanza di regole che esiste nel mercato televisivo italiano. Se fosse esistita, forse gli australiani non si sarebbero pappati Stream e Tele + in un sol boccone e Berlusconi non avrebbe potuto tenere Rete 4 sull’analogico. Però qui si andrebbe a discutere di cose spaventose e che hanno le loro origini del ‘76. Meglio non entrare in questo ginepraio, rischiamo di farci del male.
Al di là di questo sconclusionatissimo resoconto storico, la vera domanda che mi frulla in testa è: perchè fare Raiset quando, forse, sarebbe meglio fare una legge antitrust nel settore RadioTv come esiste negli altri settori? La cosa non mi sembra particolarmente idiota, in quanto, con l’ingresso di Murdoch in Italia, il libero mercato comincia ad esistere e che lo switch off è imminente potrà dare linfa vitale ad un mercato stagnante per quasi vent’anni.
Di più, non è possibile che Mediaset, per aggiustare i propri errori aziendali come la guerra a Youtube, ricorra alla mano pubblica sotto forma di Rai. Il suo comportamento mi ricorda quello di due bambini che, ritratti in una vignetta, rompevano il loro porcellino, tanto ci avrebbe pensato la Federal Reserve a salvarli.
In effetti, la strategia web di Mediaset è stata molto poco spregiudicata: il servizio Rivideo è obsoleto: perchè pagare per quello che ho gratis con un videoregistratore o con una pennina Pc-Tv. Dovrò programmare il Pc o l’apparecchio sotto la tele ed ecco Rivideo fatto in casa. Tra l’altro, non si capisce come mai i grandi network americani abbiano cercato l’accordo con youtube, mentre Mediaset no.
In generale, ci sono tante cose che non tornano. La cosa migliore, però, sarebbe lasciar stare la Rai così com’è ed evitare di coinvolgerla in un’operazione dai dubbi orizzonti industriali e che rischia di costare ai contribuenti italiani (il Canone Rai è una tassa) un sacco di soldi.
La paura di Internet
Perchè degli studenti di Scienze della Comunicazione devono avere paura di Internet? E’ il mezzo di comunicazione definitivo! Permette a tutti di essere collegati in tempo reale con tutti condividendo quello che della nostra vita più ci interessa. La cosa mi preoccupa perchè se noi giovani abbiamo paura di internet tra una decina d’anni quando i sistemi grid diventeranno di uso comune saremo impreparati e ancora più spaventati.
La cosa è preoccupante perchè avere paura del nuovo ora alla mia età è stupido e ipocrita. Tutti utilizziamo Facebook e tutti navighiamo su internet seguendo i nostri interessi. Tutti guardiamo Wikipedia quando non sappiamo una cosa e facciamo su internet un sacco di coe. E’ un mondo difficile, stramboide, per certi aspetti, ma non è poi così mostruoso.
Non è un oggetto che ci deve fare paura. E’ un oggetto come gli altri che va saputo utilizzare e che ha senso utilizzare. In fondo, studiare scienze della comunicazione serve anche a questo.
Strage a L’Aquila: fuori i responsabili
Non è per fare sciacallaggio su una tragedia immane come quella dell’Aquila, però, quando sui siti internet di metà dei giornali italiani ho trovato scritto che la tragedia si poteva prevedere, mi vengono i brividi lungo la schiena. Come mai un allarme, venuto non da Topo Gigio, ma da un tecnico dello Stato è stato inascoltato? Quante tragedie del genere si sarbbero potute evitare?
Secondo: laggiù è crollata una casa dello studente e l’edificio della Prefettura. Com’è possibile che edifici pubblici non siano capaci di reggere all’urto di una scossa che, certamente, è stata violenta. Però, forse, se le costruzioni fossero state costruite con criterio, rabbero ancora lì.
Ora, non voglio fare sciacallaggio nei confronti di nessuno Però comincio a trovare intollerabile che ogni 10-15 anni, nel nostro paese, dobbiamo assistere a tragedie del genere. Vorrei sapere se anche in Giappone i terremoti uccidono così tanto. Qualcuno ha delle responsabiltà. Speriamo che ne risponda.
Blogger Pride
Al di là della faccenda Giuliani (scaricato da INFN e INAF) quello che mi colpisce è come la blogosfera si sia conportata nel racontare questa faccenda. All’inizio di ieri, ha prevalso la cronaca presa dai media mainstream. Dopo, i blogger sono diventati un tramite per le iniziative di solidarietà. La stessa cosa vale per Facebook e il social networking.
Cosa significa questo? Confrontando quello che è accade quando si parla di tutto, ognuno di noi ha le sue idee. La mette in discussione, ma fino ad un certo punto, mentre in occasione di una tragedia come questa, siamo stati molto uniti in tutti i sensi. Questo mi fa sentire orgoglioso di essere blogger e mi fa pensare che, forse, un’altra informazione sia possibile per davvero.
Pulizer per i giornalisti de L’Aquila
I giornalisti de Il Centro, il giornale de L’Aquila, non hanno mai smesso di raccontarci del terremoto che ha commosso il mondo, nonostante la distruzione delle loro famiglie, case e della loro redazione. Per questo, meritano il Premio Pulizer 2010 per la loro professionalità.
Il loro lavoro ha mostrato al mondo l’importanza di una stampa libera in situazioni di emergenza e l’amore che hanno dimostrato per la professione è un modello per ogni giornalista in giro per il mondo.
Breaking News From Massa Marittima
Non lo sopporto. Non sopporto l’idea che qualcuno possa alzarsi la mattina e farsi il Partito su misura. E, invece, a Massa Marittima spunta una simpaticissima lista civica il cui sport preferito è quello di lamentarsi di tutto. Soltanto che, invece di incanalare le domande in un partito, un signore, un architetto, si è fatto un partito su misura coinvolgendo diversi giovani e diversi personaggi figli, magari, di esponenti politici non più alla ribalta della politica locale.
Una delle cose che mi fa uscire dalla grazia di Dio, ad esempio,è la lamentela per lo stendardo accorciato. Cosa vi lamentate? Nel documento è scritto che l’autorizzazione può essere modificata in qualsiasi momento qualora intervengano problemi di interesse pubblico. Delegittimare chi decide cosa sia di interesse pubblico, non è una cosa seria. Comunque, la clausa la trovate al punto tre, subito prima dei timbri, dice esattamente questo. Messaggio ai naviganti, non pubblicate documenti, potrebbero essere usati contri di voi. E, poi, se proprio non vi va giù la decisione della Polizia Municipale, fate ricorso al TAR.
Un’altra è che questi signori non abbiano la minima idea di quale sia il futuro della nostra città. Queste persone continuano a piccarsi su faccende che non sono il problema di Massa. Non saranno loro, neanche nella malaugurata ipotesi che governino, a garantirci un futuro, pensando a quanto costa il Palazzo dell’Abbondanza. Perhcè? Quando ci saranno loro lo abbatteranno? D’accordo che non è questa un’obiezione di enorme rilievo politica. Ma, la cosa che mi colpisce è che, nonostante l’idea del Magrone abbia senso, i signori dell’Abbondanza hanno da lamentarsi anche di questo. Va bene, fanno il loro mestiere di opposizione, ma la cosa che mi fa incazzare è che per loro l’unica cosa buona è la paralisi. Governate voi, rimaniamo congelati alla situazione di oggi.
Non mi piace fare la retoria della critica costruttiva. Tuttavia, quello che mi piace è che ci si scazzotti su cose vere e su probemi che sono veri. Sfido chiunque, per tornare alla pietra dello scandalo, che le Fonti dell’Abbondanza non erano da risanare. Possiamo scazzotarci quanto vogliamo sull’uso del cortain o come diavolo si chiama. Però su un punto dobbiamo essere d’accordo, cioè che qualcosa, lì, andava fatto.
Altro punto che mi piacerebbe chiedermi è chi li finanzi. Se hanno coraggio, dovrebbero farlo vedere. Probabilmente sono ignorante io a non sapere dove andare a cercare queste informazioni, ma da dove prendano i soldi per farsi propaganda, questo è un altro dubbio da chiarire. E, comunque,’ chiaro che esiste un collegamento tra loro e il centrodestra che, forse, non ha voglia di sporcarsi le mani qui, mandando avanti qualcuno per loro.
Per evitare polemiche, questa è la mia opinione personale. Nonostante abbia la tessera del Pd, questi sono miei pensieri liberamente espressi e chi mi conosce per davvero sa che è così. Punto, a capo.
Il Gp di oggi è uno scherzo
Non riesco a capacitarmi di come due lattine di Red-Bull abbiano fatto ingoiare tanta acqua ai signori di Ferrar, McLaren e soci. Questo, credo, derivi dal fatto che nei serbatoi della scuderi austriaca (che, poi, ha la licenza inglese e la fabbrica in Gran Bretagna) siano state messe copiose dosi di energy drink al posto della benzina. Grazie a questo, si spega lexploit di stamattina. Curioso che, nonostante la perdita di ali causata dal nuovo regolamento, la Red Bull sembra mantenere intatte le proprie proprietà alari. Quasi quasi, provo a metterla nella mia Matiz. Solo così, credo, possa diventare all’altezza della A3 del mio vicino di casa.
Risposta alla nota di G. Orizzonte su Fb
Come se noi lavorassimo da soli, non ci fosse confronto. Ti basterebbe venire alle nostre assemble… Sul fatto che da voi ci siano persone prive di conflitti di interessi non ci metterei la mano sul fuoco, basta guardare nomi e cognomi sul forum e troverai qualcuno che fino a ieri era nella coalizione di centrosinistra e si è convertito sulla via di Damasco. Sarà anche ridicolo quello che i miei servizi segreti hanno trovato. Ma, credo che il giornalista che ha scritto quell’articolo non deve averli trovati tanto ridicoli. E, francamente, neanche io. Dimonstrami che sono ridicole: qualcuno di centrodestra (tu, ad esempio) c’è. A proposito della concretezza, dov’è il vostro programma? Sul sito, per ora, non c’è quindi non posso valutare. Probabilmente si tratta di abbattere le fonti dell’Abbondanza? Sulla trasparenza, le tue assicurazioni non mi bastano. Se non avete davvero nulla da nascondere, perchè nn pubblicate il bilancio? Viva il dibattito, viva tutto. Ma, almeno, cerchiamo di discutere davvero.
La nota la trovate qui.
L’obsolescenza di Technorati
Con facebook fenomeno globale, noi bloggers abbiamo davvero bisogno di Technorati? La domanda è legittima se pensiamo che il motore di ricerca-aggregatore, nel calcolare l’autorità, non tiene conto dei link lasciati in giro per i social networks mondiali.
Anche calcolare le visite su un blog sta diventando problematico. Esempio: io ho impostato facebook in modo tale che pubblichi i miei post sottoforma di nota attraverso il mio feed RSS. Le visite che faccio là chi me le considera? Probabilmente, nessuno. Però, sono visite che ho e che aumentano la mia capacità di influenzare la blogosfera e, di conseguenza, la mia autorità nella sua gerarchia.
Però, per stabilirla, questa gerarchia, un modo ci deve pur essere. In Italia abbiamo tre o quattro classifiche che utilizzano parametri diversi e, a volte, incompatibili. Sarebbe bello che nascesse un istituto tipo il W3C che stabilisca gli standard per capire quali siano i blog davvero più importanti.
Gente democratica I
Questi siamo noi
La pagheremo, un giorno
A parte che a Geddafi non affiderei neanche i miei calzini sporchi da lavare, cosa gli affidiamo cosa 227 persone che hanno attraversato il deserto a piedi etc. etc.? Maroni ha già detto che non è un problema nostro. Opinione rispettabilissima, ma cazzo, se lo è un problema nostro.
A me piacciono poco le dissertazioni sui massimi sistemi, ma provo a porla in questi termini. La Lega Nord ha dei problemi con gli immigrati e non è la sola. Molti italiani hanno paura di essere invasi dai musulmani che rischiano di mettere a rischio le radici cristiane del nostro paese. Quindi, per difenderci, dobbiamo alzare delle mura più alte possibile e trasformare le nostre coste in un sistema blindiato. Dal momento che è dall’Africa che vengono questi terroristi, allora dobbiamo impedire loro di entrare. Il mio problema è se deportare persone soccorse in mare in Libia sia il metodo giusto per contrastare questa maledetta invasione.
Io credo di no. Se ai signori di Al Qaeda verrà, un giorno, voglia di colpire anche da noi, forse, un buon motivo risiede nel fatto che la politica italiana nei confronti dell’immigrazione è un fiasco colossale. Com’è possibile che ci siano persone che devono girare il mondo con una ricevuta delle Poste o poco più per andare a casa, prendere i documenti che sono arrivati dall’Italia, portarli all’Ambasciata d’Italia e ritornare? Ha un senso tutto questo?
Quando gli immigrati (che tengono in piedi la nostra economia e il nostro saldo demografico) si incazzeranno e ce la faranno pagare? La stessa cosa accadrà con le persone che stiamo cominciando a mandare sotto il nostro amico Geddafi che inagurò la stagione degli sbarchi di Lampedusa, è bene ricordarlo, con un missile Scud sgonfio che atterò sull’isoletta siciliana qualche decennio fa. Vorrei sapere se, nella nostra ex (ma poi mica tanto) colonia i diritti umani sono tutelati come in Italia. Non possiamo far finta di nulla in quanto siamo noi a consegnare all’ex paria della Comunità internazionale questi sfortunati tra i quali anche donne in stato interessanti, dice l’Ansa.
Io non ho la bacchetta magica per risolvere i problemi dell’immigrazione del nostro Paese. Mi limito a considerare che in Germania, dove fino a 60anni fa gli ebrei venivano gassati e cremati, oggi i turchi, musulmani e magari fan di Erdogan, fanno i protagonisti delle fiction (Semir Gerkahn di Squadra Speciale Cobra 11 è turco) mentre da noi fanno fatica ad essere trattati come esseri umani. E’ questione di tempo, e questi ci porteranno il conto.
A cosa serve un URP?
L’Ufficio Relazioni con il Pubblico serve a comunicare con il cittadino e a gestire le informazioni all’interno delle struttire della Pubblica Amministrazione. In altre parole, è un ufficio di protocollo potenziato che, nelle sue applicazioni migliori, permette al cittadino di completare tutti gli adempimenti a lui necessari mentre, nel back-office, si occupa di gestire le comunicazioni interne all’ente diventando il cuore dell’amministrazione. In altre parole, se l’Ufficio Tecnico deve interagire con l’Anagrafe, questa interazione passa attraverso l’URP che, così, diventa la CPU dela PA. Non è detto che tutte le informazioni debbano essere lette e formattate all’interno dell’URP stesso, ma è in questo ufficio che hanno, ad esempio, sede i server che gestiscono la posta elettronica e le attività informatiche dell’Amministrazione.
Dopo questa pallosissima introduzione, la mia domanda è:
può questo modello organizzativo funzionare in un piccolo Comune?
Credo proprio di no e il mio scetticismo deriva da tre punti:
- Costi
Un URP, anche se composto da una persona costa. Addirittura, la Direttiva Frattini del 2003 consiglia di destinare il 2% del bilancio, non considerando i costi per un eventuale concorso o di formazione del personale, in caso si decida di riciclare l’attuale Uffico Protocollo in URP. Va bene che a Massa Marittima la proposta è quella di trasferire in blocco quello della Comunità Montana in Comune. Tuttavia, questa operazione rischia di costare anche indirettamente in quanto l’URP di Piazza Dante è nato da una partnership tra i vari comuni della Comunità Montana. Vale davvero la pena disperdere questo patrimonio?
- Necessità
Massa Marittima è un comune di 9000 abitanti con un’amministrazione tutto sommato piccola. Trasformare l’URP nel cuore pulsante degli uffici comunali è un po’ surreale. Qual è il problema nello spostarsi tra Anagrafe, Ufficio Tecnico etc. ? L’URP può funzionare come centro relazionale quando siamo in presenza di grandi comuni che hanno strutture amministrative molto complesse e ramificate sul territorio dove è assolutamente necessaria una struttura di coordinamento nei confronti tanto del cittadino quanto delle amministrazioni stesse. Non è un caso che gli URP siano stati sperimentati, all’inizio degli anni ‘90, in grandi amministrazioni. e non è un caso che questo ufficio sia nato presso la Comunità Montana, ente che riunisce 6 comuni nelle Colline Metallifere. Sicuramente l’URP dell’ente presieduto da Zago si può migliorare, ma, sulla sua utilità in un piccolo comune in quanto tale, mantengo le mie perplessità.
- Chiarezza di idee
L’ufficio che ho descritto in introduzione è l’URP che ogni amministrazione sogna. Il problema è che, spesso, si tratta proprio di un sogno. Dove non si ha la più pallida idea di cosa sia e a cosa serva l’URP, questo è destinato a fallire. Se l’Ufficio Relazioni con il Pubblico deve diventare un ufficio i cui membri inseguono i cittadini per raccontargli le cose belle che fa il Comune, sbagliamo di grosso. La Legge 241/90 serve proprio a garantire ai cittadini l’accesso agli atti amministrativi. Se questi non hanno interesse a farlo, non è un problema dell’amministrazione. Tuttavia, l’equivoco vero, qui, sembra essere un altro. La trasparenza non è una cosa che si realizza con l’URP. Si realizza dove stampa e opposizione fanno il loro mestiere di cane da guardia nei confronti di chi detiene il potere. Con un esempio, se l’opposizione e la stampa si fossero date una svegliata fi da subito, a Massa Marittima, probabilmente, la faccenda del Palazzo dell’Abbondanza poteva essere gestita attraverso un percorso condiviso. In generale, quello che credo, è che la Lista Civica nel tentativo di trasformare il Comune in una casa di vetro, costruisca strutture che trasparenti non sono affatto. Non lo è quella del Bilancio Partecipato, come non lo è un URP concepito, soprattutto, come uno sportello unico.
In definitiva, l’URP in un comune come Massa Marittima è pressocchè inutile. Per questo, invece di filosofeggiare, credo che la nostra città abbia bisogno di scelte vere, non di slogan.
Centro Carapax S.p.A.
Il centro Carapax è una tra le attrazioni di Massa Marittima nel Mondo. Tuttavia, sulla sua gestione ci sono più ombre che luci. E la cosa è, se non altro preoccupante.
Andando con ordine, si scopre che viene stipulata una convenzione Carapax la quale predvede che il centro paghi un affitto per l’uso degli immobili di proprietà regionale e si preoccupi di restaurarli. La Regione si rende conto che il Carapax non ha i mezzi e decide di dirottare un finanziamento europeo da 500.000 Ecu (750 milioni di Lire nel 1992) nella ristrutturazione degli immobili di cui sopra.
Di conseguenza, i contenuti della convenzione devono essere cambiati. Il Carapax costa e gli enti pubblici, tra cui la Comunità Montana di Massa Marittima che ha pagato di tasca propria il 10% dei lavori, vogliono vedere cosa accade alle Venelle e dintorni. Per questo, viene proposta una nuova convenzione che viene rifiutata da RANA. Nel mentre, il Centro Carapax cerca di espandersi in altre zone tra cui San Rossore, Capalbio e l’Isola d’Elba.
La risposta della Regione e della Comuntà Montana insiste sulla necessità di una nuova convenzione prima che vengano iniziati i lavori. Tuttavia, il team di Ballasina, da quell’orecchio, sembra non sentirci. Intanto i lavori partono e, a fine giugno ‘96, sono conclusi. Tuttavia, è impossibile collaudare gli immobili in quanto le loro serrature sono state cambiate.
I rapporti si deteriorano e, nel 1998, si arriva ad una decisione del Collegio Arbitrale che stabilisce il decadimento della Convenzione del 1989 condannando Carapax al pagamento di 2/3 delle spese legali. Soldi che, però, li ha dovuti tirare fuori la Comunità Montana.
Da allora, inizia la situazione di stallo che è alla base della crisi delle ultime settimane. Il Centro Carapax opera senza convenzioni in immobili pubblici ristrutturati con i soldi dei contribuenti europei. E’ il principio di una serie di piccoli dispetti tra il Centro e la Comunità Montana.
Dalle carte dell’Ente presieduto da Giancarlo Zago, traspare una gestione se non altro discutibile di quella che era una tra le più grandi attrazioni del nostro territorio. Ora tutto si trova sotto sequestro e non si sa cosa succederà.
In attesa di ulteriori sviluppi, pongo al Dott. Ballasina un paio di domande:
- Perchè ha così poco rispetto nei confronti della Pubblica Amministrazione italiana?
- Come mai, se non ha nulla da temere, si nasconde dietro le 2000 firme che ha raccolto su firmiamo.it?
Lidia Bai ha vinto, cosa ha sbagliato Massa Comune.
Massa comune ha fallito: Massa Democratica avanti con oltre il 50% dei voti, la lista di Mazzocco si è attestata intorno al 26%, mentre il 22% è toccato a Favilli. Questo il dato in numeri.In attesa delle dichiarazioni di Mazzocco, Tassoni e tutti gli altri, mi domando che senso abbia avuto, da parte di Massa Comune, affidare il grosso della campagna elettorale a Gabriele Galeotti che potrà essere bravo quanto Renzo Piano come architetto, ma di un paio di lezioni di comunicazione politica avrebbe un gran bisogno.
La strategia comunicativa della Lista Civica ha utilizzato quattro piattaforme: il sito ufficiale (massacomune.it),la pagina facebook, il sito del Galeotti (palazzodellabbondanza.it) e il forum ad esso collegato.L’oggetto che voglio analizzare per primo è il forum. Cliccando qui e scorrendo la pagina verso il basso, si nota come nell’ultimo periodo, quello decisivo della campagna elettorale, il forum sia morto: un argomento ogni settimana, con scarse risposte e una egemonia dei messaggi da parte del consigliere Ovi. Sarebbe stato meglio, dal loro punto di vista, chiudere baracca e, almeno, avrebbero evitato di dimostrare di avere pochi argomenti a disposizione. Stessa cosa vale per la pagina Facebook: qualche proclama di Alessandro Tassoni e poco più.
Inoltre, se andiamo a vedere quello che è successo su massacomune.it e palazzodellabbondanza.it (o gabrielegaleotti.com) vediamo come, da una parte, la Lista Civica si è servita della propria pagina ufficiale quasi solo per i comunicati stampa mentre, come detto, il grosso della comunicazione dentro-fuori passava attraverso il sito (non è un blog) dell’architetto. Nessuno, da lui, si è mai dissociato (peccato) mentre Galeotti continuava a perseguire una strategia che, a lungo andare, si è rivelata quantomeno poco saggia esemplificabile con gli interventi intitolati Il nuovo che avanza.Galeotti ha trovato dei video su youtube e li ha linkati sul suo sito (solo dopo una settimana è riuscito a capire come embeddarli, ma questa è un’altra storia) attaccando quelli che, a lui, sembravano i bersagli più facili. Si tratta di me, Alberto Nieri ma, soprattutto, Flavio Zazzeri. Che poi il video di Flavio sia un mio errore, mea culpa/mea culpa/mea maxima culpa/, però la strategia di attaccare quello che all’apparenza è il più debole si è rivelata primitiva, rozza e controproducente. In sostanza, Flavio non ha mai avuto tanta visibilità in vita sua. E’ stato come mettere la sua faccia sulla facciata del Duomo costringendo tutti, quantomeno, a non ignorarlo. Senza, poi, considerare che questo incidente ha, in qualche misura, compattato il partito intorno a Zazzeri. A proposito, in attesa dei riusltati di Valpiana, sembra che Flavietto sia passato. Galeotti, grazie di esistere.
Ma non si tratta solo di questo: la Lista Civica ha un peccato originale ingombrante che è il gruppo Adriano Sindaco su Facebook che non esiste più, ma non è che abbia influito positivamente sulla reputazione di quello che Galeotti ha fatto o su quello che nasceva sui suoi siti internet. Massa Comune ha perso anche per questo. Come ha perso sbagliando gli strumenti che avrebbero dovuto permetterle di capire cosa stava succedendo davvero a Massa. Ricordate il famoso sondaggio che dava Massa Comune vincitrice? Al di là della scelta del campione che rappresentativo è rappresentativo, non sono indicati nè la metodologia, nè i committenti, nè è stato inviato a sondaggipolitocoelettorali.it come da legge, essendo stato pubblicato. Questo testimonia come anche fare domande al telefono per un sondaggio politico non sia una cosa banale: gli intervistatori di questi sondaggi, quelli veri, minimo, sono laureati in Sociologia. Ma non si tratta solo di questo. Quando Galeotti sbandiera i risultati del proprio sito, cosa sbandiera? Il niente. Personalmente, quando ho un picco di contatti mi preoccupo in quanto so già che il 60% di questi non è amichevole nei confronti dei miei contenuti. E questa non un’idea così peregrina se consideriamo che Hall divide la lettura dei media in preferita, negoziata o anagonista. Spesso, io leggo il sito dell’abbondanza proprio in maniera antagonista. Se, come me, on-line ci sono i dipendenti della Comunità Montana e qualche decina di massetano, si fa presto a misurare il consenso che Galeotti è riuscito a catalizzare.
In conclusione, il vero errore di Mazzocco&Co. è stato quello di lasciare tutto in mano a Galeotti (o mandarlo avanti?) limitandosi al minimo sindacale per quanto riguarda le attività extra-internet (volantini e tutto il resto). Preziosa lezione, se vogliono vincere alle prossime elezioni. Non ho parlato del programma. Francamente, mi sembrava di sparare sulla Croce Rossa.
Alejandro Cao de Benos de Les y Pérez. Chi diavolo è?

E’ solo l’unico diplomatico nord Coreano presente in Europa. Consulente di telecomunicazioni in giro per la Penisola Iberica, per sport si occupa di far conoscere le meraviglie tecnoligiche, industriali e culturali della Corea del Nord organizzando i viaggi-farsa che dovrebbero mostrare le meraviglie organizzative e urbanistiche di Pyongyang.
E’ passato alla storia per aver danneggiato il laptop e gli effetti personali di un giornalista americano che aveva usato termini non molto lusinghieri per il Paese asiatico, danneggiandone l’immagine. Tra l’altro, ha prodotto alcuni documentari, andati in onda (credo di aver capito dal suo blog scritto in catalano) su TV3, televisione della Catalunya. Uno tra gli incarich più importanti che ha è essere il referente per la Rrepubblica Democratica di una joint-venture per la produzione di estintori.
Questo personaggio è, a tutti gli effetti, un piccolo faccendiere di un piccolo stato che gioca a fare la superpotenza. Di personaggi del genere è meglio diffidare e, soprattutto, rimandarli da dove provengono. Non credo sia il momento di permettere a queste persone di razzolare libere per l’Europa.
A proposito di amicizie
Cari amici dell’Universitarea leggete questo e provate a vedere se ho “secondi fini”. Se li avessi, non mi sarei esposto pubblicamente, no?
Le sick girl ci conquisteranno?
Questo strano fenomeno del quale trovate notizie migliori se pur disturbanti qui. La cosa divertente è che un mito degli anni ‘50 ritorna in Italia sotto-forma di subcultura giovanile della quale io, dall’altro dei miei 22 anni, non so un bel nulla.
Nel loro italico riferimento web temporaneo, queste spaghetti-pinup mettono in evidenza comparsate con Mollica, a Scalo 76 e, da oggi, su questo blog. La cosa è divertente perchè vedere delle pin-up catalogate come alternative, bizarre fetish etc. fa un po’ stranoiì se non altro prechè sembrano categorie uscite da un sito porno, ma di quelli un po’ fortini da cui stare alla larga sperando che i loro utenti non siano i nostri vicini di casa.
Di sicuro, però, queste foto hanno un certo grado di erotismo essendo, tra l’altro piuttosto esotiche: è sicuramente difficile immaginare nella ragazza alternativa che ho visto uscire dal liceo che c’è sotto casa una pin-up. Però, evodentemente, mi sbaglio. Meglio così.
I media del futuro
I media del futuro saranno diversi da quelli che vediamo oggi. Non ci vuole un genio a scoprirlo. La versa sfida è vedere come saranno. Alcune delle migliori menti della contemporaneità se ne stanno occupando da un pezzo. Io, mi permetto di fare alcune ipotesi.
1. I giornali non spariranno
Molti andranno in bancarotta, ma non tutta la carta stampata è in procinto di sparire: quelli di Amazon devono rassegnarsi. Tuttavia, sarà una carta stampata che sarà gratis. I giornali che sopravviveranno saranno quelli della tanto vituperata free-press (i giornali tipo metro) che non approfondiscono nulla, parlano di poco limitandosi a dire che qualcosa nel mondo è successo. Starà, poi, a noi andare sui giornali on line o sulla TV digitale per scoprire cos’è quel qualcosa che si è mosso nel mondo.
2. Dovremo sopportare Canale 5 ancora per un po’.
A cosa servirà la TV Generalista nel 21 Secolo? Sarà la vetrina della TV digitale: noi guarderemo delle anteprime sulla TV generalista gratis e, se vorremo di più, dovremo pagare. E’ qualcosa che stiamo già vedendo con Mediaset Premium che usa i canali Mediaset normali come piattaforma di lancio per i suoi canali tematici che ci permettono, pagando, di farci il nostro palinsesto personalizzato. E’ anche per questo che Sky ha assunto Fiorello e Mike Bongiorno: hanno capito che se non ragionano in questa logica, entrando anche nel digitale terrestre, non riusciranno a scalfire i due poli che la stanno ostacolando.
3. I blog
I blog sono la vera novità nel campo della comunicazione del XXI Secolo. Stiamo cambiando, lentamente, il modo di fare informazione e quello che abbiamo visto negli ultimi cinque anni non è solo che l’inizio. Il mondo dei media è strutturato in base ad una gerarchia dove i pezzi grossi (TV, giornali e altro) decidono le priorità. In passato non erano nè contrastati nè contrastabili. Ecco che ariva la pietra filosofale della comunicazione del basso: siti fai-da-te che permettono i commenti e che, scambiandosi trackback e similari riescono a conversare. Ma c’è dell’altro: ad un certo punto, i blog hanno cominciato ad aver bisogno di emanciparsi dai tradizionali produttori di notizie ed ecco che arriva il microblogging. Twitter diventerà, un giorno, il principale produttore di notizie. Ne abbiamo avuto un assaggio con la crisi iraniana di questi giorni: la protesta e le notizie passavano da lì, alla faccia delle agenzia di stampa. Questo è un cambiamento che, in prospettiva, trasformerà drammaticamente i processi produttivi delle notizie
3. Le agenzie di stampa?
Probabilmente, saranno loro a fare le spese di questo rinnovamento. Se le notizie passano attraverso twitter e i blog, perchè una redazione giornalistica dovrebbe pagare (profumatamente) gli abbonamenti alle agenzie? In fondo, i veri definitori primari del mondo dell’informazione sono loro. Se verranno sostituite da qualcun’altro nella loro funzione, allora sono destinate a sparire per sempre e quando nelle scuole di giornalismo veranno letti i lanci di agenzia, sembrerà di leggere un manoscritto medioevale tanto sembrerà lontano il periodo in cui Reuters, Ap etc. smerciavano notizie in giro per il mondo secondo logiche simili a quelle di un pezzo di una Toyota.
4. Tutto qui?
Di qui ai prossimi anni saranno inventate tante di quelle cose che oggi facciamo fatica ad immaginarcele. Il fatto è che stanno cambiando le gerarchie in quell’immenso rito che la comunicazione di massa è e il potere contrattuale che stanno acquistando i social media è destinato a crescere. Chiudersi a riccio pretendento che la gente paghi per servizi che verranno offerti gratis da altri non ha senso.
Mandiamo Beppe Grillo in miniera
Prima il PD gli fa schifo. Ora, se non si candida, si incazza. Che gioco gioca Beppe Grillo? A parte che il sondaggio pubblicato sull’Espresso e sul suo Blog trovo il modo di farlo risultare come voglio anche io, che il comico genovese si permetta di candidarsi alla guida del mio partito mi sembra troppo. Come quando Di Pietro tentò di candidarsi contro Veltroni e la Bindi. Gli fu chiesto di sciogliere l’IDV, ma lui rispose di no e, quindi, niente candidatura.
Ora, Beppe Grillo crede di avere un programma. La verità è che, essendo il suo blog passato di moda e, di conseguenza, ridotti i suoi ingaggi, tenta di tornare in auge con questa trovata. Il PD si è espresso. Lui non l’ha ancora capito. Spero vivamente che questa storia non gli frutti e che, presto, il suo blog sia un ricordo lontano,
Psicanalisi di Stieg Larsson
Sono convinto che Steig Larsson abba scritto la sua trilogia sognando di essere Mikael Blomkvist. In fondo, anche Larsson era un giornalista investigativo. Quindi, è probabile che sognasse di avere l’acume giornalisico e (soprattutto) la sua potenza sessuale, nonchè il suo sex-appeal. Questa, probabilmente, è un’idea non molto lontana dalla realtà dal momento che lo svedese scriveva nel tempo libero. (a proposito, come può avere tempo libero un giornalista?)
E Lisbeth Salander? Probabilmente, è la sua figlia ideale. Da come scrive, sembra che le voglia davvero un gran bene. Ma è probabile che la mia psicanalisi si fermi qui. Per ora.
Se viene la deflazione?
Guardando la Bloomberg nei titoli del notiziario mi è preso un colpo vedendo scritto deflazione per la prima volta dall’inizio della crisi. Si avvererà davvero il mostro? Quello che i governi e gli economisti di mezzo mondo sperano è che non ciò non avvenga. Ieri, Obama si è esposto dicendo che il peggio è passato. IMF e soci parlano di ripresa molto vulnerabile. l’Italia è ad inflazione zero dopo più di cinquant’anni. Che succede se da +0 si passerà a -0.1?Per noi che ci affacceremo al mondo del lavoro tra due-tre anni potrebbe essere la prma vera buona notizia dopo parecchio tempo. Può significare affitti meno cari, mense meno care, libri meno cari e, perchè no, master meno cari. Il problema sarà, casomai, trovare un lavoro decente (e qui è triste constatare che non c’è niente di nuovo sotto il sole) oppure i nostri genitori potrebbero perderlo (anche questa, se ci pensiamo non è una grossa novità). Ma quello che veramente fa venire i brividi sono gli effetti che, a lungo periodo, la deflazione rischia di comportare.
Taglio dei costi
Questo è lo spettro che si porta con sè la deflazione. Prendiamo un costruttore di automobili come la Fiat che si vede costretto a dover dare un dividendo ai propri azionisti e convncere persone che non vorrebbero a comprarsi un’auto nuova. Questo causa l’abbassamento dei prezzi. Per abbassare i prezzi, devo ridurre i costi. Ridurre costi significa ridurre personale e lasciare un sacco di persone per strada tagliandole fuori dal bengodi dei prezzi bassi. Prezzi che verranno ribassati ulteriormente fino a produrre sotto-costo. Solo che a questo punto l’obiettivo non sarà produrre utili da dividere tra gli azionisti, quanto sopravvivere sperando che il vento cambi, mentre la mannaia delle ristrutturazioni si abbatterà su tutto quello che troverà, ivi compresa, ad esempio, la sicurezza dei produtti.
Come uscirne?
Gli entusiasti sperano che il New Deal verde che coinvolge sud-est asiatico, USA ed Europa (Italia a parte) risolva il problema. I saggi stanno in silenzio, i codardi affermano che la realtà è complessa, gli stupidi scappano strappandosi le vesti e maledicendo più o meno tutti. Il vero dramma è che la tentazione di rifugiarsi dietro la complessità è molto comodo, ma questo non ci dice un granchè: lo sappiamo che la realtà è complessa. Il New Deal verde è una cosa meravigliosa, ma, in virtù della complessità della nostra socetà, non è possibile che sia l’unica risposta. Mettere in galera Mudoff non ridarà lavoro alle milioni di disoccupati che la crisi ha generato e, se la deflazione esplode, genererà. La spesa pubblica non sembra essere una soluzione anche se, con le mani in mano, non si può stare. Per questo, credo sia meglio chiudersi in un pensatoio per qualche settimana e trovare una soluzione davvero. Terra chiama politici, imprenditori etc. Rispondete, passo.
Io blogger nel media main-stream
Ebbene sì, ho venduto l’anima al diavolo. Ieri, primo settembre 2009, è iniziato il mio stage presso la redazione del TGT. Il lavoro non manca. Le scadenze sono serrate, ma il mio animo blogger ritiene quasi troppo tranquilla la vita televisiva. Ah, quanto era bello quando eravamo solo tu e io, mio caro blog. Non che ora sia brutto, ma il mio essere anarco-blogger ogni tanto esce fuori.
Sono tre settimane che non scrivo. Le ultime tre settimane di vacanza dove ho avuto molta poca voglia di scrivere. Ora, questa deve tornare. Altrimenti, è un casino. Comunque, viva il blog. Ora et semper.
La nostra non guerra in Afghanistan
Ringraziamo i Talebani almeno per una cosa: ci stanno mettendo davanti al fallimento della politica estera e di difesa italiana degli ultimi dieci anni toccando implacabilmente i nervi scoperti di una nazione oramai refrattaria alla guerra e assuefatta alla retorica degli italiani, brava gente.
Cosa dovremmo fare a Kabul ed Herat?
Tecnicamente, la guerra. In teoria, dovremmo combattere una guerra contro un nemico invisibile e che prende gli ordini non tanto da Bin Laden, quanto da, udite udite, da Dio in persona che ha dettato a Maometto il Corano. Questo significa che dovremmo combattere contro truppe molto motivate e disposte a tutto per servire la Causa fregandocene di amenità come la costruzione della democrazia. Questo è il vero problema che devono affrontare i comandanti sul campo. Le tecniche antiguerriglia sono, oramai, abbastanza sofisticate. Come entrare nella testa dei Talebani, è un problema che impiegherà sociologi, psicologi e quadri militari per molti anni prima di essere risolto.
Cosa facciamo davvero?
Niente, visto che i nostri soldati operano sotto il Codice Penale Militare di Pace e hanno regole d’ingaggio molto restrittive che dovrebbero servire a rendere costituzionalmente accettabile la missione. In realtà la Costituzione non c’entra dato che quella in Afghanistan è una guerra difensiva. Il vero punto è che le munizioni costano e non possiamo permettercele e che l’ultima guerra che abbiamo combattuto, la Seconda Guerra Mondiale, è un ricordo talmente triste che è difficilissmo, per un politico, sostenere che non siamo operatori di pace, ma parte di una forza d’invasione che è lì a causa di un paio di grattacieli di New York abbattuti da due aerei un 11 Settembre di qualche anno fa. Il che significa che i politici italiani devono giocare due partite a scacchi su due tevoli separati: dimostrare alle cancellerie di mezzo mondo che siamo dei partner militari affidabili, mentre si tenta di tenere buona l’opinione pubblica prendendola sostanzialmente in giro sulla natura della missione.
Allora?
Il problema autentico è: perchè continuiamo a contribuire alle missioni all’estero? Questo è uno tra i più grandi misteri della storia d’Italia. Una tra le possibili risposte è ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU, il Club delle cinque potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e, secondo il Trattato di Non Proliferazione, uniche potenze nuclari legittime. Da ricordare che del Club fanno parte 4 Paesi del G8, mentre il quinto, la Cina, si sta trasformando nella superpotenza del XXI Secolo. Questa, non è una risposta peregrina visto che la nostra missione UNIFIL, in Libano (2006) era nata sotto quest’auspicio. Un’altra possibile risposta è trovare il compiacimento dei nostri alleati della NATO. Compiacimento che si traduce nelle inutili note di cordoglio che da Bruxelles arrivano ogni volta che muore un nostro soldato.
Problemi connessi
Lo sforzo fatto per trovare queste risposte è stato immane. Ma esiste un problema nel rapporto con la guerra e con la NATO che è difficile da districare e ha a che fare con le nostre linee guida in termini di politica estera che sono un pastrocchio scritto sotto dettatura da Washington e il quartier generale della Gazprom. Questo andamento contraddittorio provoca una grande schizofrenia nelle nostre relazioni internazionali tali che è difficile capire che linea abbiamo sui grandi temi e come intendiamo attuarle. Di sicuro, mandare a morire i nostri soldati senza un perchè.
Se i Giovani Democratici toscani diventano una corrente bersaniana
Un messaggio in codice…
Mentre mi preparavo a scrivere un altro post, mi sono ritrovato, nella mia casella facebook, questo documento mantatomi dalla mia amica Romina Zago:
Come Giovani Democratici Toscani stiamo preparando un appello a sostegno della candidatura di Bersani e Manciulli rispettivamente alla segreteria nazionale e regionale. Invito tutti coloro che vogliono aderire a prendere contatto con me, tramite fb oppure inviandomi una mail con NOME, COGNOME, COMUNE, ETA’ e RUOLO POLITICO E/O AMMINISTRATIVO (ovviamente se ricoperto) all’indirizzo rominazago@live.it entro domani.
Scrivendomi potrò mandarvi l’appello!
Estendete l’invito a quanti più!
Grazie a tutti!
R.
Una volta letto, sono saltato sulla sedia chiedendomi cosa significasse questo piccolo messaggio. Ho riflettuto e ho capito che si tratta di un vero e proprio intervento a gamba tesa sul dibattito che si sta sviluppando anche tra noi giovani del partito. I giovani della Toscana non stanno in blocco con Bersani e, se anche fosse, le mozioni stanno venendo votate ora e uscirsene con un appello in questo momento significa azzerare il dibattito interno e contribuire a trasformare il congresso, piuttosto che in una discussione politica, in un conteggio statistico per determinare il peso delle correnti. Questo è normale nei congressi, ma che un organismo che, poi, dovrà parlare anche per quelli che hanno votato le mozioni Franceschini e Marino perda la sua equidistanza e si comporti in maniera così goffamente centralista democratica dà un po’ fastidio.
Ma, nei partiti, funziona così
Un corno. Funzionava così nel PCI, nella DC o nella SPD. Non in un partito dove ci sono le primarie, intese come un momento in cui la società parla e il partito sta un passo indietro. Quello che non abbiamo capito di questo strumento è che non possiamo più permetterci di comportarci come se le primarie non esistano o non siano una parte di quella che diventerà la nostra cultura politica. Per ora non sappiamo come utilizzarle, ma sabotarle tentando di dettare la linea agli iscritti (e non solo) è da stupidi oltre che figlio di una mentalità contorta degna di delegati al Comintern o dei delegati dei congressi pluricorrentizi della DC degli anni ‘70. Sinceramente, speravo che saremmo andati un po’ più in là di così.
Sì, ma la cultura politica italiana è fatta così
E’ vero. Però non va più bene in un Paese dove quasi tutti hanno un titolo di istruzione superiore, i laureati sono in aumento e dove la politica non ha fatto molto per legittimarsi da venti anni a questa parte. Da Tangentopoli, allo scandalo Tarantini, non è, poi, così strano che gli alti livelli di partecipazione elettorale scendano consultazione dopo consultazione. E’ inutile guardare all’individualismo (quale?) presente nella società e scordarci che se le persone si chiudono in loro stesse, forse, è un problema di chi le ha prese in giro facendo finta di ascoltarle. E’, in fondo, in questa parte di società che fenomeni da baraccone come Beppe Grillo hanno trovato il loro humus. Ora la politica si lamenta di un cancro che ha alimentato lei stessa dando risposte vecchie a problemi nuovi. Come si organizza un partito? Siamo sicuri che il modello SPD sia ancora il più valido?
Perchè, se sei così polemico non hai ancora riconsegnato la tessera?
Perchè credo in questo progetto, credo nella sua idea di partito che si occupa dei più deboli dando loro non solo voce, ma, soprattutto, soluzioni che si ispirino ad una visione di società dove tutti devono avere la possibilità di realizzarsi e dove ognuno deve avere la certezza che non sarà mai lasciato solo. Questa idea, in fondo molto semplice, ha bisogno di essere tradotta in partito in un momento storico dove la forma-partito in quanto tale a causa di molti fattori (ivi compresa la mediatizzazione della sfera pubblica) è messa a dura prova. Per questo, le forme di centralismo democratico proposte dalla mia amica Romina Zago devono essere combattute ed emarginate dal partito. Soprattutto se vengono dalla classe dirigente di domani. Un domani che, purtroppo, sembra non arrivare mai.
La necessità di comunicare
Pubblico l’introduzione alla mio articolo apparso sull’ultimo numero de “Il Malaspada” disponibile a partire dalla prossima settimana ai banchetti allestiti a Novoli presso il Polo delle Scienze Sociali, oppure da chiedere a me in person
Una fra le cose più commoventi che abbia mai letto è il passo del libro Teorie della Comunicazione di Massa che ci rende conto di come, agli inizi del XX Secolo, esseri umani si mettessero alla ricerca di altri esseri umani attraverso strumenti rudimentali di ricezione radio. Mentre scrivo, sono due giorni che è stato lanciato il satellite Keplero, incaricato di cercare pianeti simili alla Terra in altre galassie, ultimo anello di una serie di esplorazioni che hanno cercato e tuttora cercano esseri simili a noi con i quali valga la pena tentare di comunicare come se la comunicazione non fosse tanto un modo per scambiare semplicemente informazioni ma, soprattutto, una via per guardarsi allo specchio e identificarsi l’un l’altro. Sapere che c’è un vascello in avaria a poche miglia dalla nostra costa e che, forse, sta affondando con il suo equipaggio ci indica che qualcun altro c’è o, quantomeno, c’è stato. Tutto questo non deve farci dimenticare come le comunicazioni di massa abbiano avuto un decisivo impulso dall’economia e dalla politica: se l’Impero Britannico non avesse avuto quell’estensione territoriale, forse, l’esigenza di un telegrafo senza fili sarebbe venuta meno. A proposito di comunicazione a cavallo tra XIX e XX Secolo, è opportuno mettere in evidenza una cosa: le prove empiriche che dovrebbero dimostrare le tesi storiografiche di Tolstoj in Guerra e Pace, (scritto nella seconda metà dell’800) all’occhio moderno possono risultare non valide in quanto sono figlie di problematiche legate alla mancanza di comunicazione. Ad esempio, nella descrizione della Battaglia di Borodino, al di là della discussione sull’esito della battaglia stessa, impressionante è la mancanza di comunicazione che c’era tra chi era sul campo di battaglia e chi era al comando dalla parte dei francesi: chi dirigeva le truppe veniva da Napoleone a chiedere ordini che non potevano essere eseguiti in quanto i dati in possesso di chi tornava dal campo erano poco aggiornate. Sarebbe bastata una radio e il coordinamento in battaglia sarebbe stato migliore e più efficace. L’esistenza di un sistema di comunicazione in grado di dare un quadro completo a chi stava al posto di comando avrebbe, probabilmente, cambiato la storia. Tuttavia, non era quello il tempo per sviluppare una serie di sistemi di comunicazione elettronica in grado di abbracciare un gran numero di persone e una vasta estensione spaziale. Come risulterà chiaro, l’impostazione di questo paragrafo introduttivo tenta di mettere in evidenza come la comunicazione abbia avuto da sempre due funzioni: una strumentale, una esistenziale. La prima è quella per cui i media elettronici, in primis il telegrafo senza fili, erano stati pensati, cioè, in quanto strumenti per la distribuzione di informazioni utili. La seconda, invece, è quella di produrre meccanismi di senso tra le persone. Queste due funzioni sono quelle che, in fondo, possono essere schematizzate ulteriormente attraverso uno schema teorico medium oriented piuttosto che user oriented a seconda che ci occupiamo della funzione in senso stretto del mezzo o di cosa le persone fanno con lo stesso. Con un esempio, se ci occupassimo di frullatori, utilizzando un’impostazione del primo tipo ci dovremmo occupare esclusivamente di cosa ci possiamo mettere nel frullatore, mentre ragionando in termini di utenza, ci dovremmo chiedere, ad esempio, se questo frullatore può essere usato, da chi lo ha comprato, come soprammobile per la camera da letto e perché il suo acquirente lo usa come soprammobile per la camera da letto. Premesso che non ho la minima idea di quello che possa passare per la testa di qualcuno che si mette un frullatore sul comodino, la stessa cosa accade con i mass media: un canale sportivo può mandare in onda una partita di Volley femminile in quanto quella è la finale del Torneo Olimpico (questo è lo scopo del mezzo) mentre qualche signore un po’ in là con gli anni vuole vedere soltanto delle belle ragazze, magari attirato dal fatto che la finale olimpica si gioca tra Brasile e Cuba . Spesso le persone si servono dei media in maniera diversa da quella che i media erano stati pensati dovessero assolvere. Questo deriva dall’incontrollabilità che hanno i produttori sull’uso dei propri contenuti. Quando questo articolo verrà pubblicato, il mio lettore potrà servirsene nei modi che ritiene più opportuni senza che io possa obbligarlo a trasformare il mio testo nella sua lettura preferita. Questo ragionamento ci porta a fare un ulteriore passo avanti mettendoci di fronte all’idea che alcuni contenuti mediali particolarmente sofisticati ci mettono in condizione di sfidare le nostre capacità e svilupparne delle altre. I quiz televisivi, in fondo, sono questo: ci sono persone comuni che testano le proprie conoscenze in termini di cultura generale. La nostra sfida è vedere quanto quelle persone siano preparate e raffrontare le loro capacità con le nostre misurando, magari, la nostra capacità di formulare una breve frase, fare la spesa piuttosto che il nostro bagaglio di nozioni. È anche per questo che lo sviluppo dei reality è stato così repentino e intenso: permettono di vedere come persone comuni interagiscano in situazioni-limite. Guardando questi spettacoli noi possiamo chiederci come avremmo reagito e cosa avremmo fatto al posto dei protagonisti. Il passaggio tra identificazione e socializzazione è molto breve. Socializziamo anche con i personaggi della TV. Ma socializziamo anche con gli ambienti sociali che, da una parte, i media sono e, dall’altra,gli stessi rappresentano. Ad esempio, guardando un canale all news, socializziamo tanto con gli anchorman che si alternano durante la giornata quanto con le storie che questi raccontano dando vita ad interazioni sempre più complesse che hanno a che fare con le capacità degli individui di orientarsi in quella specie di universo parallelo che i media costruiscono per raccontarci cosa accade nel mondo reale e all’interno dei suoi sottosistemi sociali . Il sottosistema sociale che intendo affrontare è quello della Borsa, tentando di capire a cosa servano tutta una serie di media che, oggi come oggi, sembrano obsoleti, ma si mantengono più o meno saldamente nella loro posizione.
Se questo è il Pd
Il Pd è il mio partito. Alle elezioni del mio circolo ho fatto la mia scelta e la farò anche alle primarie. Ma, quello che voglio sapere, è perchè contiuniamo a farci del male così??
Ricapitolando
Stamattina controllavo la mia posta elettronica sul mio pc aziendale nella redazione dove sono stagista (quella del TGT). Ho aperto la finestra e ho trovato questa lettere firmata da Dario Franceschini:
Cari Pierluigi e Ignazio,
Da diversi giorni mi arrivano messaggi da iscritti ed elettori di tutte le regioni italiane che lamentano l’affissione di manifesti in spazi a pagamento a sostegno della candidatura di Pierluigi.
Sono lamentele a mio avviso giustificate.
I partiti provinciali e i Circoli vivono , come sapete, tra mille difficoltà finanziarie e capiscono a fatica perché vengono impiegate risorse e costosissimi spazi pubblicitari per la competizione tra noi, anziché essere utilizzati per il partito o per contrastare le scelte del governo. Anche per questo la Commissione congressuale ha previsto un tetto di spesa per i candidati.
Per altro penso che gli iscritti e gli elettori siano in grado di fare le loro libere scelte ascoltandoci nei dibattiti o nelle presentazioni delle diverse mozioni nei Circoli, senza bisogno di vedere le nostre facce, che conoscono bene, sui muri o alle fermate degli autobus…
Ancora molti giorni ci separano dalle primarie. Per questo vi propongo una “autoregolamentazione” tra noi candidati che preveda di bloccare tutte le forme di pubblicità personale a pagamento in spazi pubblicitari sui muri, nelle tv e sui giornali.
In un momento di crisi del paese, con famiglie e lavoratori in difficoltà e con i Circoli del Pd che vorrebbero risorse per le loro sedi e le loro attività, è meglio una competizione tra di noi basata sulla qualità delle proposte politiche piuttosto che su costosissime campagne personali a pagamento.
Sarebbe importante, credo, se facessimo tutti insieme la scelta che vi propongo con questa lettera
Dario
Sono saltato un’altra volta sulla seggiola e ho quasi rischiato di svenire chiedendomi: “Dario, perchè l’hai fatto?” Questo è un problema mica da ridere visto che questa è una delle lettere più inutili e disgustosamente demagogiche che abbia mai avuto il coraggio di leggere. Non fate i manifesti perchè costano troppo. Dario, con i rimborsi elettorali che ha il partito, hai il problema di non mancare di rispetto alle famiglie italiane?

